martedì 29 settembre 2015

Un Lama alla fine del mondo


Il Dalai Lama in una intervista alla BBC di qualche giorno fa ha dichiarato che se sarà una donna a rimpiazzarlo, allora la scelta dovrà ricadere su un esemplare femminile dal volto «molto, molto attraente». Alla richiesta di spiegazioni dell’intervistatore, il Maestro ha risposto che, pur essendosi profuso un attimo prima nella sua celebre risata, non stava affatto scherzando. I giornali si sono scatenati: “Dalai Lama shock”; “Il Dalai Lama traumatizza i suoi seguaci”; “La battuta di spirito del Dalai Lama turba gli attivisti per l'eguaglianza” (non sono titoli inventati).
In realtà il Dalai Lama aveva detto la stessa cosa un anno fa in un’intervista con Beppe Severgnini (fa specie che neanche al “Corriere” se ne siano ricordati):
«Se le circostanze saranno giuste, una donna Dalai Lama potrebbe essere più utile per il servizio al Buddha Dharma. Ma se accadrà, questa donna dovrà essere molto, molto attraente, con una bella faccia… Una Dalai Lama femmina con una brutta faccia non servirebbe a molto (ride)…» (Ammiro Francesco, è trasparente. Una donna Dalai Lama? Io dico sì, “Corriere”, 13 giugno 2014)
Probabilmente il povero Tenzin Gyatso ha inserito la battuta nel suo repertorio considerandola già rodata. Del resto è risaputo il suo debole per il gentil sesso, così come le strategie con cui cerca di resistere alle sue seguaci più attraenti (viste le premesse, è plausibile che non sia rimasto molto colpito dalla prima donna occidentale riconosciuta come Lama reincarnato, l’americana di origini italo-ebraiche Alyce Louise Zeoli…):
«A volte nei miei sogni affiorano donne che mi si avvicinano, creature meravigliose, attraenti come dipinti. Ma i sensi non sono un grosso problema, so reagire automaticamente, facendo ricorso alla saggezza e all’esperienza. Perché già nel sogno, subito mi sovviene chi e che cosa sono: un monaco, che è in grado di resistere» (Il Dalai Lama e le belle donne: Le sogno, ma so resistere, “Corriere”, 22 luglio 2007).
Anche lo psichiatra Howard C. Cutler, autore di un libro-intervista al Maestro, lascia trapelare tra le righe questa passione profana:
«Una mattina, dopo aver tenuto la consueta conferenza, s’incamminò, circondato dal seguito, lungo il patio esterno che conduceva alla sua stanza d’albergo. Avendo notato vicino all’ascensore una delle cameriere dell’hotel, si fermò e le chiese di dove fosse. Per un attimo la donna parve intimidita da quel personaggio esotico con la veste rosso scuro e da quell’entourage che lo trattava con deferenza, poi però sorrise e rispose schiva: “Sono messicana”. Egli si trattenne un attimo a parlare con lei, poi proseguì, lasciandola visibilmente contenta ed emozionata. La mattina dopo, alla stessa ora, la cameriera si fece trovare nello stesso luogo assieme a una compagna, e le due salutarono calorosamente il Dalai Lama quando questi entrò in ascensore. Lo scambio di cortesie fu breve, ma le due donne tornarono al lavoro con aria assai felice. Giorno dopo giorno, il gruppo di tibetani incontrò sempre più cameriere nell’ora e nel luogo designati, finché al termine della settimana, lungo il patio che conduceva agli ascensori, a salutare l’ospite illustre c’era un’intera fila di donne con l’impeccabile divisa bianca e grigia» (H.C. Culter, La ricerca della felicità, Mondadori, Milano, 2000, p. 17).
In generale tutti riconoscono al Dalai Lama una assoluta semplicità sia a livello dottrinale che personale, ma se per i suoi ammiratori essa è manifestazione di una sapienza più alta, per gli scettici non è altro che ingenuità: «Il Dalai Lama fece una pausa durante la quale parve riflette, raccogliere le idee. O forse stava solo cercando una parola in inglese» (H.C. Culter, ivi, p. 44).
È anche vero che Tenzin Gyatso pur di venire incontro ai gusti del pubblico farebbe qualsiasi cosa: il concetto base della sua predicazione, l’empatia, si traduce nella pratica in un vago desiderio di piacere a tutti. Per anni egli ha avuto, a livello religioso, il monopolio assoluto dell’attenzione mediatica, e ha potuto dire quel che gli passava per la testa su argomenti che in genere non prevedono una opinione contraria al politicamente corretto quali, per esempio, l’omosessualità («Lo scopo del sesso è la riproduzione, secondo il buddhismo. Gli altri buchi non creano vita. Non posso condonare questo genere di pratiche») o l’immigrazione («Bisogna avere il coraggio di dire basta, quando sono troppi, e intervenire nei loro paesi»).
Dobbiamo riconoscere che l’andazzo è cambiato sul serio, se giornalisti un tempo così solerti nel far passare certe sue dichiarazioni come innocue freddure adesso si permettono di rimbeccarlo. Che è successo? Semplice, sulla scena è apparso un avversario implacabile: Pope Francis. Sembrano appartenere a secoli lontani i tempi in cui gli abitanti di una provincia emiliana colpita dal terremoto protestavano rabbiosamente contro la visita di Benedetto XVI e nel contempo accoglievano con tutti gli onori il Lama tibetano – oggi una reazione del genere sarebbe effettivamente impensabile, sia da parte del popolaccio che della stampa.

È dunque presumibile che anche il Dalai Lama cercherà di allinearsi al nuovo corso, emendando il suo campionario dai lazzi che un anno fa facevano tanto ridere e oggi invece no? Chissà se Tenzin Gyatso vorrà accettare la sfida lanciata da Papa Francesco e competere con lui fino all’estremo e con ogni mezzo necessario, oppure se la consapevolezza di essere l’ultimo dei Lama lo obbligherà a un certo punto a ritirarsi nel silenzio e nella meditazione. Anche lui, in fondo, viene “dalla fine del mondo” ma a differenza del Pontefice (e dei suoi seguaci) non si illude che morto un Lama se ne reincarna un altro.

lunedì 28 settembre 2015

Cosmeticonautica

L’ultima ossessione delle femministe è diventata la Scyenza (che sarebbe tutto quello che i giornali identificano come “scienza”): finché le donne non saranno tutte scyenziate, resteranno sempre inferiori agli uomini. Questo di per sé è già un passo avanti: viene riconosciuta la possibilità di una scienza come tale (seppur in forma di scyenza), senza le etichette di “maschilista”, “patriarcale” o “fallocentrica” (stendiamo appunto un velo pietoso su quanto le stesse scrivevano negli anni ’70). Però tutta questa costa sta diventando, come al solito, stucchevole.

Alla fine il miglior articolo su Samantha Cristoforetti ha dovuto scriverlo un uomo, per giunta di destra e meridionale, Marcello Veneziani, in forma di lettera indirizzata al “Corriere”: Il viaggio negli astri che ci avvicina a casa (13 giugno 2015). Non ricordo contributi degni di nota alla ricezione culturale del viaggio di “Astrosamantha” da parte del gentil sesso, a parte i soliti squallidi peana alla comune appartenenza di genere (oltre a... questo obbrobrio).

Non è stato chiarito, dunque, quale contributo abbia portato la Cristoforetti alla scienza (o scyenza) in quanto donna. Uno potrebbe dire le solite banalità (dolcezza, tenerezza, maternità), dimenticando che la mitezza in genere è una delle caratteristiche intrinseche alla professione di astronauta.
La cosmonautica è infatti uno dei pochi campi in cui lo spirito di collaborazione prevale sulla competitività e sull’arrivismo, perché l’essere umano ragiona in quanto appartenente a una specie (o in modo più romantico, come cittadino del mondo e cose del genere). Se volessimo fare i femministi per moda, potremmo affermare che in tale ambito sono già presenti “valori femminili” e dunque è per questo che le donne vanno sempre più spesso nello spazio (può darsi che i pionieri di Marte saranno proprio donne, anche se probabilmente la prima cosa che diranno sarà: “Pensavamo a un altro tipo di rosso” [© Maurizio Crozza]). Questi sdilinquimenti però li potete trovare ogni giorno su qualsiasi quotidiano, quindi veniamo a cose più serie.

