martedì 8 settembre 2015

Cancellare la Grecia per sempre

«Une Europe sans la Grèce aurait été comme un enfant sans certificat de naissance»
(V. Giscard d'Estaing, 1981)
Dietro ogni scelta economica c’è sempre una volontà politica, e dietro ogni volontà politica c’è sempre una “cultura” o una visione-del-mondo alle quali fanno riferimento coloro i quali compiono queste scelte. Assisto perciò con imbarazzo ai tentativi di considerare l’economia come una “scienza pura” che abbia quale unico scopo quella della gestione dei beni della casa. Lo stesso discorso vale per ogni forma di tecnocrazia, che non è mai neutrale né apolitica, ma governa sempre seguendo la sua Weltanschauung (che, anche quando consiste nel semplice “mito dell’efficienza”, risulta funesta per qualsiasi popolo).
Con queste considerazioni (piuttosto scontate) vorrei introdurre una lettura alternativa del disastro nel quale è stata trascinata la nazione ellenica, lasciando da parte qualsiasi considerazione economica: del resto è opinione delle testate più filoeuriste che «la Grecia poteva essere salvata» (cit.), ma che nulla è stato fatto, per motivi che evidentemente i comuni mortali non possono capire.
Mi viene il sospetto che, nell’ottica di chi ha pensato questa Europa, la Grecia dovesse essere cancellata per sempre. Proverò in poche righe a dare un po’ di “sostanza” a questa congettura, per non apparire come il solito complottista.

Partiamo da una considerazione brutale: la mia generazione non capisce cosa sia veramente la Grecia. Ignora perché Atene è considerata la culla della civiltà e perché fino a poco tempo fa Platone e Aristotele venivano considerati i “santi laici” dell’Occidente. In compenso migliaia di miei coetanei hanno visitato più volte la sacra patria dei filosofi: per combattere nella guerra d’indipendenza contro l’Impero Ottomano? Per venerare degnamente gli antichi dèi? No, niente di tutto questo. Mandrie di giovani occidentali sono andati in Grecia per scopare e divertirsi. Chi non è stato adolescente negli anni ’00 del XXI secolo penserà che io stia ingenuamente enfatizzando un fenomeno passeggero, che non può essere in alcun modo considerato “epocale”. Ma sono convinto che molti miei coetanei potranno confermare quanto sto dicendo, ovvero che da quando la Grecia è entrata nell’Unione Europa, essa ha visto ridurre la sua immagine a quella di Mykonos, la leggendaria “isola della perdizione” (le brochure promozionali confermano) dove sballarsi dalle cinque del pomeriggio alle cinque del mattina. Una Thailandia per i giovani europei, una Ibiza molto più economica, una Aruba a due passi da casa: nell’immaginario collettivo questa è diventata la Grecia. Chiaramente c’è chi è rimasto immune al mito, come qualche studentello Erasmus ad Atene che con enorme sforzo di volontà ha preferito spendere un po’ di più per andare a Delfi invece di approfittare delle offerte supereconomiche per volare -o salpare- verso lo pseudo-bordello più conveniente d’Europa (una scelta che gli economisti non riescono a spiegarsi).

Più che una catastrofe finanziaria, stiamo descrivendo una catastrofe culturale; tutto però ha avuto inizio molto tempo fa. Non bisogna dimenticare che dalla Costituzione Europea non furono escluse soltanto le radici “giudaico-cristiane”: il Kulturkampf venne dichiarato anche alla radice “greco-latina”. Molti credono che queste siano formule vuote e che il concetto di Grecia come “culla di civiltà” sia una favoletta da relegare nei manuali scolastici. Invece è proprio a causa di questo disprezzo della tradizione che i popoli europei muoiono di tecnocrazia: la grecità, infatti, rappresentava fino a ieri l’ultimo residuo di Europa. Ecco perché è stata massacrata, ecco perché gli eurocrati, invece di portarla come fiore all’occhiello, hanno inoculato i germi della crisi e poi propiziato il cataclisma.

