lunedì 28 settembre 2015

Cosmeticonautica

L’ultima ossessione delle femministe è diventata la Scyenza (che sarebbe tutto quello che i giornali identificano come “scienza”): finché le donne non saranno tutte scyenziate, resteranno sempre inferiori agli uomini. Questo di per sé è già un passo avanti: viene riconosciuta la possibilità di una scienza come tale (seppur in forma di scyenza), senza le etichette di “maschilista”, “patriarcale” o “fallocentrica” (stendiamo appunto un velo pietoso su quanto le stesse scrivevano negli anni ’70). Però tutta questa costa sta diventando, come al solito, stucchevole.

Alla fine il miglior articolo su Samantha Cristoforetti ha dovuto scriverlo un uomo, per giunta di destra e meridionale, Marcello Veneziani, in forma di lettera indirizzata al “Corriere”: Il viaggio negli astri che ci avvicina a casa (13 giugno 2015). Non ricordo contributi degni di nota alla ricezione culturale del viaggio di “Astrosamantha” da parte del gentil sesso, a parte i soliti squallidi peana alla comune appartenenza di genere (oltre a... questo obbrobrio).

Non è stato chiarito, dunque, quale contributo abbia portato la Cristoforetti alla scienza (o scyenza) in quanto donna. Uno potrebbe dire le solite banalità (dolcezza, tenerezza, maternità), dimenticando che la mitezza in genere è una delle caratteristiche intrinseche alla professione di astronauta.
La cosmonautica è infatti uno dei pochi campi in cui lo spirito di collaborazione prevale sulla competitività e sull’arrivismo, perché l’essere umano ragiona in quanto appartenente a una specie (o in modo più romantico, come cittadino del mondo e cose del genere). Se volessimo fare i femministi per moda, potremmo affermare che in tale ambito sono già presenti “valori femminili” e dunque è per questo che le donne vanno sempre più spesso nello spazio (può darsi che i pionieri di Marte saranno proprio donne, anche se probabilmente la prima cosa che diranno sarà: “Pensavamo a un altro tipo di rosso” [© Maurizio Crozza]). Questi sdilinquimenti però li potete trovare ogni giorno su qualsiasi quotidiano, quindi veniamo a cose più serie.

Una ricercatrice dell’Università di Essex ha scoperto che alle femmine piace fare cose da femmine (Perché essere femmine condiziona le ragazze?, “Corriere”, 1 dicembre 2012), soprattutto in Paesi come Norvegia, Svizzera, Stati Uniti, Canada e Inghilterra. Le femministe avanzano la scusa della “pressione ambientale”: le donne devono essere libere di determinare il proprio futuro, ma sarebbe meglio che venissero indirizzate verso professioni in cui prevalgono gli uomini (secondo il classico principio che le donne sono libere di fare quello che le femministe dicono loro di fare).
L’Unione Europa anni fa ha promosso «una campagna triennale per incoraggiare le ragazze ad accostarsi allo studio di scienza, tecnologia, ingegneria e matematica» (Donne visionarie, scienza e innovazione, “Corriere”, 9 ottobre 2012): in verità questa “campagna” è finita il giorno stesso in cui è cominciata. Il progetto “Science: It’s a Girl Thing!” (pensato da donne per altre donne) è stato immediatamente affossato in quanto “offensivo e denigrante”. Il motivo? La Commissione Europa ha lanciato la campagna con lo spot qui sotto (ritirato subito dal canale ufficiale), accompagnato dallo slogan «La scienza ispira, illumina e cambia il nostro mondo. È la base per i nostri cosmetici, la moda, la musica e molto altro. Quindi, cosa ti impedisce di lasciarti coinvolgere dalla scienza?»:


Le ragazze vengono presentate come superficiali ed edoniste… forse gli eurocrati hanno preso alla lettera l’aforisma di Karl Kraus: «La cosmetica è la scienza del cosmo della donna»[1]?
Ormai è pacifico che la formula “pari opportunità” significhi “meno opportunità per gli uomini”. Adesso però viene fuori che, anche in un ambiente in cui le donne hanno gli stessi diritti dei maschi  e sono chiamate quotidianamente a superarli in qualsiasi campo, esse continuano a preferire le “cose da femmina”. Secondo la Cavarero –una a caso– la parità di diritti è «una finta uguaglianza che rischia di omologare le donne». Perché? Ovviamente perché essere donna è un valore aggiunto, che si esplica nel diventare donna (cioè femminista?). Il problema è se oltre alle chiacchiere ci sia dell’altro, o se il femminismo è solamente la commercializzazione di una fallacia logica: le donne sono migliori degli uomini perché sostengono la tesi di essere migliori degli uomini. Quante risorse, energie e talenti sono stati buttati nella guerra tra i sessi? (Servirebbe una ricerca anche su questo).

In verità l’idea dell’Unione Europa non era poi così sbagliata: per quantificare contributo della femminilità alla scienza bisogna in primo luogo stabilire i criteri di tale femminilità.
La questione è emersa nuovamente, e purtroppo in modo abbastanza brutale, quando alcuni commenti sessisti pubblicati su Facebook ancora contro la Cristoforetti hanno generato ulteriori commenti indignatissimi (e altrettanto imbarazzanti). Da un lato si sostiene che la nostra connazionale è poco attraente e che il viaggio nello spazio è inutile per risolvere i problemi quotidiani dei cittadini italiani; dall’altro che siamo sempre i soliti italiani beceri e maschilisti, ignoranti e subumani.
La condanna di qualsiasi insulto, soprattutto di carattere sessuale, è ovviamente scontata, così come la solidarietà a questa eroina dei nostri tempi. Tuttavia sostenere che le osservazioni di carattere estetico siano totalmente fuori luogo non è un atteggiamento corretto, poiché così facendo si tenta di rimuovere un archetipo profondamente radicato nell’immaginario collettivo: quello dell’astronauta sexy. Affermare che questo tipo di carattere non abbia in alcun modo influenzato (o addirittura incentivato) il progresso scientifico è una cattiveria gratuita che ha molto di che spartire con i commenti machisti di cui sopra. Se tutte queste artiste non avessero prestato la loro arte al servizio della scyenza, probabilmente oggi le masse non proverebbero alcuna attrazione nei confronti dell’esplorazione spaziale. Per questo e altri motivi, in conclusione dedichiamo loro una breve gallery:

Sigourney Weaver in Alien (1979):



Caroline Munro in Scontri stellari oltre la terza dimensione (1978):



Raquel Welch in Viaggio allucinante (1966):


  
Sybil Danning ne I magnifici sette nello spazio (1980):


E dulcis in fundo, Jane Fonda in Barbarella (1968):


[1] Viene tuttavia il sospetto che anche qualora il messaggio fosse stato “Morite per la scienza!”, le femministe avrebbero dato lo stesso la colpa alla pressione ambientale (troppa responsabilità addossata alle donne). Ricordo le parole altisonanti con cui Mary Wollstonecraft lanciò il suo manifesto femminista: «Se le donne non rinunceranno all’arbitrario potere della bellezza, dimostreranno che esse hanno meno intelletto dell’uomo». Due secoli dopo, Slavenka Drakulić sosteneva (in Come siamo sopravvissute al comunismo, 1997) che grazie al crollo dell’Unione Sovietica le donne dell’Est sono state liberate dall’obbligo di svolgere professioni “da maschi” (negli stessi anni tuttavia la “nostra” Elena Gianini Bellotti esclamava: «Quale tragedia è stata l’essere bambina e donna qui nell’occidente civile e democratico»!).

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