lunedì 14 settembre 2015

Boicottiamo il Kurdistan (presto sui vostri schermi)


La fantasmagorica “resistenza curda”, entrata di diritto nella mitologia dell’antagonismo nostrano, si potrebbe identificare come caso da manuale di slackactivism [“attivismo pigro”], ovvero, secondo Wikipedia, «una serie di iniziative appaganti a supporto di una causa che non hanno alcun effetto concreto, se non quello appunto di far sentire soddisfatti chi le ha organizzae per “aver dato il proprio contributo”».

Tale fenomeno è in verità molto più ampio e va al di là della “questione curda”, giungendo a influenzare la militanza politica praticamente a ogni livello. Denis de Rougemont lo ha descritto in questi termini:
«Politica, lotta di classe, sentimento nazionale, tutto diviene pretesto alla “passione” e già s’esalta in “mistiche”. La verità è che siam divenuti incapaci di ordinare i nostri desideri, di distinguere la loro natura e il loro fine, d’imporre una misura alle loro divagazioni, di esprimerli in immagini».
Per dirla più brutalmente, oggi si sceglie la “parte giusta” in base alle fotografie che compaiono sui giornali o sul web. Alla radice del problema c’è l’insostenibilità del nichilismo, il quale obbliga le società che lo propugnano a gettare il peso del proprio nulla sul resto del mondo, spesso delegando la scelta tra cattivi e i buoni alla superpotenza di turno (che esprimerà la sua preferenza a suon di bombe). Non è quindi improbabile vedere tra qualche anno (o addirittura mese) le stesse forze politiche che oggi propinano lezioncine sui “nuovi partigiani”, scendere in piazza a protestare contro il Kurdistan “fascista e guerrafondaio”.

Gli elementi per ipotizzare una deriva “sionista” della nuova repubblica curda sono infatti sin da ora lampanti, almeno agli occhi di quelli che hanno mantenuto un minimo di spirito critico.
Non parliamo perlatro di una semplice somiglianza formale, ma di una continuità sostanziale tra le due entità: come scrive lo storico israeliano Benny Morris sul “Corriere” (Lo Stato ebraico circondato da nuovi muri..., 2 luglio 2014),
«in quanto al Kurdistan iracheno, dove Israele sin dagli anni Sessanta ha appoggiato i ribelli curdi contro il governo centrale di Bagdad, le forze locali hanno allargato la loro zona di influenza inglobando la città petrolifera di Kirkuk man mano che le truppe governative si ritirano verso sud sotto l’offensiva di Isis. Ieri Netanyahu, contrariamente alla politica americana, che punta a mantenere uno Stato iracheno unificato, ha espresso senza mezzi termini il sostegno di Israele alla trasformazione della zona autonoma curda in un vero Stato indipendente [cfr. Netanyahu: I support Kurdish independence, “Jerusalem Post”, 30 giugno 2014]».
Ciò lascia intuire che, nonostante la “causa curda” (comprendente popoli ormai disomogenei sia dal punto di vista etnico che linguistico) sia attualmente modulabile su qualsiasi categoria ideologica (tanto da trasformarsi all’occorrenza in punta di diamante per nuovi ideali di anarchismo, socialismo, femminismo, ambientalismo, nazionalismo, libertarismo, repubblicanesimo ecc…), il Kurdistan non potrà che essere uno Stato armato fino ai denti, perennemente in guerra con i suoi vicini e poco tollerante nei confronti di qualsiasi minoranza interna (etnica o politica). Non c’è da meravigliarsi se in alcune zone conquistate dall’YGP (milizie curde siriane) si registrino già le prime persecuzioni contro arabi e turcomanni (vedi il caso di Tell Abyad).

Al momento, comunque, la natura proteiforme conferita al popolo curdo gli consente di marciare sia sotto le bandiere dei “buoni” (filo-americani, democratici, femministi) che sotto quelle dei “cattivi” (anti-americani, comunisti, terroristi).
Ai piccoli spettatori del kolossal mediorientale in fondo basta poco per entusiasmarmi; non è affatto scontato però che gli altri “protagonisti” del filmone immaginario condividano il loro stesso entusiasmo. È infatti puerile pretendere che iracheni, iraniani, siriani e turchi si adeguino docilmente alle nostre eclettiche e confusionarie simpatie, devolvendo, solo per compiacerci, ampi pezzi dei propri Stati a milizie ostili e aggressive, che rivendicano la maggior quantità di terra possibile per fondare un’immensa repubblica paramilitare (o un “principato combattente”, come lo definisce “Le Figaro”).

In verità, al di là degli “attivisti pigri”, sono gli italiani in genere a saperne poco riguardo ai curdi: sono quasi certo che chi allude alla loro ricchissima e antichissima cultura probabilmente non abbia la più pallida idea di quello di cui parla.
È vero che, grazie all’avvenenza delle guerrigliere con i kalashnikov e le mimetiche, negli ultimi tempi l’interesse è cresciuto, ma l’esistenza di rapporti di amicizia tra i due popoli è tutta da dimostrare. Sono rari i momenti in cui le nostre storie si sono incrociate: l’esempio più scontato è l’affaire Öcalan. In quel frangente molti scoprirono che i maoisti del Kurdistan erano “compagni” e che gli squatter nutrivano una sorprendente simpatia nei loro confronti. L’Italia riuscì a evitare un cataclisma diplomatico solo perché al governo c’era un uomo di fiducia del Patto Atlantico. Da quel giorno i curdi entrarono nel novero dei separatismi presentabili (palestinesi, baschi, irlandesi, zapatisti) da sfoderare contro quelli populisti e xenofobi (tibetani e bretoni, per non citare quelli nostrani).