Una ricercatrice dell’Università di Essex ha scoperto che alle femmine piace fare cose da femmine (Perché essere femmine condiziona le ragazze?, “Corriere”, 1 dicembre 2012), soprattutto in Paesi come Norvegia, Svizzera, Stati Uniti, Canada e Inghilterra. Le femministe avanzano la scusa della “pressione ambientale”: le donne devono essere libere di determinare il proprio futuro, ma sarebbe meglio che venissero indirizzate verso professioni in cui prevalgono gli uomini (secondo il classico principio che le donne sono libere di fare quello che le femministe dicono loro di fare).
L’Unione Europa anni fa ha promosso «una campagna triennale per incoraggiare le ragazze ad accostarsi allo studio di scienza, tecnologia, ingegneria e matematica» (Donne visionarie, scienza e innovazione, “Corriere”, 9 ottobre 2012): in verità questa “campagna” è finita il giorno stesso in cui è cominciata. Il progetto “Science: It’s a Girl Thing!” (pensato da donne per altre donne) è stato immediatamente affossato in quanto “offensivo e denigrante”. Il motivo? La Commissione Europa ha lanciato la campagna con lo spot qui sotto (ritirato subito dal canale ufficiale), accompagnato dallo slogan «La scienza ispira, illumina e cambia il nostro mondo. È la base per i nostri cosmetici, la moda, la musica e molto altro. Quindi, cosa ti impedisce di lasciarti coinvolgere dalla scienza?»:


Le ragazze vengono presentate come superficiali ed edoniste… forse gli eurocrati hanno preso alla lettera l’aforisma di Karl Kraus: «La cosmetica è la scienza del cosmo della donna»[1]?
Ormai è pacifico che la formula “pari opportunità” significhi “meno opportunità per gli uomini”. Adesso però viene fuori che, anche in un ambiente in cui le donne hanno gli stessi diritti dei maschi  e sono chiamate quotidianamente a superarli in qualsiasi campo, esse continuano a preferire le “cose da femmina”. Secondo la Cavarero –una a caso– la parità di diritti è «una finta uguaglianza che rischia di omologare le donne». Perché? Ovviamente perché essere donna è un valore aggiunto, che si esplica nel diventare donna (cioè femminista?). Il problema è se oltre alle chiacchiere ci sia dell’altro, o se il femminismo è solamente la commercializzazione di una fallacia logica: le donne sono migliori degli uomini perché sostengono la tesi di essere migliori degli uomini. Quante risorse, energie e talenti sono stati buttati nella guerra tra i sessi? (Servirebbe una ricerca anche su questo).

In verità l’idea dell’Unione Europa non era poi così sbagliata: per quantificare contributo della femminilità alla scienza bisogna in primo luogo stabilire i criteri di tale femminilità.
La questione è emersa nuovamente, e purtroppo in modo abbastanza brutale, quando alcuni commenti sessisti pubblicati su Facebook ancora contro la Cristoforetti hanno generato ulteriori commenti indignatissimi (e altrettanto imbarazzanti). Da un lato si sostiene che la nostra connazionale è poco attraente e che il viaggio nello spazio è inutile per risolvere i problemi quotidiani dei cittadini italiani; dall’altro che siamo sempre i soliti italiani beceri e maschilisti, ignoranti e subumani.
La condanna di qualsiasi insulto, soprattutto di carattere sessuale, è ovviamente scontata, così come la solidarietà a questa eroina dei nostri tempi. Tuttavia sostenere che le osservazioni di carattere estetico siano totalmente fuori luogo non è un atteggiamento corretto, poiché così facendo si tenta di rimuovere un archetipo profondamente radicato nell’immaginario collettivo: quello dell’astronauta sexy. Affermare che questo tipo di carattere non abbia in alcun modo influenzato (o addirittura incentivato) il progresso scientifico è una cattiveria gratuita che ha molto di che spartire con i commenti machisti di cui sopra. Se tutte queste artiste non avessero prestato la loro arte al servizio della scyenza, probabilmente oggi le masse non proverebbero alcuna attrazione nei confronti dell’esplorazione spaziale. Per questo e altri motivi, in conclusione dedichiamo loro una breve gallery:

sabato 26 settembre 2015

Pippo Franco, un Adelphi ignorante


Un amico mi segnala questo fotomontaggio dalla pagina Facebook “Gli Adelphi Ignoranti”. Il riferimento è particolarmente azzeccato perché potremmo definire il personaggio stesso di Pippo Franco come un “Adelphi ignorante”, sia dal punto di vista biografico – chi non conosce la leggenda della sua sostituzione con il contrabbandiere Salatino Fulvio Franco, che prese il posto del vero Pippo Franco ucciso da un contadino mentre rubava delle mandorle? –, sia da quello spirituale (e intellettuale) – pochi sanno delle incursioni del Nostro nell’ambito della destra esoterica e della mistica cattolica, alle quali ha dedicato anche due libri memorabili, Pensieri per vivere. Itinerario di evoluzione interiore (Edizioni Mediterranee, 2001) e La morte non esiste. La mia vita oltre i confini della vita (Piemme, 2012) – di cui uno (il primo) è un “Adelphi Ignorante” a tutti gli effetti.

Liquidiamo immediatamente la questione politica: nel 2006 l’artista si è candidato per la lista Dc-Psi nella circoscrizione Lazio (con capolista Andreotti, anacronismo sublime) e nel 2013 ha ottenuto duecento voti alle primarie di Fratelli d’Italia per l’elezione del sindaco di Roma. Qualche anno fa è incappato nel classico “scandalo intercettazioni” mentre discuteva con Vittorio Emanuele di Savoia della barca a vela di D’Alema e della spaventosità del “comunismo al caviale” (niente di penalmente rilevante). In un’intervista a un controverso sito tradizionalista del gennaio 2012 (forse in seguito ritrattata), ha affermato che «il comunismo ha fallito dovunque», che la massoneria è «atea e materialista, un autentico anticristo» e che «è doveroso pregare per la conversione e la guarigione dell’omosessuale». Eppure, alla luce di tutto questo, non sarebbe comunque lecito definire Pippo Franco “uomo di destra”, a meno di non voler appioppare la stessa qualifica anche alle edizioni calassiane (il che, se fossero vero, garantirebbe in automatico a un “Adelphi Ignorante” il diritto di candidarsi per il Partito Socialista della Democrazia Cristiana).

Veniamo dunque ad argomenti più interessanti, tralasciando la sua encomiabile attività di artista a tutto tondo (dal punto di vista dell’adelphismo ignorante l’unica cosa rivelante è il film Attenti a quei P2, in cui interpreta il Doppelgänger massonico del presidente del consiglio), e occupandoci delle sue fatiche letterarie (che magari un giorno verranno pure ristampate da Adelphi, chi può saperlo).
Il volume del 2001, Pensieri per vivere, pubblicato niente di meno che dalle leggendarie Edizioni Mediterranee (accanto a Evola, Coomaraswamy, Schuon ed Eliade, per dire), è uno zibaldone di riflessioni, poesie e citazioni delle “guide spirituali” dell’Autore (Gurdjieff, Ouspensky, Osho) incentrato sulla ricerca di se stessi e sull’evoluzione interiore. Pippo Franco intende tramandare una antica sapienza attraverso pensieri ed esortazioni facilmente applicabili alla vita quotidiana, come una basilare ortoprassi per la “guarigione interiore” e il ricongiungimento con «la fonte superiore di se stessi». È la mistica della “Quarta Via” nella forma dell’almanacco di Padre Indovino, una delle espressioni più rudimentali ma genuine della scuola gurdjieffiana. Pur essendo solo un libro «da tenere sul comodino», Pensieri per vivere rappresenta, nel suo piccolo, ancora un successo editoriale.

Il secondo libro, La morte non esiste, per i tipi dell’editrice cattolica Piemme, è decisamente  più complesso sia dal punto di vista della forma che dei contenuti. Le vaghe aspirazioni al conseguimento di un “insegnamento sconosciuto” ora sono tutte incanalate nella Via Stretta indicata da Cristo: rispetto all’opera precedente, la religiosità di Pippo Franco è molto più ortodossa e conforme all’insegnamento della Chiesa. L’ingenuo negromante che andava ai convegni evoliani sperando di incontrare Guénon cede il passo al figlio spirituale della veggente Natuzza Evolo e rivela la grandezza di un’anima che non è andata persa. Attraverso memorie di infanzia, esperienze di religiosità autentica, storie di pellegrinaggi e apparizioni, Pippo Franco racconta la sua ricerca di ciò che lui di volta in volta definisce “Spirito” («La materia è la parte più densa dello Spirito»), “Forza” («[nelle difficoltà] invoco l’aiuto della Forza che conosco»), “essenza delle anime”. È l’esistenza di questo principio immateriale a fondamento dell’universo che lo porta a negare alla morte il dominio sulle vicende umane: «“Morte” [è una] definizione incompleta, senza possibilità di salvezza [per una realtà] che invece alcuni santi chiamano, più giustamente, il Transito».
Finalmente estraneo a sofisticherie occultistiche, Pippo Franco vincola le sue affermazioni a esperienze concretissime come, per quanto riguarda il dialogo ininterrotto con la Evolo, la contemplazione di un fazzoletto in cui la veggente di Paravati si asciugò una goccia di sangue e che ancora adesso rivela disegni precisi e articolati, un linguaggio che con il passare degli anni il Nostro interpreta «sempre più profondamente», la cui portata mistica riassume in una sorta di apoftegma: «Dio può essere una Cosa Semplicissima o invece molto Complicata. Per me era molto Complicato, per [Natuzza] invece Semplicissimo».
(È curioso, notiamo di sfuggita, che proprio le Edizioni Mediterranee, generalmente “allergiche” al cattolicesimo, abbiano dedicato ben due volumi al “caso Evolo”, uno nel 1974 –I fenomeni paranormali di Natuzza Evolo– e uno nel 1995 –Emografie, bilocazioni e guarigioni spirituali della mistica di Paravati–; parlando di Pippo Franco la battuta viene spontanea: si saranno sbagliato di una vocale? A parte gli scherzi, il comico è stato uno dei suoi primi seguaci sin dagli anni ’80, quando si recò dalla mistica per chiederle di pregare per suo figlio che sembrava spacciato ancor prima di nascere. Non resta da chiedersi se sia stato l’attore a influenzare l’editore, o viceversa).

