martedì 23 giugno 2015

Parola di Gorkij


Уничтожьте гомосексуализм – фашизм исчезнет [Unichtozhte gomoseksualizm – fashizm ischeznet] (Distruggete l’omosessualità – il fascismo scomparirà);
Уничтожьте гомосексуалистов – фашизм исчезнет [Unichtozhte gomoseksualistov – fashizm ischeznet] (Distruggete gli omosessuali – il fascismo scomparirà).

La frase di Gorkij è nota in Italia per tramite del giornalista G.A. Stella, che da dieci anni a questa parte la ripropone regolarmente sul “Corriere” per dimostrare l’omofobia millenaria dell’anima slava (ma non è un po’ russofobo tale atteggiamento?).
Non è possibile risalire all’articolo originale, che dovrebbe essere comparso sul quotidiano Известия [Izvestija] (“Notizie”) il 23 maggio 1934. Tuttavia quello che sappiamo è che Gorkij, in quel pezzo, si limitava ad affermare che l’omosessualità nei Paesi socialisti andava repressa in maniera legale, non attraverso un massacro. La frase finale dell’articolo, riportata nelle due versioni con una leggera variante di cui sopra, è in realtà un modo di dire che ironicamente Gorkij segnala come battuta diffusa nel Paese dei grandi filosofi, scienziati e musicisti (la Germania nazista).
La paternità del motto non è quindi da accreditare a un comunista russo, ma a qualche socialista europeo o tedesco dell’epoca.
Le idee di Gorkij d’altronde non erano così primitive e brutali come si vorrebbe credere: in Germania tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 si era sviluppata una prima forma di “omosessualismo militante” sia a livello culturale (il revival ellenico) che politico (Magnus Hirschfeld). Inoltre le pratiche delle SA erano probabilmente conosciute in tutta Europa (Longanesi coniò il motto «a Monaco di Baviera, mutande di lamiera») e quando Gorkij scrisse l’articolo, gli uomini di Ernst Röhm non erano ancora stati liquidati.
In conclusione, la connessione tra omosessualità e fascismo non è più illogica del dogma odierno che impone di credere che, una volta eliminati gli “omofobi”, il fascismo scomparirà…

sabato 20 giugno 2015

Dalla Russia con amore


Roma Žigan
“Moja Rossija”

Моя Россия, люблю тебя, как любит сын родную мать
[Maja Rassija, ljublju tibja, kak ljubit syn radnuju mat’]
(Russia mia, ti amo come un figlio ama la madre)

И я такой не один
[I ja takoj nje adin]
(e non sono il solo)

я был дурак, когда мечтал уехать прочь
[ya byl durak, kagda mečtal uekhat’ proč’]
(sono stato uno sciocco, quando sono andato via)

Я был безумцем, и никто не в силах был помочь
[Ja byl bezumtsem, i nikto ne v silakh byl pamoč’]
(Sono stato pazzo, e nessuno mi ha mai aiutato)

Я думал, жизнь там будет слаще, золотые горы
[Ja dumal, žizn’ tam budet slašče, zalatye gory]
(Pensavo che la vita sarebbe stata più bella, montagne d’oro)

И думал все может решить этот сраный доллар
[I dumal vse možet reščit’ etat sranyj dollar]
(Ho creduto di poter fare qualsiasi cosa con questa merda di dollaro)

Но ошибался
[Na ašibalsja]
(Ma mi sbagliavo)

каким же всё-таки был слепым
[kakim že vsjo-taki byl slepym]
(come ho potuto essere così cieco)

Не замечал родное, стремился стать другим
[Ne zamečal radnoje, stremilsja stat’ drughim]
(ho ripudiato la patria, ho cercato di essere un altro da me stesso)

А кто там ждёт меня, кому я нахер нужен там?
[A kto tam ždjot minja, kamu ja nakher nužen tam?]
(E chi era lì ad aiutarmi quando avevo bisogno?)