Un secondo momento delle relazioni italo-curde che mi sovviene è la partecipazione della selezione di calcio del Kurdistan alla Coppa del mondo VIVA, il campionato organizzato dalla FIFA per le nazioni non riconosciute. Nonostante i nostri guerriglieri preferiti abbiano perso due volte in finale con la Padania, essi si sono però rifatti nell’edizione del 2012 contro Cipro del Nord (gli odiati turchi!). Praticamente negli ultimi anni se ne è parlato solo per questo: che brutta cosa, avranno pensato gli anarchici, associare il Kurdistan a concetti reazionari come “calcio” e “Padania”. E se poi questi curdi invece di fare uno Stato democratico-ecologista-arcobaleno creano un leviatano che nel migliore dei casi assomiglia a una petromonarchia – e nel peggiore fa sembrare Israele una Svizzera mediorientale?

Infine, la terza cosa per cui conosciamo i curdi è un volumetto pubblicato dalla Newtown Compton nel 1993, Canti d’amore e di libertà del popolo kurdo. È uno di quei libri che passa per le mani di lettori insospettabili per motivi incomprensibili (anche se in questo caso sicuramente ha contribuito il prezzo di copertina, mille lire). Purtroppo io ho perso la mia copia anni fa e non ho mai voluto ricomprarla, nonostante la sovrabbondanza tra le bancarelle reali e virtuali (una ventina gli esemplari su ebay): il motivo principale è che non c’è il testo originale a fronte, dunque anche la traduzione migliore del mondo lascerebbe il tempo che trova.
Ricordo chiaramente che nella prefazione si sosteneva che i curdi parlassero la “lingua di Zarathustra”, cioè quella in cui è scritto l’Avesta. Se ci fosse stato il testo originale, avremmo capito che lingua parlano ’sti curdi: un dialetto turco, un idioma indoiranico, qualche slang particolare?
Il mistero rimane: non si capisce, ad esempio, perché il soprannome “zio” per Öcalan è “Apo” mentre per Talabani è “Mam” (magari uno è zio da parte di madre e uno da parte di padre?). In ogni caso, le poesie parlavano soprattutto di libertà, guerra e tristezza: mi tornano alla mente alcune simpatiche invettive contro turchi, romani e persiani. Immancabile, ovviamente, il riferimento al “femminismo curdo” (sempre nella prefazione): Saddam aveva proibito di trasmettere le canzoni curde alla radio proprio perché umilianti per la dignità maschile.


Aggiungiamo che nell’ultimo periodo il martellamento mediatico ha permesso la nascita di una figura mitologica alla quale abbiamo già accennato: la “guerrigliera” (“partigiana” per i più sentimentali). Nello stesso modo in cui i combattenti curdi vengono utilizzati per oscurare la presenza di altri attori nello scenario bellico (come l’esercito regolare siriano, i pasdaran iraniani e i miliziani di Hezbollah), si tenta di far passare l’idea che all’interno delle varie formazioni curde le donne prevalgano sugli uomini, il che è ovviamente falso.

Lo sfruttamento ossessivo dell’immagine della “guerrigliera curda” è da addebitare a chi sta ne sta facendo un feticcio per altri scopi che con i curdi non c’entrano nulla. C’è infatti qualcuno interessato a “vendere” il conflitto come uno scontro tra femministe (“guerrigliere curde”) e maschilisti (“tagliagole jihadisti”). Tutto il resto passa in secondo piano: la guerra diventa solo un altro mezzo attraverso il quale le donne possono acquisire più potere sugli uomini. Un esito di tal fatta era piuttosto prevedibile: poco tempo fa si era assistito con moderato stupore all’esultanza collettiva delle sinistre occidentali per l’abolizione di una norma che impediva alle soldatesse americane di combattere in prima linea (n’ulteriore dimostrazione che il Kulturkampf contro le strutture “oppressive e alienanti” quali Chiesa, Famiglia, Scuola, Partito, Esercito, non serviva a eliminarle, ma solo ad assumerne il controllo).

La nuova dottrina della guerra giusta elaborata a Washington e recepita entusiasticamente in Europa obbliga a dire che la legittimità è laddove le donne uccidono gli uomini. Il piacere di vedere archiviate tutte le dotte dissertazioni sul perché la guerra e la violenza sono soltanto maschili si spegne rapidamente di fronte al ritorno di una retorica bellicistica che era da tempo scomparsa dal discorso pubblico: la figura del soldato-eroe, dopo decenni di sbeffeggi e umiliazioni, è stata ripristinata in nome della femminilità aggressiva. Non si contano più gli articoli dedicati alle “azioni esemplari” delle soldatesse curde: roba che se gli stessi toni fossero stati usati una sola volta per elogiare un soldato maschio qualsiasi in una guerra qualsiasi, ci sarebbe stata come minimo un’interrogazione parlamentare.

In conclusione: il Kurdistan che piace tanto all’opinione pubblica (squatter compresi) non è meno immaginario di quello tratteggiato da Jean-Jacques Langendorf in Una sfida nel Kurdistan (1969; Adelphi, Milano, 1999), una “fantasia” su un agente segreto nazista che tenta di sobillare le tribù curde contro gli inglesi. Dietro alle suggestioni mediorientali, l’autore confessa la reale ispirazione del suo scritto: «Guerra e violenza mi hanno sempre affascinato». A quanto pare anche molti pacifisti nostrani provano le stesse fascinazioni, ormai nemmeno più tanto inconsciamente.

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