mercoledì 16 settembre 2015

Col primo che ti piacerà

Questa estate mi è capitato di leggere su una di quelle rivistacce femminili (per altro vecchissima, una di quelle robe che trovi solo nelle case delle vacanze) la lettera di una madre che più o meno suonava così: “Mia figlia sedicenne mi ha raccontato di aver perso la verginità con un ragazzo durante le sue vacanze al mare, io sono contentissima che abbia voluto confidarsi con me, l’ho abbracciata e le ho detto che va tutto bene”.

Se fossi stato il padre della ragazza, prima di tutto mi sarei commosso nello scoprire il delicato rapporto di amicizia e confidenza tra mia moglie e mia figlia (e avrei anche gioito all’idea che altri lettori della rivista potessero venire a conoscenza delle nostre faccende familiari), poi sarei sceso in cantina e da uno scomparto segreto avrei tirato fuori qualche arma a caso (una scimitarra, una granata, un’alabarda), infine avrei contattato il defloratore per chiedergli, dopo una lunga e complicata tortura rituale che avrebbe interessato tutte le parti del suo corpo, quali fossero le sue intenzioni nei confronti di mia figlia. Però riconosco di essere troppo romantico e poetico, in una società che inorridisce di fronte a qualsiasi divieto imposto alle figlie dai padri (a meno che questi non siano mussulmani, perché altrimenti sarebbero giustificati dalla “Loro Cultura”).

Il tono della lettera di cui sopra mi fa pensare che in quella famiglia il padre o sia assente (saltuariamente a causa del lavoro o perennemente per un divorzio) oppure che sia uno di quei nuovi esemplari di maschi che in famiglia hanno la stessa autorità dello zerbino davanti alla porta. Gli psicologi televisivi e le giornaliste continuano a ripetere che con i figli bisogna dialogare, comprendere, abbracciare, sbaciucchiare ecc… con dei toni talmente buonisti ed ebeti da assomigliare a comparse in un film con Charles Bronson.

Come al solito gli italiani sono incapaci di trovare un punto di equilibrio: fino a poco tempo fa il padre (e la madre) potevano massacrare i figli con il consenso di tutta la popolazione (e in alcuni casi anche la partecipazione, visto che pure insegnanti e parenti erano autorizzati a picchiare duro), oggi invece per un ceffone si può finire in galera. D’altronde sembra che gli stessi italiani non si trovino così male a seguire i nuovi costumi: a discapito di tutti i discorsi sulla sessuofobia e il maschilismo nazionali, la reazione di fronte al puttanesimo delle figlie è quasi sempre di frustrazione o impotenza. È difficile immaginarsi, un giorno, costretto a stringere la mano di un Abdul (ma pure un Richi o un Kevin mi starebbe sui coglioni) recitando la parte del padre moderno, aperto, tollerante. Fingiamo che questa disperazione sia necessaria per il progresso della nazione e avvolgiamo la collera con un po’ di versi mielosi del Cardarelli: «Tu ti darai, tu ti perderai, | per il capriccio che non indovina | mai, col primo che ti piacerà».

Nessun commento:

Posta un commento