Non vorrei dilungarmi oltre sulle esperienze spirituali di Pippo Franco (dai pellegrinaggi di Medjugorje all’incontro con padre Matteo La Grua) perché i santi bisogna lasciarli stare. Nel chiudere questo modesto omaggio al grande artista mi limito pertanto a evidenziare un aspetto interessante, seppur celato, che emerge dal volume, ovverossia la complementarietà di fede e spettacolo a livello nazionalpopolare. Pippo Franco non fa distinzione tra arte (che comprende anche il mestiere dell’attore) e vita (che ora per lui è soprattutto la “ricerca interiore”): andare in scena è, come ha dichiarato in un’intervista, «un ex-voto continuo». È per questo che l’uomo non può vivere la propria esperienza di fede esclusivamente nel privato, ma ha bisogno di renderla accessibile agli altri, di testimoniarla e, in caso estremo, anche recitarla. La meschinità di quelli che lo accusano di voler rilanciare la sua immagine sfruttando la credulità popolare non solo impedisce loro una autentica compresione della lezione spirituale del Nostro, ma altresì li obbliga a crucciarsi continuamente per la “sproporzionata” presenza di contenuti religiosi nei palinsesti televisivi (un fenomeno che in generale indigna solo in riferimento al cattolicesimo, anche se la sua “quota”, a livello italiano e globale, è penosamente minoritaria).

Nonostante il “credo” di Pippo Franco sia germogliato su frammenti di misticismo, gnosi e pseudo-esoterismo, la forma finale in cui esso si esprime non può che essere “cattolica” nei molteplici significati che il termine offre: i “gusti del pubblico” non tollerano l’oscurità, l’esclusività, il settarismo, ma una testimonianza chiara, accessibile, solare e tramandabile («Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate all'orecchio predicatelo sui tetti» [Mt 10,27]). E, perché no, anche “ignorante”, non solo in riferimento alla docta ignorantia del Cusano ma, anche e soprattutto, a quella scorza di profanitas che rende immuni da ogni tentazione “sapienziale” imbellettata da delicate tinte pastello.

«Io credo che noi non siamo esseri umani in cerca di una esperienza spirituale,
ma esseri spirituali in cerca di una esperienza umana»

venerdì 25 settembre 2015

La questione antirazziale. Quando gli ebrei erano compagni di strada

Tra gli anni ’50 e ’60 le due comunità ebraiche più numerose d’Occidente, quella americana e quella francese, si impegnarono in prima linea nella difesa dei diritti delle altre minoranze nazionali, rispettivamente gli afroamericani degli Stati del Sud e i mussulmani di recente immigrazione.
Gli storici considerano il periodo la golden age dei rapporti tra queste minoranze e identificano il punto di rottura a metà degli anni ’60, a causa sia della guerra dei sei giorni (che influì soprattutto sui movimenti europei, mentre negli Stati Uniti colpì inizialmente solo le frange più politicizzate), sia della disparità crescente tra la posizione sociale degli ebrei e quella delle altre minoranze (una contraddizione che in ambito americano intaccherà tutti i livelli del dissenso, dal “ghetto” all’accademia).

Nel suo volume Les Professionnels de l’anti-racisme (1987), il giornalista Yann Moncomble (1953–1990) ricostruisce in senso critico la storia dei movimenti antirazzisti francesi, rilevando come i più influenti di essi nacquero per iniziativa di associazioni ebraiche – non a caso il libro inizia con un capitolo dedicato all’Affaire Dreyfus e si conclude con un’indagine sul B’nai B’rith, la massoneria ebraica.
È interessante osservare come lo stesso Moncomble, nonostante la tacita volontà di smascherare il “complotto giudeomassonico” dietro all’antirazzismo istituzionale, sia costretto per onestà intellettuale a segnalare i numerosi casi in cui la comunità ebraica e quella mussulmana, dimenticando di essere compagnons de route, entrarono in rotta di collisione. Per fare qualche esempio: nel 1982 la celebre “Ligue internationale contre le racisme et l’antisémitisme” (L.I.C.R.A.), fondata e gestita da importanti personalità ebraiche, portò a processo il quotidiano “Liberation” per aver pubblicato una lettera in cui un certo Kamel rivolgeva un appello «a tutti i fratelli arabi» affinché «nessuno ebreo possa più sentirsi al sicuro nelle banlieue»; nel 1970 il “Mouvement contre le racisme et pour l’amitié entre les peuples” (M.R.A.P.) per distinguersi ed emanciparsi dai “concorrenti” della LICRA (a detta loro “cripto-sionisti”) denunciava nei suoi convegni la “finanza ebraica” e censurava (su pressione del Partito Comunista francese) qualsiasi notizia sull’antisemitismo in Unione Sovietica; negli anni ’80 l’organizzazione non governativa “S.O.S. Racisme”, sostenuta da Bernard-Henri Lévy e Marek Halter, tentò di riallacciare i rapporti tra jeunes juifs e jeunes arabes inaugurando la lunga tradizione dell’auto-razzismo francese, ma venne accusata di subalternità al “progetto sionista” dai rappresentanti delle associazioni antirazziste arabe per tramite delle più importanti testate di estrema sinistra; nel 1985 il presidente del “Comité national des Français juifs” rilasciò un comunicato per disapprovare la tendenza ad equiparare gli ebrei perseguitati dai nazisti agli immigrati magrebini di recente immigrazione:
«Con tutta la buona volontà e le migliori intenzioni, non arriverei a stabilire una relazione tra il massacro intenzionale degli ebrei europei dai parte dei nazisti e il rifiuto di accogliere una marea di magrebini prolifici e difficilmente assimilabili che potrebbero sconvolgere in poco tempo tutti gli equilibri della nazione. Per sostenere la loro causa, la sinistra favorevole all’immigrazione di massa mette nello stesso gruppo gli israeliti, francesi da generazioni, poco numerosi e perlopiù professori universitari o grandi industriali, con i milioni d’immigrati attirati dai vantaggi materiali che trovano in Francia. […] Il sillogismo che tutti quelli preoccupati dell’immigrazioni siano dei razzisti, cioè degli antisemiti, è una impostura» (“Agence télégraphique juive”, 29 gennaio 1986, cit. in Y. Moncomble, Les Professionnels..., pp. 108-109).
Dagli anni ’80 in poi, i rapporti non fecero che degenerare: se nel 1995, ai tempi della prima rivolta organizzata delle banlieue, il regista Mathieu Kassovitz nella sua celebre pellicola La Haine (“L’odio”) poteva far interagire un ebreo, un arabo e un nero occultando gli attriti etnico-religiosi in maniera piuttosto goffa (non solo nessuno dei mussulmani presenti nel film si permette di fare battute antisemite contro il personaggio interpretato da Vincent Cassel, ma quando costui si vanta di aver imparato a guidare in Israele i suoi due compari non trovano nulla da obiettare – se non che in realtà non sappia guidare…), nella seconda e più eclatante contestazione di dieci anni dopo, la “star del ghetto” israelita, così spigliata tra i suoi coetanei arabi, avrebbe fatto la stessa fine di Ilan Halimi, torturato e ucciso dalle gang des barbares proprio perché ebreo.


Entrambe gli schieramenti, nell’ultimo decennio, hanno subito una radicalizzazione irreversibile: mentre gli arabi di seconda o terza generazione scendono in piazza al grido “Nous sommes tous des Palestiniens!”, nelle manifestazioni a sostegno di Israele si urla “Morte all’arabo”. Ormai le associazioni che considerano la “R” di Racisme e la “A” Antisémitisme come parti di una stessa sigla non sono che simulacri di un “fronte unico” che probabilmente è esistito solo per pochissimi anni tra la fine della Seconda guerra mondiale e la Guerra dei sei giorni.
In Francia tuttavia la “questione antirazziale” resta ancora un tabù e il dibattito, anche a livello accademico, si fa dettare i tempi dagli attentati, dalle contese politiche e dalle provocazioni intellettuali, come hanno dimostrato i casi Dieudonné (il comico che rivendica il diritto di ridicolizzare la Shoah) e Sottomissione (l’ultimo romanzo di Michel Houellebecq, che descrive una Francia islamizzata dove gli arabi obbligano gli ebrei a emigrare in massa).

