venerdì 5 giugno 2015

Paperissima: per una educazione futurista

L’unico programma che seguo regolarmente da anni è Paperissima, quello dove fanno vedere gente che stappa le bottiglie ferendo il vicino col tappo o che ruzzola dalle scale tenendo un vaso prezioso in bilico sulla testa mentre sta portando la torta di compleanno al figlio.
Da molto tempo ho abbandonato l’ambizione di voler convertire i miei giudizi estetici e le mie passioni artistiche in un progetto politico coerente. Tuttavia i detriti di quelle elucubrazioni vorticano ancora nella mente, perciò mi trovo costretto ad esporli al pubblico ludibrio, sperando che nessuno voglia impossessarsene.
L’idea futurista si è sempre prestata facilmente alle velleità politiche dei propri addetti. Basti pensare al “Partito futurista” di Marinetti, alla morte in guerra di Boccioni o alla pedagogia di Aldo Palazzeschi. È proprio su quest’ultima che vorrei soffermarmi, non prima di essermi interrogato sul motivo per cui Paperissima porta la mia ilarità al limite dello svenimento.

Non sono di certo un appassionato di psicologia o altra roba del genere, però qualcosina l’ho letta. Ricordo in particolare un passaggio di un volume di George Herbert Mead, Mind, Self & Society del 1934 (tr. it. Mente, Sé e Società, Firenze, Giunti, 1966), che sembra proprio fare al caso mio:
«L’atteggiamento che si assume quando si ride perché qualcuno cade […] è [motivato dal]la liberazione dallo sforzo che non bisogna fare da parte nostra per rialzarsi. Si tratta di una risposta immediata, che si situa al di fuori di ciò che noi definiamo coscienza del “Sé”, e l’allegria tipica di essa non significa affetto che ci si rallegri per la sofferenza dell’altra persona. Se una persona si rompe una gamba, possiamo provare un sentimento di solidarietà con essa, ma, dopo tutto, vederla dimenarsi era ridicolo. Si tratta di una situazione nella quale l’individuo si identifica in modo maggiore o minore con l’altro. Noi cominciamo, per modo di dire, a sentirci cadere con lui e a rialzarsi dopo la sua caduta, e la nostra spiegazione della risata si fonda sul fatto che con essa ci si libera da quella tendenza immediata a porci nelle stesse condizioni. Noi ci siamo identificati con l’altra persona, abbiamo fatto nostro il suo atteggiamento. Quell’atteggiamento comporta uno sforzo strenuo che non dobbiamo compiere, e la liberazione da quello sforzo si esprime attraverso il riso» (p. 216).
La positività di questo atteggiamento si identifica nella realizzazione del proprio Sé attraverso gli altri. Secondo Mead tale condotta non è ispirata da una qualche malvagità: infatti se da una parte troviamo l’Io individuale (che si compiace di non essere nei panni del malcapitato), dall’altra esiste il Me, ovvero l’Io istituzionalizzato e socializzato che si identifica nell’altro e lo aiuta a rialzarsi. Attraverso la compenetrazione di questi due momenti, l’essere umano forma il proprio Sé.
Dunque non è assurdo dare un significato pedagogico anche a trasmissioni come Paperissima, che decisamente ci rendono più “umani” dei grotteschi teatrini dei reality show.

Tuttavia, se volessimo includere questo evento televisivo in una pedagogia integralmente fondata sui principi futuristi, dovremmo rispolverare il manifesto del Controdolore redatto da Aldo Palazzeschi il 29 dicembre 1913 (cfr. Opere giovanili, Mondadori, Milano, 1958, pp. 929-950). Secondo il Nostro, «la superiorità dell’uomo su tutti gli animali è che ad esso solo fu dato il privilegio divino del riso. Essi non potranno mai comunicare con Dio. Un piccolo e misero topo, può farci udire il suo pianto, i suoi lamenti; nessun animale ci ha fatto ancora udire una calda sonora risata».
Lo stesso concetto avrebbe potuto esprimerlo Mead, magari in un gergo più sofisticato: ad ogni modo entrambi sono saldamente convinti che la personalità umana si sviluppi attraverso la società in cui nasce e cresce.
Il progetto pedagogico di Palazzeschi, rispetto a quello della scuola pragmatista americana, è tuttavia più ambizioso (e folle): «Noi futuristi vogliamo guarire le razze latine, e specialmente la nostra, dal dolore cosciente, lue passatista aggravata dal romanticismo cronico, dall’affettività mostruosa e dal sentimentalismo pietoso che deprimono ogni italiano» (p. 945).
Da questo punto di vista, quale occasione migliore di Paperissima per sviluppare il proprio Sé attraverso il contrasto tra l’Io individuale e il Me sociale, nell’ottica di una genuina ed integrale educazione futurista controdolorista?

Aggiungerei, per conciliare le due posizioni in vista di un progetto totalitario, un ultimo obiettivo da realizzare tramite le “papere”.
Le risate più compiaciute e salutari scaturiscono principalmente nel momento in cui un individuo conscio di compiere un’azione stupida e/o contraria alla forza di gravità (ballare ubriaco sopra un tavolo, andare in bicicletta tra le paludi, guidare una gip tra i burroni, fare capriole su di un prato, provare lo sci d’acqua in gita turistica, usare lo skateboard davanti ad un supermercato ecc…) viene giustamente punita dal destino cinico e baro, quasi come in un test in tempo reale della rinomata “eterogenesi dei fini”.
In ciò si rinviene uno spunto per rendere realizzabile l’utopia del Palazzeschi: l’uomo, infatti, prendendo coscienza delle qualità “igieniche” della morte, tornerà ad apprezzare i più sublimi frutti dell’interazione sociale (la pena capitale, la guerra, l’uccisione sommaria di fuggiaschi da parte delle forze dell’ordine, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo e il pugno) come un destino ineluttabile. Di modo che «l’artista saprà curare la sensibilità malata dei contemporanei, insegnando loro a non temere né la macchina, né la guerra, né la morte. Diventerà una specie di vate o demiurgo, un mediatore tra l’uomo antico, lento e fragile, e la nuova e inquietante realtà industriale» (cfr. Z. Sebelova, L’ottimismo futurista: un rimedio alla paura della morte?, 2001, p. 2).

Tutto ciò dovrà tradursi necessariamente in un progetto coerente, basato sull’ordine e la disciplina e nemico quindi delle deviazioni individuali su YouTube o delle sortite demenziale à la Jackass, che ucciderebbero la spontaneità, il coup d’oeil e l’intento pedagogico. L’unico modello possibile è Paperissima, prendere o lasciare.

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