venerdì 18 settembre 2015

Antirazzismo e coerenza ideologica (Y. Moncomble)


«Se l’Occidente nutre ancora complessi anti-imperialisti e anti-razzisti, i russi, a contatto con le realtà straniere, si dimostrano immuni da essi. La condotta inflessibile tenuta nei confronti degli studenti del terzo mondo, da loro stessi invitati, conferma che nell’Unione Sovietica l’antirazzismo sistematico e demagogico non è che un arma di propaganda a uso esterno.
Gilbert Comte, in un articolo per la rivista “Le Spectacle du Monde” dell’aprile 1963 intitolato Gli studenti neri tra i comunisti, riferisce questo:
“Nella sera di un agosto del 1962, un gruppo di ghanesi entra nel ristorante Chuchuliga di Sofia. Sentendo l’orchestra suonare, uno di loro invita una giovane bulgara a ballare. Prima che lei possa dire qualsiasi cosa, un soldato si avvicina al suo tavolo ed esclama: “Non avrai mica intenzione di andare con questo gorilla!”. Il rimprovero dà il via a una mischia generale: tutta la sala si precipita sugli stranieri per sbatterli fuori. I poliziotti assistono alla scena impassibili, intervenendo solo alla fine per condurre i neri in questura. Tra i sei ragazzi, quattro rimangono feriti: per questo vengono rilasciati dopo ventiquattr’ore. Gli altri due, Georges Annah e E. A. Attiga, trascinati davanti a un tribunale, sono condannati rispettivamente a uno e tre mesi di reclusione per disturbo della quiete pubblica. Ci sono voluti sforzi non indifferenti da parte del governo d’Accra, compreso un intervento del presidente stesso, per ottenere la loro liberazione.
[…] A Mosca, nel 1960, durante una festa organizzata dalla facoltà di geografia, il somalo Abdulhamid Mohammed Hassan viene aggredito da quattro studenti sovietici per aver invitato una ragazza russa a ballare.
[…] Nei Paesi comunisti gli studenti stranieri sono sottoposti alle stesse restrizioni degli altri immigrati. […] Nell’università stessa, un sistema intricato di permessi limita il loro passaggio da un edificio all’altro. Gli studenti africani vengono confinato tra di loro e i contatti con gli studenti sovietici sono ridotti al minimo e soggetti a rigida sorveglianza.
Nonostante ciò, i communisti si mostrano piuttosto pignoli in materia di razzismo. Il Piccolo Dizionario Filosofico di Rosenthal e Ioudine, uno dei manuali più diffusi nell’Europa orientale, afferma solennemente che il razzismo è una ‘teoria reazionaria totalmente estranea alla scienza e condannata dal marxismo-leninismo’.”
Tra il dire è il fare c’è di mezzo il mare…
Il M.R.A.P. (“Mouvement contre le racisme et pour l’amitié entre les peuples”) dovrebbe intervenire… Sì, come ci si aspettava che intervenisse contro Pierre Blotin, primo segretario comunista della prefettura della Val d’Oise, quando l’8 ottobre 1980 dichiarò che “bisogna fermare l’immigrazione e procedere a una redistribuzione equa degli immigrati che si trovano da noi”. Blotin ha anche sostenuto che “l’alto tasso d’immigrazione verso le città comuniste è inaccettabile. È una situazione pericolosa anche per gli stessi immigrati, a causa del razzismo, e per tutta la popolazione. Non possiamo far nascere dei ghetti nel cuore delle nostre città” [“Le Monde”, 11 ottobre 1980].
E se fosse stato Jean-Marie Le Pen a fare certi discorsi?
Nessuna lamentela da parte del MRAP neanche quando André Tourné, deputato comunista dei Pirenei Orientali, ha denunciato (Gazzetta Ufficiale del 16 aprile 1984) i “gravi problemi di profilassi” causati dall’ingresso di immigrati clandestini in Francia. A proposito di quei “relitti umani”, ha aggiunto che “bisogna considerare la possibilità che portino malattie e germi vari” e che  è consequenziale “il timore che queste persone […] seminino tra di noi le peggiori infezioni”.
La questione del “razzismo” è diventata così intricata che il MRAP non riesce più a raccapezzarsi. Nel 1982 un conducente della metropolitana ha avuto l’impudenza di mettere in guardia i passeggeri contro i borseggiatori nordafricani. Il MRAP ha quindi immediatamente inviato una lettera di protesta all’Ente dei trasporti. La questione è stata dibattuta dal comitato aziendale, che ha stabilito che un conduttore può assumere certe iniziative senza però fare allusioni “alla nazionalità o alla razza dei borseggiatori”.
[…] Esistono altre circostanze in cui la lotta antirazzista si è coperta di ridicolo.
Prendiamo il caso dell’Actuel, un locale notturno di Lione. Qualche settimana fa una ragazza si presenta alla porta, ma le viene impedito di entrare. È una disavventura che tutte le sere si ripete nei migliori locali parigini senza suscitare alcuno scandalo. Ma questa volta è diverso: la ragazza, che si chiama Yao-djé, è ivoriana, e sostiene che non l’hanno fatta entrare perché è nera. Essendo anche conoscente del deputato del Rassemblement pour la République [partito di centrodestra antesignano dell’UMP] Jean-Michel Dubernard, l’incidente si trasforma in uno scandalo. La giovane ivoriana è infatti la figlia di un amico di Dubernard, il medico personale del primo presidente della Costa d’Avorio Houphouët-Boigny.
Il proprietario del locale viene denunciato nientedimeno che per incitazione all’odio razziale. Sfortunatamente si scopre che il tizio è un arabo e che il suo avvocato, il signor Gourion, parte civile al processo al nazista Barbie, fa parte anche lui del MRAP. A questo punto Gourion attacca Dubernard con argomenti del tipo “il RPR non ha diritto ha essere antirazzista perché è un alleato del Front National”. […] Di colpo, Dubernard, coraggioso ma non temerario, ritira la denuncia e si dà una calmata.
Passano due mesi. Una sera, a un gruppo di giovani viene nuovamente impedito l’ingresso all’Actuel. Il gestore arabo sostiene di non averli fatti passare per il loro aspetto minaccioso. “Proprio per niente”, replica uno dei proscritti, “io sono stato cacciato perché mi chiamo Chekroun e sono ebreo”. Come il gestore sia potuto venirne a conoscenza, la storia non lo dice. Il ragazzo non aveva mostrato neanche la sua carta d’identità, a dimostrazione che in questo affare il nome  non ha la minima importanza. Tuttavia di questo il prefetto se ne infischia: gli hanno detto che il gestore dell’Actuel è razzista e quindi lui fa chiudere il locale per un mese.
Alla fine si scopre che un arabo difeso da un avvocato di un movimento antirazzista può impedire di entrare nel suo locale una nera difesa da un partito di centrodestra, ma non può estendere il divieto a un giovane ebreo. Se fossimo al posto di tutti i movimenti antirazzisti (SOS-Racisme, MRAP e LICRA), cominceremmo seriamente a interrogarci su questo genere di gerarchie».
(Yann Moncomble, Les Professionnels de l’anti-racisme, Faits et documents, Paris, 1987, pp. 117-120).

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