Per quanto concerne gli Stati Uniti, la discussione è più aperta e rispecchia la complessità del fenomeno, che include non solo ebrei e arabi, ma anche la galassia dei movimenti afroamericani, dagli eredi di Martin Luther King ai Black Muslims. Sono stati proprio gli storici americani a circoscrivere la golden age tra il 1955 e il 1966, gli anni ruggenti della lotta per i diritti civili, in cui i continui sforzi di King per reprimere ogni forma di antisemitismo nella comunità nera vennero premiati dalle associazioni ebraiche con un sostegno culturale e materiale alle iniziative del reverendo. Già negli anni ’70 la liaison si era però trasformata in una parodia di se stessa, tanto che Tom Wolfe poteva immortalare in Radical Chic lo squallido spettacolo di una coppia di ricchi ebrei annoiati che al sabato sera invitano i “marescialli di campo” delle Pantere Nere per mettere in scena la contestazione in forma di avanspettacolo.
Fu proprio la disparità tra condizioni di vita, più che particolari motivazioni ideologiche o politiche, a sancire l’impossibilità di un fronte comune tra ebrei e afroamericani. Il fenomeno iniziò a manifestarsi a livello collettivo solo dopo l’ascesa della “Nation of Islam” e dei separatisti neri: in precedenza, il gergo pseudo-marxista con cui si esprimevano i militanti attenuava le tentazioni etnocentriche.
Un esempio illuminante è quello di George Jackson (1941–1971) che, con i “Fratelli di Soledad” [1] (un gruppo di carcerati neri accusati di aver assassinato un poliziotto) divenne simbolo della nuova forma di attivismo afro, quello del «guerrigliero comunista nero col coraggio in una mano e il fucile nell’altra». Nelle lettere dal carcere di Jackson si sprecano i paragoni tra la situazione dei neri d’America e quella degli ebrei sotto il nazismo: le prigioni californiane sono come Dachau e Buchenwald, i poliziotti bianchi si comportano come la Gestapo, il sistema vuole perpetrare un nuovo olocausto contro i neri, ecc…. Non è superfluo ricordare che in difesa dei “fratelli” intervenne un team di avvocati liberal quasi tutti di origine ebraica (tra i quali la sfortunata Fay Stender, gambizzata da un compare di Jackson che la incolpava di aver “tradito la causa”) [2], e che lo stesso Jackson, scrivendo a un’attivista ebrea, precisava che la razza per lui non era mai stato un problema. In effetti, nonostante fosse anche lui un “maresciallo di campo” delle Pantere Nere, il “guerrigliero nero” fu sempre restio a «porre sotto accusa l’intera razza bianca» e ad attribuire le responsabilità del capitalismo su una etnia: nonostante fosse un avido lettore di W.E.B. Du Bois, il padrino della cultura afrocentrica, che nel 1903 accusava gli ebrei di essere gli eredi degli schiavisti, Jackson si limitava a denunciare la «dittatura della classe industriale-capitalista» che era subentrata allo schiavismo [3].
Ciò nonostante, non fu difficile per i mussulmani neri far penetrare la dottrina separatista attraverso la retorica marxista: un esempio di questa transizione è rappresentato dal percorso carcerario di Kody Scott, un appartenente dei Crips di Los Angeles che, dopo una vita da gangster, si avvicinò all’islam attraverso il nazionalismo nero, i cui adepti all’inizio gli fecero leggere i pensieri di Mao e alla fine gli diedero in pasto l’opuscolo Were Marx and Engels White Racists?, in cui si liquidava il marxismo come filosofia eurocentrica. Nella sua autobiografia Monster (1993), Scott mischia il gergo anticapitalista di George Jackson, il razzismo anti-bianchi dei separatisti (gli europei, essendo bianchi, cioè senza colore, non sarebbero umani ma mutanti, degenerazioni genetiche dell’uomo nero primordiale) e l’eresia afrocentrica che animava i vari gruppi black muslims.
Il disordine teologico, politico e ideologico che serpeggia tra i vari gruppuscoli di mussulmani neri statunitensi, presente sia dagli albori del movimento che nei suoi momenti decisivi (come l’assassinio di Malcom X, ancora senza un movente plausibile), ha regalato momenti memorabili, come –tanto per citare– l’invito ufficiale di una rappresentanza del Partito Nazista Americano a un summit della Nation of Islam del 1962, con George Lincoln Rockwell che applaudiva Malcom X mentre scandiva slogan separatisti; l’incredibile successo tra i neonazisti del volume The Secret Relationship Between Blacks and Jews, pubblicato dalla casa editrice della N.O.I. nel 1991, e infine, l’elogio di Hitler da parte di Louis Farrakhan, ultima personalità di spicco dell’associazione (oggi a quanto parte convertito a Scientology).

(cfr. “Rare Historical Photos”)
Sarebbe interessante approfondire il modo in cui la Nation of Islam è riuscita a farsi finanziare da Paesi come Iran, Libia e Arabia Saudita proponendosi come punta di lancia dell’islamismo negli Stati Uniti, ma lasciamo il compito a chi volesse scrivere un saggio sui rapporti tra religione e situazionismo. Dal punto di vista ideologico, questo movimento non ha fatto altro che portare all’estremo alcune “controversie” messe a tacere durante il “Periodo d’oro”. Molti intellettuali afroamericani evidenziano come la golden age rappresenti un mito quasi esclusivamente per gli ebrei, i quali tendono a «idealizzare il periodo perché il loro status sociale attuale […] contrasta con l’immagine che hanno di se stessi quali progressisti che simpatizzanti con i perdenti» (Cornel West,  Race Matters, Beacon Press, 1993, p. 73). In generale, il punto di vista nero sull’idillio è piuttosto disincantato: per Harold Cruse la presenza degli ebrei come mediatori tra afroamericani e bianchi ha ostacolato l’emergere di una coscienza etnica nera (The Crisis of the Negro Intellectual, 1967), mentre la storica Hasia Diner, riportando quello che secondo lei è l’opinionedi molti neri, ha sostenuto che «la relazione non è mai stata paritaria, perché gli ebrei sedevano nei consigli delle organizzazioni nere e comandavano le istituzioni nere, ma non hanno mai permesso ai neri di fare lo stesso» (In the almost promised land. American Jews and Blacks, John Hopkins Press, Baltimora 1995, p. xi).
Sul versante ebraico, effettivamente sono molti gli intellettuali che provano una nostalgia canaglia per gli anni ruggenti del progressismo: nel 1999 il rabbino Marc Scheiner ha dedicato un volume sulla relazione storica tra neri ed ebrei d’America (Shared Dreams: Martin Luther King Jr. and the Jewish Community) con lo scopo dichiarato di riallacciare i legami tra le due comunità dopo anni di ostilità [4].
Anche il controverso volume di Martin Bernal Black Athena (1987) nasce da una aspirazione simile:
«Riconnettendo la Grecia, antenato culturale putativo dell’Occidente, con il mondo semita (fenici ed ebrei) da una parte ed egizio-africano dall’altra, Bernal può nuovamente riunire le due componenti progressiste della lotta per i diritti civili degli anni sessanta: gli ebrei e i neri americani. […] L’opera si intitola in effetti Black Athena e non come avrebbe potuto essere African Athena, designando così il mercato afroamericano come obiettivo privilegiato» (Jean-Loup Amselle, Connessioni. Antropologia dell’universalità delle culture, Bollati Boringhieri, Torino, 2001, p. 93).
La tendenza all’idillio è dunque maggioritaria da parte ebraica, anche se non mancano le voci critiche (quasi sempre affette da Selbsthass), come quella di Israel Shahak:
«L’apparente entusiasmo mostrato dai rabbini americani o dalle organizzazioni ebraiche degli Stati Uniti negli anni ’50 e ’60 nel sostegno ai neri degli Stati del Sud, fu motivato solo dall’interesse degli ebrei stessi, così come anche il sostegno comunista. Lo scopo era, in entrambi i casi, di imprigionare politicamente la comunità nera, per garantirsi da parte di essa un sostegno incondizionato alle politiche di Israele in Medio Oriente» (Jewish History, Jewish Religion, Pluto Press, London, 1994 p. 103).
Osservando la “questione antirazziale” da una prospettiva più ampia, si nota che nonostante le analogie tra la situazione americana e quella francese, le modalità in cui i conflitti si manifestano nelle due società restano chiaramente differenti.
Negli Stati Uniti la maggior parte dei contrasti nasce soprattutto dalla tendenza alla radicalizzazione degli stereotipi culturali, etnici o identitari che le minoranze sono autorizzate a perseguire finché non escono dai limiti della “religione civile” americana. L’eventualità che le ostilità tra comunità nera ed ebraica sfocino in una guerra civile è perciò da escludere.
Ben diverso, invece, il clima che si respira in Francia (e in Europa): nonostante gli unici che attualmente possano permettersi di predicare un antisemitismo “duro e puro”, senza neppure l’alibi dell’antisionismo, siano solo gli immigrati arabi e mussulmani (o i loro discendenti), in quanto “minoranza oppressa” (secondo i media e le associazioni antirazziste), a finire sul banco degli imputati sono quasi sempre gli Stati europei. Ciò è dettato soprattutto dalla “retorica olocaustica” che l’ebraismo del Vecchio Continente ha adottato a partire dagli anni ’60 e che impone, da un lato, di accettare il paragone tra immigrati mussulmani ed ebrei deportati e, dall’altro, di ricondurre le cause dell’antisemitismo a una responsabilità collettiva dell’Europa. Tutto questo non fa che rendere ancora più confuse e incoerenti le reazioni delle comunità ebraiche dei vari Paesi, compresa quella israeliana: ci sono rabbini che sostengono il leader dell’estrema destra olandese Geert Wilders per il suo fervente sionismo, altri che auspicano l’islamizzazione dell’Europa per favorire l’aliyah e punire così gli eredi dei responsabili della Shoah [5].
Non sono soltanto le frange estremiste dell’associazionismo ebraico (come la “Ligue de défense juive” o la “Union des étudiants juifs de France”) ad aver abbracciato una forma mentis riconducibile alle tesi del famigerato libello di Bat Ye’or, Eurabia (in cui si identifica l’immigrazione come prima causa dell’antisemitismo europeo e si accusa la Francia di aver favorito in tutto i modi l’arabizzazione del continente); anche molti ebrei “moderati” o agnostici hanno riconosciuto l’impossibilità di convivenza tra vecchi “compagni di strada” e, piuttosto che appiattirsi sulle posizioni dell’estrema destra europea, hanno preferito seguire i suggerimenti della loro destra e fare aliyah per sempre.

