venerdì 3 luglio 2015

Generazione del Vaffanculo

«Ma che cazzo, ma che cazzo, ripete il tradizionale giovane moderno in tv. Ed è verissimo che i conflitti generazionali si ripetono graffianti e devastanti e monotoni da che mondo è mondo e da che cazzo è cazzo. Normalmente, fisiologicamente, le generazioni più recenti devono affermare le proprie culture e i propri valori con vis polemica e argomenti coetanei contro i più anziani che approvano solo i propri epigoni oppure divorano ogni novità. Infatti le grandi avanguardie del Novecento duravano pochissimi anni, poi si passava alle successive. E non solo Caravaggio e Mozart e Leopardi e Van Gogh e Kafka a meno di quarant’anni avevano già detto e fatto tutto. Anche certi famosi longevi erano già Tiziano e D’Annunzio e Picasso, a meno di trent’anni. Non davvero “ragazzi quarantenni” in casa con la mamma che fa da mangiare, e alla vigilia di un “come eravamo” di cinquantenni sentimentali e senili, senza mai l’intermezzo di un’età adulta creativa o imprenditoriale o responsabile o socialmente utile (magari nell’informatica americana o nei mercati finanziari inglesi o nella moda multinazionale o nelle industrie asiatiche).
Non si esisteva unicamente come gruppi e cortei e categorie in attesa di provvidenze collettive e in contemplazione degli idoli: i cantautori patetici e i comici impegnati, esperienze spirituali “decisive” come le opere di Cilea e Giordano o le melodie di Rabagliati per certi vecchietti. Né ci si abbandonava, dopo un paio d’anni di stroncature e vignette umoristiche, a una lunga carriera di sentimentalismi piccolo-borghesi autoreferenziali e moralistici, gemendosi e commemorandosi addosso dentro l’ufficialità pietosa e comoda dei media. Nemmeno ci si arrestava, nello sviluppo generazionale e culturale, alle fasi datate e bloccate: tipo quarant’anni di varianti minime entro il rock (come nelle culture bizantine e cinesi più immobili); e con abbigliamenti rock immutabili, mentre perfino le chiese e gli eserciti mutano il look. O tipo un quarto di secolo di spray stradali e ferroviari, quando i graffitisti di New York morti di Aids vengono ormai commemorati nelle retrospettive delle fondazioni.
Ora, forse, l’Edipo si porta meno, perché molti genitori continuano a ripetere “ma sono bambini!” giustificando qualsiasi esigenza, concessione, vandalismo, vaffanculo. (Ma chi spiegherà “correttamente” perché mai tanti bambini italiani e cristiani si riempiono di droghe, e i loro coetanei musulmani, anche spacciatori, invece no? E come mai tante autorità religiose accanite su tabù sessuali e alimentari e culturali che non fanno male a nessuno, invece non si attivano contro quelle sostanze mortali che provocano le famose stragi del sabato sera?…). Intanto, però, forse per la prima volta, la vecchia generazione non è più affatto austera, severa, dabbene, perbene. Vive di provocazioni e trasgressioni praticamente dalla nascita. La sua parole più frequente e automatica è sempre stata «vaffanculo». Ecco allora perché questa la sua risposta standard al “ma che cazzo” dei nuovi giovani Edipi di massa?»  
(Alberto Arbasino, Paesaggi italiani con zombi, Adelphi, Milano, 1998, pp. 395-96)

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