lunedì 1 giugno 2015

Idiomi moderni e razionali

Due aspiranti Zamenhof da una spassosa raccolta di Lettere al direttore (Mondadori, 1974, pp. 119-120, 134-135) del giornalista Romano Battaglia (1933-2012). La prima lettera viene da Milano, la seconda da Asti:
«Mi permetto di scrivere questa mia pregiata per sottoporre alla sua attenzione una importante innovazione nel campo linguistico. Da anni sto mettendo a punto un nuovo vocabolario della lingua italiana con tutte le parole cambiate. Mi sembra infatti arrivato il momento di abbandonare il vecchio idioma per uno più moderno e razionale. Perché parlare sempre alla stessa maniera da secoli? […] Perché di fronte [al] progresso rimanere insensibili alla innovazione, alla invenzione di nuove forme espressive così affascinanti […]?
Non capisco perché dobbiamo continuare a chiamare “mamma” nostra madre e “babbo” nostro padre. Non capisco perché bisogna continuare a dire “buongiorno” ad una persona che si incontra al mattino e “buonasera” ad una persona che si incontra di sera. Io ho cambiato tutto. Per dire buongiorno nella mia nuova lingua dico: “Solarsi”. Per dire buonasera “Nottarsi”. La mamma nel mio vocabolario è “Ananza” e babbo “Panza”. Ora riporto una frase di esempio e giudichi lei se non è più moderna e musicale nella mia nuova lingua. La frase è: “Nel giardino il vento aveva portato le foglie vecchie e ingiallite di un inverno di tanti anni fa quando ancora c’era nostra madre che sul cancello ci aspettava a sera”. Ecco ora la stessa frase nella mia lingua: “Uz nanno versi napicati volle per tutere crinzi sina pechi narzi sul pachiti ninni della ananza tarsi”. Oltre alla grande e spiccata musicalità la mia nuova lingua non ha bisogno né di virgole né di accenti ed elimina molti aggettivi che rendono melensa la nostri vecchia e ormai sorpassata lingua italica. “Grizi nazi paganati prazi”».
«Egregio dottore, le unisco qui l’ultima mia poesia “RUMORALE” da me inventata dedicata all’Odissea dell’Apollo Tredici: 
ODISSEA
Nel ciarata kimbo
trus bitofaro les.
I tre venes giù
per non morés.
Odissea camas
la terra amata cata
è lontanas.
Nor es dunque pega
il mondo prega
con la màtras,
ma la ciarata Kimbo
più non gabra.
Nel cielato blacco
lo spirato pacco
più non sode sonàr.
I tres calafati barchi
tengono in mano i sarchi
mentre la radio zazze
sulle giunture pazze
dell’immenso polar.
I tres venes giù
per non morés
quaggiù si gode
come le metrés.
Nel ciarata Kimbo
s’è svegliato un bimbo.
Ha preso per mano i tres
e gli ha portati al mare
per non morés».
Non nascondo che il componimento dell’anonimo astigiano mi ha sempre fatto commuovere. Mi piace che questo genio sia rimasto misconosciuto: se avesse avuto la fama di Fosco Maraini, sicuramente al suo poema rumorale avrebbero dedicato più tesi di laurea che non al “Lonfo”. Sic transit gloria mundi – o per dirla in linguaggio rumorale: La ciarata Kimbo più non gabra!

La prima lettere invece illustra efficacemente il senso del motto latino Quem vult perdere, deus amentat. Penso che la questione non sia tanto individuale, quanto collettiva: esplorando la Wikipedia in Volapük (lessico creato dall’abate Schleyer nel 1880), mi domando se il destino di certe comunità linguistiche non sia quello di sfornare generazioni di “universalisti” sempre più alienati.

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