In conclusione, lo stesso fenomeno che negli Stati Uniti può dare vita nel peggiore dei casi alla solita guerriglia urbana (che persino al livello massimo di politicizzazione non riuscirà mai a tracimare dai confini dell’abituale violenza americana), dalle nostre parti può trascinare un intero Paese in una guerra civile, per tutti i motivi che abbiamo elencato, ossia: mancanza di una civil religion europea come base di integrazione; radicalizzazione su base etnico-religiosa delle diverse associazioni; impossibilità di condurre un dibattito aperto e libero da complessi; tendenza delle minoranze a formulare una accusa collettiva nei confronti della nazione in cui si trovano (da “sinistra”: mancanza di accoglienza e integrazioni da parte della popolazione e delle istituzioni locali; da “destra”: rifiuto di porre un limite all’immigrazione di massa e complicità con gli invasori mussulmani). È quindi con grande preoccupazione che i cittadini europei devono guardare a un conflitto che all’apparenza non sembra riguardarli (se non come vittime indirette di attentati), ma che alla fine, in un modo o nell’altro, finirà per coinvolgerli tutti.

giovedì 24 settembre 2015

In guerra con Sodoma

«Uno di questi giorni una Chiesa che rifiutasse, per ragioni evidenti, di sposare preti omosessuali, potrebbe essere accusata di violare i diritti fondamentali dell’uomo. E se tutto un Paese profondamente cattolico si unisse al rifiuto, sarebbe possibile ricorrere ai missili da crociera per piegarlo»
(Jean-Jacques Langendorf, “La grande confusione”, in Serbia ed Europa. Contro l’aggressione della Nato, Graphos, Genova, 1999, pp. 139-140)

Da qualche anno a questa parte, ogni 17 maggio i soldati della missione europea EULEX in Kosovo issano la bandiera arcobaleno davanti al loro quartiere generale per celebrare la “Giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia”. Lo stendardo serve soprattutto a ricordare, come afferma il sito ufficiale dell’Unione Europea, che «i diritti LGBT fanno parte dei “criteri di Copenaghen” per l’ingresso nella UE».

Ci sarebbero tante considerazioni da fare, ma limitiamoci a qualche osservazione (dopotutto si tratta di un sensitive issue): è giusto, in primo luogo, ricordare che fino al 2008 la bandiera arcobaleno rappresentava principalmente il pacifismo internazionale. Dopo quella data, con l’elezione di Obama a ultimo rappresentante del gioachimismo, l’arcobaleno è diventato simbolo esclusivo dei gay militanti, nuovo alibi politicamente corretto di vecchi propositi imperialistici.
Messa quindi definitivamente da parte l’ideologia pacifista, le agenzie culturali dell’“era democratica” hanno preferito porre l’accento sul connubio tra militarismo e omosessualità, catechizzando le truppe sulla “questione gay” attraverso un’intensa propaganda, come dimostrano, tanto per fare qualche esempio, i manifesti affissi negli uffici della Difesa americana e le “pubblicità progresso” inglesi sulla fedeltà dei soldati gay monogami.

(fonte)
Non è affatto paradossale, quindi, che negli ultimi anni la bandiera arcobaleno si sia trasformata nell’unico orpello che le truppe dei Paesi occidentali sono autorizzate a esibire (immaginiamo cosa sarebbe successo se qualche settimana prima i soldati avessero esposto un vessillo qualsiasi per celebrare il Primo Maggio, per non dire dei simboli religiosi).

Per comprendere come si è giunti a tale esito, è tuttavia necessario ricostruire brevemente il percorso che durante la presidenza Obama ha portato alla militarizzazione dell’omosessualità e all’omosessualizzazione del militarismo.
Nel discorso di insediamento per il suo secondo mandato, il Presidente americano mise la “questione gay” in cima alle sue preoccupazioni: «Our journey is not complete until our gay brothers and sisters are treated like anyone else under the law». A dispetto di quanto andava affermando nel 2008 («Credo che il matrimonio debba essere tra un uomo e una donna. Come cristiano, ritengo anche che questa unione sia sacra»), Obama una volta eletto cambiò repentinamente idea: se nel primo mandato si limitò a qualche iniziativa simbolica, come il “Mese dell’orgoglio lesbico, gay, bisessuale e transgender” (proclamato puntualmente ogni anno dal giugno 2009), fu a partire dal 2012 che il tema dei diritti degli omosessuali si trasformò in un vero e proprio apparato ideologico di Stato.

Non vogliamo soffermarci sui vantaggi personali che Obama ottenne dalla “svolta”, anche se la decisione di appoggiare il matrimonio gay scatenò «una nuova ondata di supporto finanziario da parte dei donatori gay e lesbiche, che erano già i più ferventi sostenitori della sua candidatura» (Gay donors thrilled by Obama gay marriage stance, “LA Times”, 9 maggio 2012), per non dimenticare gli altri benefattori che si aggiunsero alla causa: Goldman Sachs, JP Morgan, Barclays, Deutsche Bank, oltre a un gruppo di finanzieri repubblicani che investì milioni di dollari solo per l’approvazione delle nozze tra omosessuali (cfr. Gay e finanza, a Londra il summit delle grandi banche globali, “IlSole24Ore”, 9 novembre 2012; Conquista l’omosex: la tolleranza è un business, “Il Fatto Quotidiano”, 16 gennaio 2013).

Forse ancora più impressionante il fatto che lo zelo di Obama trovò piena giustificazione soprattutto in una dimensione internazionale, poiché in aggiunta al supporto politico e finanziario, gli Stati Uniti, attraverso la risoluzione ONU A/HRC/17/L.9/Rev.1 del 17 giugno 2011 (fatta presentare dal Sud Africa per impedire agli altri Paesi africani di protestare contro l’imposizione di valori “occidentali”), garantirono alla causa omosessuale anche la possibilità di avvalersi d’una “ingerenza umanitaria” verso i Paesi poco rispettosi dei diritti delle minoranze sessuale.

Questa “rivoluzione” a livelli del diritto internazionale, presentata come “storica” dalle agenzie di stampa, in verità non è stata ancora recepita, ma un giorno potrebbe trasformare in realtà il ragionamento per assurdo di Langendorf: proprio per evitare la possibilità dei “tomahawk arcobaleno”, ci si augura che la portata di tale risoluzione non venga mai afferrata del tutto...

Perché la pedofilia non è ancora legale

Qualche anno fa i giornalisti svedesi scoprirono un’intera sezione della Biblioteca Reale di Stoccolma dedicata alla pedopornografia (Swedish national library in child porn scandal, “The Local”, 21 gennaio 2009): si trattava di un “lascito” degli anni ruggenti del libertinismo scandinavo, che nel 1960 condusse alla legalizzazione della pornografia minorile. Dal momento che la Kungliga Biblioteket ha l’obbligo di raccogliere qualsiasi cosa venisse stampata nel Paese, rivistacce da titoli inequivocabili come “Teenangels” e “Lolita” passarono direttamente dai negozietti per pervertiti agli archivi reali. In quegli stessi anni, la “Federazione svedese per i diritti di gay, lesbiche e transgender” (Riksförbundet för sexuellt likaberättigande) riuscì poi a persuadere il governo a creare una commissione per la depenalizzazione della pedofilia e dell’incesto (era il 1976).
La pedopornografia venne poi nuovamente vietata nel 1980, e gli svedesi preferirono lasciarsi alle spalle quella stagione di “libertà”. Tuttavia i “reperti” dell’epoca (che paradossalmente possono essere consultati da chiunque, nonostante tali pubblicazioni siano oggi proibite) ci riportano un tempo in cui la pedofilia era molto più tollerata rispetto a oggi.

Di quel tipo di clima si possono raccogliere testimonianze da tutta Europa: qualcuno ricorderà il celebre caso di Daniel Cohn-Bendit, che nel 1975 raccontò in un’autobiografia le sue esperienze erotiche in una scuola materna e nel 2009 fu costretto a scusarsi inscenando un ridicolo autodafé con cui addossò ogni colpa “agli anni ’70” (non che avesse tutti i torti, considerando cos’erano i “Verdi” tedeschi fino a pochi decenni fa).

(Una sintesi del volume di Cohn-Bendit
da S. Berni, Libri scomparsi nel nulla, 2006)
Quel tipo di “anni ‘70” arrivò pure in Italia, e basterebbe sfogliare qualsiasi rivista dell’epoca per trovare decine di testimonianze in tal senso: la “curiosità” con cui si guardava alla pedofilia era fondamentalmente la stessa che si nutre oggi per la famigerata “cultura gay”

Un episodio eclatante, che ebbe risonanza anche nel nostro Paese, fu quello riguardante il fotografo americano Will McBride, che collaborò con la psicologa Helga Fleischhauer-Hardt al primo libro pornografico per bambini, Zeig Mal!, tradotto in italiano nel 1978 da Savelli Editori come Fammi vedere! (sottotitolo: Un libro fotografico di educazione sessuale non conformista per bambini e grandi).