Да никому!
[Da nikamu!]
(Nessuno!)

Как хорошо, что понял сам
[Kak kharašo, čto ponjal sam]
(Finalmente, mi sono reso conto)

вот эту истину, что ты одна родная
[vot etu istinu, čto ty adna radnaja]
(che la verità è che tu sei la mia patria)

Везде хорошо, где нету нас, я это знаю
[Vezde kharašo, gde njetu nas, ja eto znaju]
(Dappertutto, non importa dove, lo saprò)

И благодарен Богу за то, что русский я
[I blagadaren Bogu za to, čto russkij ja]
(E devo ringraziare Dio per essere russo)

Я искренне всём сердцем люблю тебя
[Ja iskrenne vsjom serdtsem ljublju tibja]
(Ti amo davvero con tutto il cuore)

Тебя Россия, Белоруссия и Украина
[Tibja Rassija, Bjelarussija i Ukraina]
(A te Russia, Bielorussia e Ucraina)

И никогда не поссорить нас, мы едины
[I nikagda ne passorit’ nas, my ediny]
(di non dividerci mai, noi siamo una cosa sola)

*rit.*
Ой, да много, много, ой,
[Oj, da mnoga, mnoga, oj]
(Oh, immensità, immensità)

Славы про тебя,
[Slavy pra tibja]
(Gloria a te)

Русь моя,
[Rus’ maja]
(Oh Russia mia)

Православная земля,
[Pravaslavnaja zimlja]
(patria dell’ortodossia)

я люблю тебя
[ja ljublju tibja]
(io ti amo)
*

Если скажут – «оставь Россию, всё дадим»
[Jesli skažut – “astav’ Rassiju, vsjo dadim”]
(Se dicono: “Lascia la Russia e molla tutto”)

Я им отвечу – «нет, мы Русь не продадим!»
[Ja im atveču – “njet, my Rus’ ne pradadim!”]
(Io rispondo: “No, non venderemo la Russia!”)

Эта страна ни на одну другую не похожа
[Eta strana ni na adnu druguju nje pakhoža]
(Questo Paese non è come gli altri)

Храни Россию, Боже
[Khrani Rassiju, Bože]
(Salva la Russia, Signore)

нет ничего дороже
[njet ničivo darože]
(Non c’è nulla di meglio)

Берёзка, реченьки, русская речь
[Birjozka, rječenki, russkaja reč’]
(Le betulle, i fiumi, la lingua russa)

красивые русские девочки
[krasivye russkie devočki]
(le bellissime ragazze russe)

Эта страна навечно,
[Eta strana navečno]
(Questo Paese è eterno)

и бесконечны её огромные просторы
[i beskanječny jejo ogromnye prastory]
(con le sue distese infinite)

Ну как же это можно не любить – позор им!
[Nu kak že eto možna nje ljubit’ – pazor im!]
(Come potete non amarlo – vergogna!)

И пусть русский мужик пьет побольше всех
[I pust’ russkij mužik p’et pabol’še vsekh]
(Lasciate che il mugiko russo si ubriachi alla grande)

Но ведь так и есть
[No ved’ tak i jest’]
(Perché così deve andare)

нас терзают, а мы в смех!
[nas terzajut, a my v smjekh!]
(ci tormentano, e noi ridiamo!)

Эх, Русь моя, мы твои патриоты
[Ech, Rus’ moja, my tvoj patrioty]
(Oh Russia mia, noi tuoi patrioti)

И встанем за тебя в любое время года
[I vstanem za tibja v ljuboje vremja goda]
(saremo in piedi in ogni momento)

Наша сила в единстве
[Naša sila v idinstve]
(La nostra forza sta nell’unità)

и православной вере
[i pravaslavnaj vere]
(e nella fede ortodossa)

Да, ты для многих открыла свои двери
[Da, ty dlja mnogikh otkryla svoj dvjirj]
(Sì, avete spalancato troppo le sue porte)

