mercoledì 10 giugno 2015

Distopie

In molte anti-utopie (o distopie) moderne e contemporanee ricorre l’immagine di una società di schiavi controllata da una élite attraverso il monopolio del potere tecnologico. Sia espressione della più sublime maestria letteraria, sia invece il semplice sfogo di una mentalità paranoica, questa visione riesce ugualmente ad angosciarmi.

Ciò che mi preoccupa sopra ogni altra cosa è il modo imprevedibile nel quale un futuro del genere potrebbe realizzarsi. Devo ammettere che in molti aspetti il presente è per me un enigma: per esempio, non capisco in che modo si possano conciliare due visioni opposte quali la “fine del lavoro” e la “iper-competività”. Eppure noi (soprav)viviamo proprio dell’incontro e scontro tra queste tendenze: da un lato l’automatizzazione completa e la decrescita felice vengono proposte come soluzione definita alla maledizione che affligge l’uomo dalla notte dei tempi (il lavoro, appunto); dall’altro, invece, si discute di come la lotta globale per la conquista di nuovi mercati imponga la drastica riduzione dei diritti dei lavoratori e un modello di sviluppo “alla cinese”.

Non vorrei che questo paradossale equilibrio schizofrenico un bel giorno si trasformasse nella fantasmagorica società da incubo di cui sopra. Non so quanto modi ci siano per replicare (o, per meglio dire, parodiare), il miracolo economico di decenni fa in un contesto che ha davvero poco a che fare con quello in cui tale crescita si è verificata: il rischio è che si imponga un prototipo di società nella quale i teorici (o i devoti) della decrescita rappresentano l’aristocrazia che campa grazie a una massa di lavoratori semi-schiavizzati.

D’altro canto non si possono addossare troppe responsabilità allo sviluppo tecnologico: ovviamente non perché si creda in una fantomatica neutralità dei mezzi, ma perché anche nei tempi passati, quando non c’erano droni o programmi di sorveglianza di massa, le ideologie disumane e totalitarie riuscivano comunque a trovare terreno fertile.

Una volta credevo che un antidoto a tutto questo avrebbe potuto essere una qualche forma di umanesimo che potesse fare la differenza. Oggi al contrario mi affido a qualsiasi cosa che abbia ancora il sapore di umano; di conseguenza accetto pure la chiacchiera, la leggenda metropolitana, la barzelletta, i sofismi, le scienze anomale, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno: finché ci saranno i prolet c’è speranza che non ci sarà alcun 1984.

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