Le riviste facevano a gara per intervistare questo McBride; riportiamo un tipico scambio di battute, tanto per farsi un’idea:
«Qualche anno fa hai prodotto un libro sulla educazione sessuale per i bambini. È stato tradotto in varie lingue ed ha venduto un totale di quasi un milione di copie. È anche stato accusato di essere un libro pornografico, per via delle fotografie che mostrano bambini che giocano con i propri e gli altrui organi sessuali, erezioni, ecc. ecc. Che reazioni hai avuto nei vari Paesi dove è stato pubblicato? 
McBride – In Italia è presto per conoscere le reazioni del pubblico. Altrove le reazioni sono state spesso critiche e violente. Ma la cosa interessante è che gli educatori, i sociologi, pediatri, psichiatri, sessuologi, ecc., lo approvavano pienamente e lo mettevano, in molti casi, sugli scaffali delle scuole. I problemi sorgevano quando il “Pierino” lo prendeva dallo scaffale della scuola e se lo portava a casa e i genitori scoprivano che “Pierino” a scuola aveva un libro con foto “oscene”. Ci sono state parecchie reazioni negative, per esempio, nel sud degli Stati Uniti, ed anche in Europa. Si diceva, appunto, che fosse un libro pornografico»
(da P. Bompard, Un fotografo famoso ha scelto l’Italia, “Fotografare”, dicembre 1979)
Molti altri esempi si potrebbero portare, come le recensioni a riviste americane dai titoli poco originali quali “International Lolita Magazine” o “New Lolita”, oppure le dotte elucubrazioni sul ruolo di prostituta-bambina dell’allora tredicenne Brooke Shields in Pretty Baby di Louis Malle.

Discutere in modo “neutrale” di pedofilia era socialmente accettato e l’aggancio con la cultura gay, come abbiamo visto anche nel caso svedese, allora non faceva indignare le associazioni omosessuali (del resto è noto che per qualche tempo alla International Lesbian and Gay Association fu affiliata l’associazione pedofila americana NAMBLA). Perciò i pedofili potevano apparire come “compagni di strada” nella lunga battaglia per la liberazione dalla repressione sessuale; come tutto questo non abbia però condotto a una legalizzazione progressiva della pedofilia, è ancora materia di discussione.

A mio parere si possono chiamare in causa due eventualità: prima di tutto, la divergenza sempre più netta tra la “militanza” omosessuale e quella pedofila; e in secondo luogo l’attenzione che da oltre un decennio viene data alla violenza sui minori da parte del clero cattolico.

Per quanto riguarda il primo punto, è un fatto che a partire dalla metà degli anni ’80 il mondo gay si è sempre più allontanato da quello pedofilo: anche in Italia è giunto un’eco di tale dissidio, per esempio con la soppressione degli annunci pedo nella rivista gay “Babilonia”. Si potrebbe persino dire che per un lungo periodo gli omosessuali siano diventati i primi censori di questo tipo di “sottocultura”, mentre fino a un attimo prima si tendeva a considerare le tendenze “omo” e “pedo” come parte di una stessa consuetudine, genericamente definita “pederastia”.

Venendo alla seconda ipotesi, potrebbe apparire provocatorio affermare che il più grande ostacolo posto alla legalizzazione della pedofilia sia rappresentato dallo scandalo dei preti pedofili: eppure è proprio da quando si è cominciato a parlare del tema, che il dibattito ha preso una piega inaspettata.
All’accettazione dell’omosessualità a livello collettivo, avrebbe infatti dovuto seguire naturalmente (diciamo così) quello di altre “libertà” sessuali: negli anni ’90, nonostante tutto, c’era ancora grande attenzione da parte della stampa a non “demonizzare”, a non scatenare la “caccia alle streghe”. Ancora nel 2000 un noto sociologo italiano poteva scrivere che i pedofili «ci danno la possibilità di indignarci, magari di odiare, ritrovando almeno in questo, tra tanta frammentazione sociale, un motivo di unità». Dopo che il problema della pedofilia nel clero è emerso con tutto il fragore possibile, gli appelli alla sensibilità e alla comprensione sono stati messi da parte. Si trattava del resto di un’occasione ghiottissima per riaprire il Kulturkampf: che però il dibattito, come abbiamo detto, non dovesse proseguire in tal modo lo si evince, per fare un esempio, da certi articoli sulla stampa inglese con cui si tenta periodicamente di “normalizzare” la questione, e che in genere suscitano una ridda di reprimende e commenti furiosi. Se fossimo negli “anni ’70” di Cohn-Bendit, probabilmente la proposta di diventare più “tolleranti” verso la pedofilia apparirebbe più come una richiesta di routine che come un minaccioso ballon d’essai.

È difficile non riconoscere in tutto questo una manipolazione dell’opinione pubblica da parte dei media, che obbligano a una sorta di “demonizzazione selettiva” della pedofilia. Se l’attenzione viene infatti mantenuta ai massimi livelli quando si tratta del clero cattolico, ben diverso è l’atteggiamento nei confronti di altri “scandali”, quando coinvolgo la BBC o il parlamento britannico. Tale ambivalenza, oltre a essere sconfortante, genera anche la fastidiosissima doppia morale di chi da un lato insorge contro la “pedofilia clericale” e dall’altro invece avanza proposte di depenalizzazione della stessa, a patto che non sia “clericale” (un caso classico è quello dei Radicali).

La situazione ricorda l’ormai proverbiale Mexican standoff, lo “stallo alla messicana” nel quale tre contendenti si tengono a vicenda sotto tiro e nessuno può sparare all’altro senza essere colpito a sua volta.
Abbiamo infatti da una parte l’universo delle lobby gay che, dopo essersi ripulito da qualsiasi legame con la pedofilia, facendola diventare addirittura una sorta di capro espiatorio sul quale scaricare tutte le ansie e paure che un tempo erano riservate alla “pederastia” tout court, ora teme che l’eccessiva demonizzazione dell’“orco” possa portare a un nuovo “giro di vite” (come quello del 1980 in Svezia) e a un ripensamento anche su temi particolarmente cari agli omosessuali militanti quali il diritto all’adozione o la cosiddetta “educazione di genere” nelle scuole; dall’altra, invece, ci sono i propugnatori dell’“amore libero” a oltranza che vorrebbero promuovere o legalizzare «adulterio, masturbazione, orge, sadomasochismo, uso di pornografia e “gadget” sessuali (dal vibratore al viagra alle iniezioni nei corpi cavernosi), scambio di coppie, prostituzione, financo sesso con animali (se non si dà luogo a maltrattamento), e chi più ne ha più ne metta, il tutto sia in chiave etero che omo che transessuale», come scrive un sublime pensatore italiano, che però si rifiuta di aggiungere la pedofilia all’elenco appunto perché troppo “compromettente” (almeno rispetto ai tempi in cui non serviva ancora per polemizzare con la Chiesa); infine ci sono proprio i cattolici, che dovrebbero bere il calice fino alla feccia, cioè accettare la demonizzazione collettiva del clero affinché questa società conservi un residuo di repulsione per l’ultimo “atto impuro” da essa riconosciuto e giunga a considerarlo così connaturato al cattolicesimo da non poterlo mai accettare come “normale”.

Le prime a rimetterci, ad ogni modo, sono sempre le vittime, che subiscono una violenza ulteriore dallo scoperchiamento di un vaso di Pandora che non si sa più come richiudere. Le conseguenze sono imprevedibili: pena di morte solo per i preti pedofili? depenalizzazione sulla base del “consenso”? ritorno obbligato al mos maiorum? Oppure, perché no, un bel diluvio universale, così si fa più in fretta e non ci si pensa più.

mercoledì 23 settembre 2015

Zone temporaneamente pedofile (Tenere fuori dalla portata degli anarchici)