И пусть они осудят нас за правду в наших песнях
[I pust’ ani asudjat nas za pravdu v našikh pesnjakh]
(e ci condanneranno per la verità dei nostri versi)

Но все равно славяне всегда будут вместе
[No vse ravno slavjane vsegda budut vmeste]
(ma gli slavi saranno sempre uniti)

mercoledì 10 giugno 2015

Distopie

In molte anti-utopie (o distopie) moderne e contemporanee ricorre l’immagine di una società di schiavi controllata da una élite attraverso il monopolio del potere tecnologico. Sia espressione della più sublime maestria letteraria, sia invece il semplice sfogo di una mentalità paranoica, questa visione riesce ugualmente ad angosciarmi.

Ciò che mi preoccupa sopra ogni altra cosa è il modo imprevedibile nel quale un futuro del genere potrebbe realizzarsi. Devo ammettere che in molti aspetti il presente è per me un enigma: per esempio, non capisco in che modo si possano conciliare due visioni opposte quali la “fine del lavoro” e la “iper-competività”. Eppure noi (soprav)viviamo proprio dell’incontro e scontro tra queste tendenze: da un lato l’automatizzazione completa e la decrescita felice vengono proposte come soluzione definita alla maledizione che affligge l’uomo dalla notte dei tempi (il lavoro, appunto); dall’altro, invece, si discute di come la lotta globale per la conquista di nuovi mercati imponga la drastica riduzione dei diritti dei lavoratori e un modello di sviluppo “alla cinese”.

Non vorrei che questo paradossale equilibrio schizofrenico un bel giorno si trasformasse nella fantasmagorica società da incubo di cui sopra. Non so quanto modi ci siano per replicare (o, per meglio dire, parodiare), il miracolo economico di decenni fa in un contesto che ha davvero poco a che fare con quello in cui tale crescita si è verificata: il rischio è che si imponga un prototipo di società nella quale i teorici (o i devoti) della decrescita rappresentano l’aristocrazia che campa grazie a una massa di lavoratori semi-schiavizzati.

D’altro canto non si possono addossare troppe responsabilità allo sviluppo tecnologico: ovviamente non perché si creda in una fantomatica neutralità dei mezzi, ma perché anche nei tempi passati, quando non c’erano droni o programmi di sorveglianza di massa, le ideologie disumane e totalitarie riuscivano comunque a trovare terreno fertile.

Una volta credevo che un antidoto a tutto questo avrebbe potuto essere una qualche forma di umanesimo che potesse fare la differenza. Oggi al contrario mi affido a qualsiasi cosa che abbia ancora il sapore di umano; di conseguenza accetto pure la chiacchiera, la leggenda metropolitana, la barzelletta, i sofismi, le scienze anomale, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno: finché ci saranno i prolet c’è speranza che non ci sarà alcun 1984.

domenica 7 giugno 2015

Onestà del maschilismo

Una tendenza consolidatasi negli ultimi anni da parte dei mass-media è quella di presentare le qualità maschili come difetti: basta aprire un qualsiasi giornale per accorgersene.
Gli uomini hanno migliori risultati nelle attività sportive? È perché sono a un livello più basso della scala evolutiva, credono ferocemente alla competizione, sono aggressivi per natura, eccetera eccetera.
Gli uomini riescono a dimagrire più velocemente delle donne? (Questa l’ho letta qualche tempo fa). Non è perché hanno più determinazione o forza di volontà, ma perché sono «più diretti e semplici», mentre le donne «associano le emozioni al cibo», quindi sono più sofisticate. E poi gli uomini, come si è già detto, sono competitivi perché sono dei trogloditi. Come no… Ma voi avete mai conosciuto una donna (di qualsiasi età o condizione sociale o peso) che non stia seguendo (o facendo finta di seguire) una dieta?

