giovedì 2 luglio 2015

L’utopia mancata delle città-dormitorio

[Un articolo risalente ai tempi delle sollevazioni nelle banlieues parigine.]

L’utopia mancata delle città-dormitorio
(Grégoire Allix, L’utopie manquée del cités-dortoirs, “Le Monde”, 6 dicembre 2005)

Colpevoli, complici, innocenti? Gli architetti sono sovente chiamati in causa dalla critica dei grandi agglomerati, rilanciata dalle violenze urbane di queste ultime settimane. Il capo d'imputazione: aver dato luogo ad una cornice di vita oggi rigettata e degradata, senza che si possa capire se l’oggetto del delitto stia nel materiale (il “cemento criminogeno”) o nella forma (“le mura e le torri disumane”).
Il loro breviario: la Carta di Atene, elaborata nel 1933 al Congresso internazionale di architettura moderna e pubblicata nel 1943 da Le Corbusier. I suoi grandi principi: costruire lontano delle antiche città radiose fatte di “macchine per abitare” tra sbarre e torri distanziate e soleggiate, circondate dalla natura, collegate da autostrade a quartieri dedicati al lavoro e altri al tempo libero. Questo modello formale utopico, certamente, è il primo atto d’accusa, per la sua negazione di una città modellata sulle sue vie e piazze che legano abitazioni, uffici e negozi. «Invece di concepire città portatrici di una continuità, i grandi agglomerati creano un evento ideale dove lo spazio è generato dall’ampliamento di cellule», denuncia dopo tanto tempo l’architetto Roland Castro, animatore del gruppo “Banlieue 89” durante gli anni ‘80. «Gli edifici non hanno alcuna relazione con le strade, la città vive per sé stessa lontano da tutto. La simbiosi si ottiene solamente se i luoghi donano alla gente la voglia di vivere e recarsi lì».
Gran premio di Roma, figura maggiore dell'architettura francese del dopo guerra, Jean Dubuisson è l’autore dei più grandi agglomerati. «Non dico che tutto quello che abbiamo fatto sia stato giusto» giudica oggi il novantenne. «Ma non è la forma delle mura o delle torri che fa siano inabitabili. il problema è l'urbanismo. Abbiamo avuto torto a costruire lontano dai centri urbani. La gente si è sentita esclusa». Ancor di più i mezzi di trasporto hanno tardato o non sono riusciti a collegare questi quartieri tra di loro o al centro città.
«Sono spiacente di quello che succede» confida Jean Dubuisson. «La Carta d’Atene contiene principi molto generali. Non dovevano essere applicati in maniera brutale. Una città è fatta di quartieri la cui personalità attrae la gente. Il problema è che questi grandi agglomerati concentrano gente che non ha scelto di vivere lì. La specializzazione delle funzioni, teorizzata dal movimento moderno, ha aggravato il malessere nel creare città-dormitorio, mancanti di negozi e attività».
«Il dividere per zone è una cretinata, ci vuole lavoro in città. La vera simbiosi è quella delle funzioni, che porta alla convivenza sociale» ha detto Paul Chemetov. Al vizio della forma originale si aggiunge un elemento in più: la scarsa qualità architettonica e urbana di queste città, che assomigliano più a delle gabbie per conigli in mezzo ai campi di erba medica che alle città radiose descritte da Le Corbusier. «I grandi agglomerati sono stati, per molti architetti, delle operazioni puramente tecniche, che gli hanno permesso di vivere come nababbi» rimprovera Paul Chemetov, […]. «Gli architetti dei grandi agglomerati non hanno mai pensato di viverci loro stessi. Le grandi agenzie non prendevano commissioni per meno di 1000 unità. Stabilivano tre o quattro modelli e li ampliavano come dei Lego per concepire delle città intere, senza interrogarsi sulla commissione né sul contesto locale».
All’ombra dei grandi agglomerati, qualche architetto difendeva nei quartieri [en banlieue] programmi in più piccola scala, dalle forme varie, articolato in quartieri. Tra questi, Renèe Gailhoustet che ha collaborato tra l’altro con il movimento di Jean Renaudie. «Noi rifiutiamo la sudditanza degli architetti ai voleri degli imprenditori» ricorda. «Troviamo sospetto che uno possa concepire migliaia di case con tre modelli di cellule. C’è stata una parata di architetti importanti sugli alloggi sociali per sfruttare il mercato, sono diventati degli affaristi. Ma si è trattato di riproduzione in serie, non di architettura. Non è un caso che tutti gli abitanti che ne hanno avuto la possibilità, alla prima occasione si sono spostati verso zone villeggianti o veri centri città».
Sotto i colpi della crisi economica, le classi medie, che hanno scoperto, entusiaste, i confort moderni tra i grandi complessi, hanno lasciato il posto a una popolazione precaria […]. Senza manutenzione gli edifici si stanno deteriorando, gli spazi verdi hanno un triste aspetto. Le municipalità rifiutano, anche dopo la decentralizzazione,ad impegnarsi in questi quartieri nati da una politica volontaristica dello Stato. Le attrezzature collettive previste sono dimenticate, i servizi pubblici disertano. Il risultato, esplosivo, è noto.
«Lo scenario non ha creato la miseria, ma la miseria ha trovato la sua cornice» ricorda Roland Castro. In difesa di queste città, Paul Chemetov e Jean Dubuisson ricordano che la qualità degli edifici, la conservazione degli equilibri sociali e le apparecchiature hanno permesso ad alcuni grandi agglomerati di durare: le mura di Dubuisson a Chambéry e Montparnasse, Pouillon a Meudon, Marcel Lods a Marly-Les-Grandes-Terres, di Henri-Labourdette a Sarcelles… «C'è una città a Ginevra per i funzionari internazionali, che è una stretta applicazione della Carta d’Atene e funziona molto bene», ha detto Paul Chemetov.
«Negli Stati Uniti i disordini sono nei luoghi di urbanizzazione tradizionale come Harlem e New York», ha detto Christian de Portzamparc, autore a Parigi delle torri delle Hautes-Formes (13e arrondissement) e del restauro delle mura della rue Nationale (13e) […].
«Se le città francesi fossero fatte di piccole città e di piccoli immobili, questo non cambierebbe molto. La forma dell’urbanizzazione prima della guerra comunica certamente un sentimento di pena. Ma qui è in causa la povertà e, nel dominio urbano, la divisione in zone funzionali, l'assenza di coesione sociale ha permesso la costituzione di spazi di segregazione».
Relativizzando la responsabilità degli architetti, il vincitore del Gran premio nazionale dell'urbanesimo 2004 ritiene che «era facile all’epoca essere accecati dall'idea di progresso. E se questa divisione in zone si è rivelata una grande stupidità, non è perché è stata applicata un’utopia architettonica, ma perché questa separazione di funzioni era perfettamente strutturale agli interessi economici e moderni dell’epoca moderna».
Bernard Reichen va più lontano. Per questo architetto, nel dipingere gli errori commessi negli anni 60, i grandi agglomerati prefigurano le città del futuro. «La forma urbana non è patologica per sé stessa. I grandi agglomerati sono stati la base di una città fuori le mura, mentre nei secoli le città sono state sempre costruite integrando progressivamente le periferie. Questa rottura non è stata un errore. Questa segna il passaggio dalla città antica, radioconcentrica, a una città territoriale, che è la realtà di oggi. In questo senso molti degli articoli della Carta di Atene sono pertinenti». Una posizione marginale o anacronistica? Bernard Reichen ha ricevuto lunedì 28 novembre il Grand Prix national d'urbanisme 2005.

Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.