«What's the point of calling oneself “anarchist” if there’s some area of discussion where it’s too disturbing to ever step?»
(Robert P. Helms, Leaving out the ugly part, “libcom.org”, 18 ottobre 2005)
Mi piace spesso mettere in difficoltà chi si professa anarchico giocandomi la carta dell’ultimo tabù sessuale della nostra società: la pedofilia. Sono consapevole che l’argomento “Con l’anarchia i pedofili saranno liberi di fare quello che vogliono” potrebbe apparire come una fallacia logica (precisamente “della brutta china”, o come la chiamano gli anglosassoni, slippery slope), ma eludere il tema con trucchetti sofistici (o con uno scialbo elogio della libertà sessuale) è una conferma implicita dell’inconsistenza della propria militanza. Non è un caso che nessun teorico dell’anarchia si sia mai interrogato su tale eventualità, nonostante la pedofilia crei più allarme sociale dei cortei o delle fanzine “sovversive”: con difficoltà sono riuscito a scovare una discussione (risalente al 2009) riguardante la pagina “Paedophilia” della Anarchopedia (la “versione anarchica” di Wikipedia). L’imbarazzante brevità della voce è dovuta alle pesanti modifiche operate dai gestori del sito; la versione originale infatti conteneva passaggi di questo calibro:
«Nonostante i pedofili abbiano dato grandi contributi alle società del passato, la loro influenza oggi è ignorata e la loro attrazione nei confronti dei bambini è minimizzata».
«Una delle fantasie più amata dalla sottocultura pedofila è quella di un’isola sperduta dove pedofili e bambini vivono tranquillamente, godendo di totale libertà sessuale. L’idea che ispira tale suggestione è questa: lontano dagli insegnamenti oppressivi delle religioni organizzate, gli individui che sentono un’attrazione sessuale verso i preadolescenti possono soddisfare i loro desideri più abietti [their basest desires] e, così facendo, anche raggiungere una qualche forma di illuminazione [some form of enlightenment]».
Seguiamo brevemente il dibattito che segue tali affermazioni: l’anarchico che definiremo “benpensante” non sa cosa obiettare, quindi si impunta sulla “neutralità” dell’articolo (un problema decisamente secondario):
«Ognuno può pensare ciò che vuole. E questo è giusto. Ma è ovvio che i bambini non sono sempre in grado di dire se a loro piace qualcosa o no, oppure dispiacersi più tardi di quello che hanno fatto, specialmente se ciò coinvolge la sessualità.
È per questo che esiste una “età del consenso”. Sicuramente alcune leggi sulla sessualità sono spesso influenzate da motivi religiosi, ma i preadolescenti e i bambini dovrebbero essere protetti. Se due preadolescenti decidono di avere rapporti sessuali tra di loro è una loro decisione, ma la sessualità con persone più anziani è differente. Perciò credo che l’articolo dovrebbe essere molto più neutrale».
Un altro anarchico sente puzza di “moralismo borghese” e replica immediatamente al “benpensante”:
«Pur riconoscendo che questo articolo è un po’ di parte, l’ultima cosa che vorrei vedere è il solito articolo copiato da Wikipedia in cui si ripete che “tutti i bambini che fanno sesso con adulti sono vittime”, un dogma che alimenta l’industria capitalistica dell’abuso minorile e del sistema carcerario [the capitalist child sex abuse and prison industries] e riempie le tasche di terapisti e avvocati. Credo che la questione di stabilire un’età del consenso debba essere decisa dalle comunità anarchiche stesse. Dopo tutto se non ci fosse la cultura dello stigma, colpa e vergogna verso tali rapporti, siamo sicuri che i bambini si sentirebbero vittime?»
Da qui alla fine i termini della discussione restano gli stessi: da una parte quelli che tentano di eludere il problema appellandosi alla mancanza di “neutralità” della voce (o di attinenza del tema per una enciclopedia “anarchica”), dall’altra quelli che si indignano per il solo fatto che qualcuno abbia sollevato il problema:
«Non riesco a capire come i pedofili possano giungere alla conclusione che anche un solo bambino possa avere la loro stessa “fantasia dell’isola sperduta”. Dove sono i preadolescenti che sgomitano per una tale libertà sessuale? Hai mai conosciuto da adulto un bambino che cercasse un contatto sessuale con te? È il tipico atteggiamento arrogante che gli adulti mostrano quando pretendono di sapere che cos’è meglio per i bambini. È sempre scritto dal punto di vista dei pedofili (adulti!) ma mai dal punto di vista dei preadolescenti. Non voglio riconoscere che la sessualità dei bambini è diversa da quella degli adulti. Dubito che possa esistere un rapporto di parità sessuale tra adulti e bambini, perché i preadolescenti sono in stato di soggezione rispetto agli adulti. I bambini imparano dagli adulti, si lasciano influenzare e dirigere da loro: questo fatto non cambia anche in una società anarchica, perché ha solo ragioni naturali.
Suggerirei di cancellare questo articolo, non riesco a vedere la rilevanza del tema per una enciclopedia anarchica. Ma se qualcuno crede ci sia bisogno di un articolo del genere, allora lo riscriva dal punto di vista degli anarchici e non dei pedofili».
«Un articolo sulle connessioni storiche tra attivismo pedofilo e anarchia sarebbe più appropriato? Questo è, naturalmente, un problema di pertinenza e non di censura per “ragioni morali”. In relazione alla domanda di cui sopra, si possono trovare su internet testimonianze positive (e neutrali) da adulti e bambini impegnati in una relazione sessuale. Preferirei non segnalare nessun link su un sito pubblico, tuttavia in internet si possono trovare anche delle pubblicazioni accademiche sull’argomento».
«È difficile immaginare cosa sia più strano, se il fatto che un articolo pubblicato su ciò che si suppone sia una enciclopedia anarchica non contiene alcun accenno alla disparità di potere tra gli stupratori dei bambini e le loro prede (suggerimento: il bambino “fa sesso” col pedofilo solo nella mente del pedofilo), o che in qualche modo sia la “propaganda capitalista” a suggerire che l’abuso sessuale sia un abuso sessuale.
Prima di tutto, per secoli, la cultura ha preso molto sul serio le opinioni di colui che ha scritto questo articolo: ovvero un uomo aveva il diritto assoluto di fare ciò che voleva (sessualmente o in altro modo) ai membri della sua famiglia, compresi i suoi figli. È solo di recente che le vittime di violenza sessuale, sia essa lo stupro di una donna o di un bambino, non vengono additati come bugiardi quando rivelano quello che hanno subito. Il punto di vista di questa pagina assomiglia a quello degli stupratori seriali, che riescono a convincere se stessi che le loro vittime volevano essere violentate.
Accetteremmo un articolo sulla schiavitù che parlasse di quanti neri apprezzavano il lavoro nei campi e sono rimasti delusi dall’Emancipazione, o sui diritti delle donne che riportasse affermazioni di donne che preferirebbero essere considerate come oggetti? Oppure un articolo sul negazionismo della Shoah che non evidenzi il fatto che si tratta solo di menzogne? Spero che ora la questione sia risolta»
«Quando sento queste cose, mi domando se la persona che le pronuncia abbia mai incontrato qualcuno abusato sessualmente da bambino (non da adolescente, che sarebbe efebofilia). È un po’ difficile accettare queste “fantasie” dalla prospettiva di coloro ai quali i pedofili hanno distrutto la vita. Per essere chiari, stiamo parlando di stupro, di qualcosa che viene fatto a qualcuno che non altre alternative che subire.
Il resto sono solo chiacchiere. Dal punto di vista di chi abusa, raramente viene percepito qualcosa di sbagliato in quello che sta accadendo. Gli stupratori spesso si auto-convincono che la vittima sia consenziente. Non si tratta di qualcosa di “malvagio”, se questo termine significa fare intenzionalmente del male. L’intenzione non importa. Il danno non cessa di esistere solo perché la persona che lo causa non è a conoscenza di esso. Indipendentemente dal fatto che chi commette uno stupro abbia l’intenzione di torturare e distruggere psicologicamente una persona, oppure sia un pazzo convinto che la vittima sia consenziente nonostante tutto provi il contrario. Quello che succede nella testa del criminale è irrilevante – ciò che conta è il danno fatto, e il danno è reale.
L'abuso sessuale dei bambini non è diventato pericoloso solo quando la società (di recente) ha deciso che era sbagliato. La società è stata costretta a riconoscere il danno che è stato fatto alle vittime e che questo danno era stato negato o minimizzato così come ogni altro abuso di potere.
L'articolo in questione affronta il tema degli abusi sessuali sui minori dal punto di vista delirante degli stupratori (anche quelli convinti che non stanno facendo male) senza nemmeno accennare al fatto che quelli che da bambini hanno subito le attenzioni di un pedofilo tendono a vedere l’esperienza in modo diverso.
Potremmo accettare un articolo sullo stupro (come questo d’altronde) che afferma che lo stupro non esista affatto. “Gli ‘stupratori’ hanno spesso dato un incredibile contributo alla società, il problema è che le donne sono state spinte a credere dalle femministe che non lo volevano, quando in realtà a loro piace molto”. Lo accetteremo? Oppure è sufficiente attaccare l’etichetta “capitalista” per smettere di pensare normalmente?»
Non credevo che gli anarchici d’oltreoceano fossero così ragionevoli. Noto di sfuggita che molti di loro si rifanno alla concezione ottocentesca di Proudhon, secondo il quale la comunità anarchica è l’unica forma di governo in grado di garantire ordine senza coercizione, in quanto ogni individuo protegge spontaneamente il prossimo dai soprusi. È la società attuale che crea i criminali e i malati mentali: quindi a priori è garantito che non ci saranno pedofili nel paradiso anarchico.
Altri, invece, interpretano la pedofilia secondo la dialettica del servo e del padrone: la lotta contro la pedofilia diventa perciò un momento dell’emancipazione del bambino dal pater familias. Attraverso questa chiave di lettura gli anarchici riescono se non altro a opporre un argomento concreto senza fuoriuscire dalla propria ideologia. Tuttavia anche un’obiezione del genere lascia il tempo che trova: qualora la pedofilia si sottraesse alla “logica del dominio” (perché nella società “liberata” non esisterebbero più famiglie) e diventasse un rapporto consensuale tra il bambino e l’adulto, ci troveremmo di fronte all’ennesima aporia.

