martedì 23 giugno 2015

La Via Crucis dell’avanguardia

All’inizio degli anni ’40 Nelson Rockfeller, presidente del Museum of Modern Art (MoMA) di New York, in accordo con i servizi segreti americani e le agenzie correlate, mise all’asta alcune pregevoli opere del XIX secolo per acquistare i “capolavori” della prima ondata del cosiddetto “espressionismo astratto” (Jackson Pollock, Robert Motherwell, Stuart Davis, Adolph Gottlieb e Frank Stella).
Di recente la ricercatrice Frances Stonor Saunders, nel suo Gli intellettuali e la CIA (Fazi, Roma, 2004), analizzando documenti desecretati sulle attività statunitensi di propaganda culturale durante la guerra fredda, è giunta a dimostrare che questa avanguardia artistica fu a tutti gli effetti una creazione dei servizi segreti.

La CIA tentò di esportare l’espressionismo astratto in Europa come creazione "autoctona”, attraverso cospicui finanziamenti occulti per mostre, eventi e concorsi, allo scopo di dimostrare che anche l’arte partecipava dell’assoluta libertà degli Stati Uniti: il paradosso, secondo la Frances, sta nel fatto che «per promuovere l’accettazione dell’arte prodotta in democrazia e vantata come un’espressione della democrazia, si doveva eludere il processo democratico». I servizi segreti giunsero a “comprare” un posto per l’espressionismo nazionale alla Biennale di Venezia del 1956 (gli Stati Uniti furono infatti l’unico Paese a ottenere una sezione dedicata).

Soltanto i finanziamenti dei Rockfeller propiziarono la creazione di una “scuola newyorchese”: l’espressionismo astratto non ebbe alcun successo in patria. Molti critici autorevoli misero subito alla berlina la nuova avanguardia; addirittura un consigliere del MoMA si dimise per protesta nei confronti delle “spese pazze” per un Rothko.
Lincoln Kirstein, critico e attivo sostenitore del MoMA, già nel 1948 sosteneva dalle pagine di “Harper’s” che le basi della nuova avanguardia erano «l’improvvisazione come metodo, la deflorazione come formula, e la pittura come un passatempo nelle mani di decoratori d’interni e venditori impazienti». Un altro critico, John Canaday, venne minacciato di morte quando osò criticare apertamente l’“orgia monopolistica” della Scuola di New York.
L’ascesa dell’espressionismo astratto fu pianificata come una «espressione autentica, indipendente e autoctona della volontà, dello spirito e del carattere nazionale americano» (così Frederic Taubes nella Encyclopaedia Britannica del 1946: «Pare che, quanto all’estetica, l’arte statunitense non sia più un luogo dove si accumulano le influenze europee»), soprattutto per ottenere l’appoggio degli intellettuali europei.

Molti dei protagonisti di quella stagione ebbero comunque un destino tragico: Jackson Pollock e David Smith morirono in incidenti stradali, Franz Kline finì alcolizzato, Mark Rothko si tagliò le vene e Arshile Gorky si impiccò. Uno dei pochi a essersi conservato bene è Frank Stella, tornato alla ribalta grazie alla sua straordinaria opera “Via Crucis”, una serie di sgorbietti di metallo attorcigliato appioppati ora alla chiesa di Tor Tre Teste progettata da Richard Meier («il simile conosce il simile», sosteneva Empedocle).


Non pago dell’affare, l’artista ha voluto anche rivelare ai giornalisti il senso della sua estetica: 
«Il primo spettatore sono io e posso solo sperare che gli altri ne trarranno qualcosa. Ho sempre creduto nel primato dell’astrazione perché crea una linea diretta con le mie emozioni e sentimenti. È il trionfo della soggettività che poi diventa oggettiva per la gioia di altri» (La mia Via Crucis scolpita nell’acciaio, “Corriere”, 10 giugno 2009).
Sembra che Stella stia qui ripetendo parola per parola la lezioncina del primo direttore del MoMA, Alfred Barr, l’uomo che consigliò ai servizi di puntare sull’espressionismo astratto. Ai tempi la “dottrina” era tuttavia molto più battagliera: dato che i nazisti e i comunisti (o, in generale, gli europei), non sono in grado di comprendere i valori americani e quindi non accettano il non-conformismo e l’amore per l’indipendenza degli artisti d’oltreoceano, è necessario “invadere” il Vecchio Continente con la nuova avanguardia.
In nome di questa fatidica “libertà” americana, Pollock e Hartigan fecero gara a chi scarabocchiava il telone più grosso: durante una esposizione della “Nuova pittura americana” a Barcellona, fu necessario rimuovere la parete che stava sopra la porta metallica del museo, affinché potessero entrare le due opere concorrenti in grandezza.
In poco tempo, le gare tra pastrocchi giganti divennero il passatempo preferito della “Scuola di New York”. Poi il numero degli artisti cominciò a sfoltirsi, e negli anni ’60 l’espressionismo astratto aveva già fatto il suo corso (affossato poi definitivamente da Peggy Guggenheim).

Frank Stella è forse l’ultimo a credere ancora nel suo ruolo di propagandista, anche perché, nonostante abbia condannato la “visione dogmatica” della Chiesa cattolica (che «le impedisce di riconoscere i capolavori»), pretende comunque di essere “consacrato” da essa (in tutti i sensi!).
Niente di male; in effetti non è colpa sua se esiste qualcuno ancora disposto a “cascarci”. Tuttavia, se per l’Aquinate la capacità di cogliere la bellezza appartiene sia all’intelletto che alla volontà, dovremmo dedurne che gli attuali committenti di Stella sono ispirati da una cattiva conoscenza o da una cattiva volontà?

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