Ancora una volta, tuttavia, è necessario tornare indietro, alle radici (per restare in tema) della “antigrecità”. Durante gli ultimi decenni è emersa nel mondo accademico la tendenza a sminuire l’apporto greco alla cultura occidentale e a “diluirlo” nell’ambito del mito, della pre-razionalità. È una sensazione vaga, non del tutto definibile, ma che trapela da diverse fonti. Ad esempio, nell’incipit della Storia della Filosofia di Giovanni Reale e Dario Antiseri (Bompiani, 2008), i due storici denunciano, parlando del passato, un atteggiamento assolutamente attuale:
«I Neoplatonici dell’ultima fase [sostennero] che le dottrine dei filosofi greci non sarebbero che elaborazioni di concezioni nate nell’Oriente e ricevute originariamente da sacerdoti orientali per divina ispirazione degli Dei. […] La tesi dell’origine orientale della filosofia trovò credito in Grecia solo quando la filosofia aveva ormai perduto il suo vigore speculativo e la fiducia in se stessa, e cercava la propria fondazione e giustificazione non più nella ragione, ma in una rivelazione superiore» (pp. 22-24).
È una tesi che, come accennavamo, risulta più attuale che mai e riscuote successo anche a livello “divulgativo”: pensiamo, in Italia, all’operato della casa editrice Adelphi, che ha impiegato tutte le sue forze per trasformare la filosofia platonica in una propaggine del misticismo asiatico. Da questo punto di vista, Giorgio Colli resta un caposcuola: è stato lui ad aver portato alle estreme conseguenze il dualismo nietzschiano di dionisiaco/apollineo e a dissolvere la grecità nella mistica spuria, nell’estasi e nello “sciamanesimo”. Scriveva infatti nella sua opera La nascita della filosofia (1975): «Apollo non è il dio della misura, dell’armonia, ma dell’invasamento, della follia». Anche il Dio del Sole è dunque un avatar di qualche divinità asiatica: dove neppure Nietzsche aveva osato spingersi (forse per un residuo pudore filologico), troviamo una schiera di interpreti della grecità come immoralismo e irrazionalismo: Simone Weil, che opponeva graecitas a romanitas in nome di uno gnosticismo immotivato; Karl Löwith che, scrivendo a Leo Strauss nel 1946, si entusiasmava come uno scolaretto col mito del libertinismo ellenico: «Per i greci era del tutto naturale – e di questo io li lodo – avere rapporti con donne, fanciulli e animali» (Dialogo sulla modernità, 1994, p. 27) – suscitando la risposta seccata del suo interlocutore («Vada a leggersi per favore le Leggi di Platone su questo argomento», p. 32). Dallo stesso milieu muoveranno quegli ideologi che in nome della propaganda omosessuale creeranno la nefasta equazione “filosofia greca” = “pederastia pratica e teorica”, trasformando gli studi platonici in una branca dei gender studies.

Impostando una mappa del “martirio ellenico” in ambito culturale potremmo scoprire come le interpretazioni del neoplatonismo antico in chiave anticristiana siano poi riaffiorate nel romanticismo tedesco e nelle congreghe ariosofiche della Germania prenazista, quasi che la metamorfosi della contraffazione estetizzante della Romantik nella comunanza ariana di tedeschi e greci antichi dovesse essere un passaggio obbligato.
Sfortunatamente la nostra erudizione spicciola ci consente di affrontare la questione solo ad un livello molto superficiale: possiamo limitarci ad osservare come la guerra alla grecità abbia seguito le stesse tappe della guerra alla latinità. La più grande conquista dell’intelligenza anticristiana è stata proprio quella di separare la filosofia antica dalla fede in Cristo, dopo che l’Occidente aveva impiegato secoli a farne un’unica tradizione.

Eric Voegelin in diverse sue opere non teme di ricostruire le modalità con cui il cristianesimo salvò Platone e Aristotele dal tramonto della polis, dando alla verità antropologica dello Stagirita un fondamento soteriologico, che poi produsse la splendida architettura del tomismo. Le nostre radici cristiane, per questo, sono anche greco-latine: San Giustino fu il primo a stabilire una comparazione tra Socrate e Cristo (e tra la morte di Socrate per mano degli idolatri e il supplizio dei cristiani): secondo il Martire, anche il maestro greco conobbe il Redentore, nella forma del Logos. Questo solo per accennare alla affinità immediata che si sviluppò tra la cultura greca e il nascente cristianesimo; la stessa immediata affinità che, tra l’altro, provocò la reazione dei Neoplatonici (i quali, non riuscendo a spiegare quel miracolo di inculturazione, preferirono contraffare gli insegnamenti del loro capostipite).

Queste osservazioni riportano all’ipotesi iniziale: tutto ciò che è greco, nel senso positivo del termine, va estirpato. Non basta semplicemente alterare e deformare gli insegnamenti dei filosofi, poiché anche questo potrebbe portare, attraverso una lettura senza pregiudizi, alla riscoperta della verace tradizione europea: bisogna semplicemente farli fuori, ovvero confinare il “miracolo greco” nelle lande arcaiche di un’Asia immaginaria, fare della metafisica il precipitato di un delirio estatico e, dulcis in fundo, attribuire alla civiltà assiro-babilonese tutte le scoperte di Archimede ed Euclide.

Tornando ancora a Reale e Antiseri, le loro annotazioni, per quanto didascaliche, ci aiutano a capire il motivo per cui la Grecia, nella nuova concezione tecnocratica e mondialista, deve sparire per sempre:
«I Greci diedero alla civiltà qualcosa che essa non aveva […]. Senza tener ben presente tale concetto, è impossibile comprendere perché la civiltà dell’intero Occidente abbia preso, sotto la spinta dei Greci, una direzione completamente diversa da quella dell’Oriente» (p. 21).
Questo il nocciolo del problema: non c’è più bisogno della “diversità” greca, ora il mondo va unificato attraverso l’economia e la tecnica. L’impero romano, per quanto abominevole, corrotto e totalitario (così lo concepiva la Weil) si appropriò della cultura greca fino a farne un’ideologia di Stato. In questa Europa così tollerante e democratica invece non c’è nemmeno un Orazio pronto a riconoscere che Graecia capta ferum victorem cepit. Al di là di tante parole, questo è lo sradicamento letale per la nostra civiltà.

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