Prima di procedere, vorrei precisare i motivi che mi costringono ad insistere su questa sgradevole questione. Gli anarchici, a mio parere, dovrebbero essere costretti ad affrontare il problema per due ragioni (che alla fine si riducono ad una).
La prima è che, come ho detto, la pedofilia è fondamentalmente l’ultimo tabù sessuale delle nostre società secolarizzate, liberate, emancipate. Molti genitori oggi disposti ad accettare un figlio omosessuale o una figlia sessualmente volubile, difficilmente tollererebbero un rapporto “consenziente” tra i loro pargoli e l’attempato vicino di casa.
Quindi la “vitalità” del tema dovrebbe impedire agli anarchici di richiamarsi alla “libertà” in modo astraggo e vago: finora la tattica ha funzionato per adulterio, prostituzione, omosessualità, transessualità eccetera. Ma sulla pedofilia non possono sfilarsi come al solito.
Soprattutto perché (e questa è la seconda ragione), molti anarchici ottocenteschi consideravano l’omosessualità una forma di devianza (che, sempre secondo la petitio principii, sarebbe scomparsa con la nuova società), e per loro la “liberazione sessuale” riguardava quasi esclusivamente la liceità dell’adulterio e la parità dei sessi (vedi le utopie di Fourier o Émile Armand). Ci sono anche episodi eclatanti e sintomatici, come la rivista “Der Eigene”, che iniziò come pubblicazione anarchica (il nome era ispirato a Max Stirner) ma poco dopo cominciò a pubblicare foto di giovinetti nudi e testimonianze di orgoglio omosessuale ante litteram. In generale però resta una imbarazzata reticenza sull’argomento, forse dovuta non all’ipocrisia ma anche l’ignoranza (beata ingenuità: nessuno di loro aveva mai sfogliato il Krafft-Ebing?); un’ambiguità che permane ancora oggi.

Al di là di queste ragioni, c’è un altro dato che obbliga ad andare fino in fondo alla questione, ed è l’ideologia di uno “sciamano” dell’anarchismo internazionale come Peter Lamborn Wilson, conosciuto con lo pseudonimo “Hakim Bey”. Questo autore è pubblicato in Italia dalle edizioni ShaKe, che annoverano nel catalogo titoli come T.A.Z. (1993), Utopie pirata (1996), e Millennium (1997). Studioso del sufismo, omosessuale, filosofo nichilista, fautore di un sincretismo tra paganesimo, gnosi, tantrismo ed eresie islamiche, agli anarchici contemporanei Hakim Bey propone come modelli dervisci, corsari saraceni e legionari fiumani.
Il suo principale contributo all’ideologia è la teorizzazione della TAZ (Temporary Autonomous Zone), uno spazio autogestito attraverso il quale «eludere le normali strutture di controllo sociale». Qualsiasi luogo può diventare una “zona temporaneamente autonoma”: un centro sociale, un concerto rave, la curva di uno stadio. La domanda sorge spontanea: in questi spazi è lecito praticare anche la pedofilia?
Alla questione risponde indirettamente la vicinanza “culturale” al mondo dell’attivismo pedofilo di Wilson/Bey e la sua collaborazione al bollettino dell’associazione pedofila americana NAMBLA (North American Man/Boy Love Association) e a “Paidika: The Journal of Paedophilia”, una rivista olandese creata con l’unico scopo di promuovere la legalizzazione della pedofilia come “orientamento sessuale” al pari degli altri.
In Italia un testo “pedo” di Peter Lamborn Wilson è stato pubblicato dalla rivista “Conoscenza Religiosa” (diretta da Elémire Zolla) nel numero monografico su Bali del 1978, in cui compare una sua interpretazione (tradotta in italiano sempre da Zolla) di un poemetto sufi intitolato Contemplation of the Unbearded (“Contemplazione dell’imberbe”).
In seguito Wilson svilupperà le analisi sulla “sacred pederasty” indagando i rituali iniziatici dell’islam eretico in Scandal. Essays in Islamic Heresy (Autonomedia, New York, 1988) e Sacred Drift: Essays on the Margins of Islam (City Lights, San Francisco 1993).
In particolare nel capitolo “The witness game: Imaginal yoga and sacred pedophilia in Persian sufism” di Scandal (pp. 93-121), Wilson descrive con trasporto la Nazar ila'l-murd, la “contemplazione dell’imberbe” di cui aveva già parlato in “Conoscenza Religiosa”, affermando che tale pratica (la contemplazione della grazia di Dio nel volto di un fanciullo) verrebbe ancora praticata da “certi sufi”.
Facendo un uso disinvolto delle fonti, Wilson collega la poesia mistica allo squallore del Bacha bazi, che in Occidente abbiamo imparato a conoscere attraverso Il cacciatore di aquiloni di Khaled Hosseini e che, nonostante tutti i camuffamenti  pseudo-religiosi o folkloristici, rimane pura e semplice prostituzione minorile. Una pratica che, lungi dall’essere mai stata “liberatoria”, in Afghanistan è ormai diventata la personificazione dei soprusi della polizia nazionale addestrata dagli alleati, come dimostra un reportage del “New York Times” tradotto in italiano da “Il Fatto Quotidiano” (21 settembre 2015):
«“Di notte li sentiamo urlare, ma non ci è permesso intervenire”. L’ultima telefonata del caporale dei Marines Gregory Buckley Jr., di stanza in Afghanistan, è diretta al padre. Il militare racconta di essere turbato: gli è stato ordinato di ignorare i tanti casi di pedofilia commessi dagli ufficiali della polizia e dell’esercito afghano loro alleati. La consegna è tassativa: Se si vede un “bacha bazi”, letteralmente “giocare coi bambini”, bisogna voltarsi dall’altra parte.
[…] L’ordine di non ostacolare questi episodi veniva definito come un modo per non interferire in un aspetto che, anche se odioso, è radicato nella cultura locale, soprattutto tra gli uomini di potere.
[…] Questo modo di agire, o meglio, non agire, avrebbe avuto lo scopo di mantenere buoni rapporti con l’esercito e la polizia afghani, armati e addestrati dagli Usa e dagli alleati della Nato per combattere i talebani. Dall’altro lato ha certamente contribuito ad aumentare la diffidenza degli abitanti dei villaggi da cui i bambini venivano portati via.
Non vedo, non sento e non parlo: la regola valeva anche quando gli ufficiali afghani portavano i bambini nelle basi condivise con gli americani. Probabilmente anche in quella di Buckley Jr., ucciso nel 2012. Il padre del caporale, Gregory Buckley senior, è convinto che la morte di suo figlio sia legata, almeno in parte, a queste vicende: lui e altri due marines sono stati uccisi, in una base militare nel sud del paese, da un ragazzino afghano che faceva parte di un gruppo di adolescenti che vivevano all’interno della base insieme ad un comandante della polizia afghana, Sarwar Jan […]. Quando Jan si trasferì all’interno della base, portò con sé un entourage di ragazzini afghani, ufficialmente da impiegare come domestici, detti “tea boys”, ma in realtà sfruttati come schiavi sessuali.
[…] “Mettevamo al potere gente che faceva cose peggiori di quelle fatte dai talebani. Era questo che mi dicevano gli anziani del villaggio”, ricorda Dan Quinn, ex comandante delle Forze speciali Usa nella provincia di Kunduz. Quattro anni fa Quinn ha picchiato un comandante afghano, Abdul Rahman, che teneva un ragazzino incatenato al letto del suo alloggio come schiavo sessuale: successivamente ha deciso di lasciare le forze armate».
Uno scenario che contrasta fortemente con le interpretazioni idilliache ed esotiche di Wilson, che rappresenta la schiavitù sessuale dei minori come una “pazzia metafisica”, mischiando yoga, tantrismo ed etnologia spicciola a scopi evidentemente apologetici (di reato, s’intende). Che l’Afghanistan “liberato” sia il nuovo modello della “Zona Temporaneamente Autonoma”? In fondo Hakim Bey fa della pedofilia l’esito coerente di un anarchismo vissuto fino in fondo, anche a livello mistico e ontologico: è evidente che il “luogo liberato” che ha in mente non può limitarsi a un flash mob di piazza. Nello stesso modo in cui chi si proclama “anarchico” rifiuta di affrontare tutti gli aspetti del problema, così i seguaci del “santone” Wilson riducono a fisime personali il cardine del suo pensiero, come dimostra peraltro la modesta versione italiana dell’Anarchopedia, la quale ricorda (un po' stizzita) che «[i saggi] sulla pederastia sacra nella tradizione Sufi [gli costarono] l’accusa di fare l’apologia della pedofilia»  (v. “Hakim Bey”).

Paradossalmente, la critica più distruttiva nei confronti di Wilson arriva da un anarchico americano, lo storico Robert P. Helms, che in due articoli per “Libcom” (Leaving out the ugly part e Paedophilia and American anarchism), accusa il “Veglio della Montagna” di aver sviluppato le sue tesi più famose (l’utopia pirata, le T.A.Z.) a partire da presupposti pedofili (tanto è vero che il loro nucleo concettuale si forma sulle riviste di cui abbiamo parlato) e di aver abbracciato l’ideologia anarchica con l’unico scopo di molestare ragazzini. Aggiunge che è a causa del famigerato “Hakim Bey” se la Labadie Collection, il più grande archivio di materiale anarchico del mondo, deve tenere nei suoi archivi le pubblicazioni della NAMBLA, dato che è da lì che il guru ha mosso i primi passi.

È difficile affrontare questi temi, soprattutto per chi predica l’anarchismo solo per ingenuità o ribellismo; tuttavia il rifiuto di contemplare la dottrina professata in tutti i suoi dettagli e di valutarne le conseguenze rischia, nel migliore dei casi, di portare gli anarchici ancora una volta a essere da “carne da cannone” dell’ideologia dominante e, nel peggiore, di seguire la parabola di Nikolaj Stavrogin dei Demoni, che coronò la sua “rivoluzione” con la dissacrazione suprema: lo stupro di una bambina.