Senza tema di ridicolo, nei medesimi giornali si continua a parlare –magari nella stessa pagina– di «subcultura della superiorità maschile» che farebbe dell’Italia il paese più misogino del mondo.
È esattamente il contrario, ormai anche il più tonto dovrebbe averlo capito: l’ideologia prevalente impone di dare alle notizie un intento educativo (sic!), ovvero interpretare ogni fatto nell’ottica di un femminismo totalitario.
I maschi devono essere sempre rappresentati come «insoddisfatti e incapaci di stare al passo con le donne», tanto che anche alcune giornaliste onestamente ammettono che «l’evirazione degli uomini da parte della cultura popolare è diventata quasi uno sport».

In verità nemmeno le donne reali ne escono bene, quando si lasciano ridurre a un santino femminista: esse appaiono come vittime perenni del patriarcato (o, per dirla meglio, della «mascolinità [che] si esprime attraverso il dominio», cit.), angustiate quotidianamente dal complesso di inferiorità nei confronti degli uomini (che giocano meglio a tennis e dimagriscono più in fretta, oltre a essere tutti scienziati e dirigenti grazie alla complicità degli altri maschi) e perciò affamate di quote rosa, riviste femminili, libri sulle donne, articolo di supporto, messaggi di congratulazioni in prima pagina ecc…

Come se non bastasse, questo neofemminismo porta con sé una sorta di neomaschilismo, che è quello del maschio alfa del ceto medio semicolto. Il discorso è molto semplice: da un lato abbiamo gli pseudo-intellettuali, i professorini e i gagà da prima serata che pontificano sui diritti delle donne, sull’insopportabile maschilismo siculo-pakistano, sul futuro del femminismo e così via. Dall’altro c’è un padre divorziato che probabilmente è stato appena licenziato (le statistiche dicono che la prima causa di separazione è la perdita del lavoro da parte del coniuge maschio) e che adesso si trova a dover pagare il vecchio mutuo, l’assegno degli alimenti e l’affitto della nuova casa (alla faccia di chi scrive che «gli uomini non sono necessariamente i nostri peggiori nemici, ma in tempi di crisi possono anche diventarlo»). Ora, è difficile che questo tizio si metta a declamare le virtù e le superiorità della donna in piedi sulla panchina dove dorme. Questo perché è un maschio beta, un fallito, un perdente, uno sfigato, dunque non ha alcun bisogno di sfruttare il discorso femminista per portarsi a letto una donna – probabilmente non l’ha fatto neanche in gioventù, poiché consapevole che i suoi doveri sociali nei confronti della famiglia erano portare i soldi a casa e morire prima della consorte.

Dunque i maschi dominanti di oggi sono proprio i filo-femministi, che ottengono vantaggi lavorativi, sociali e anche sessuali semplicemente abbracciando l’ideologia vincente – che chiaramente non vale per loro, visto che proprio in quanti “femministi maschi” con le donne possono farci tutto quello che vogliono (anche ammazzarle, se sono cantanti o atleti). Sono i primi che godono nel dare lezioni di moralità ai meno fortunati, con un eccesso di zelo che sfocia nel sadismo. Qualcuno che ne sa più di me potrebbe scorgere in questo atteggiamento un ritorno del messianesimo femminile dell’epoca romantica, quando gli intellettuali credevano che l’emancipazione del femminino e la liberazione dell’umanità sarebbero andati di pari passo. È in quel periodo che nasce la teoria fantarcheologica del Matriarcato primordiale, del regno della Grande Madre o della Dea. L’intellettuale contemporaneo è un po’ meno idealista e, senza cinismo, possiamo intuire che se fa certi discorsi è soprattutto perché vuole farsi qualche collega più o meno avvenente.

Paradossalmente, oggi il maschilismo è diventato l’ideologia degli sconfitti, che tuttavia, di fronte all’aggressività dell’errore opposto, trova una sua nobiltà come resistenza al conformismo e come residua forma di onestà intellettuale.

venerdì 5 giugno 2015

Paperissima: per una educazione futurista

L’unico programma che seguo regolarmente da anni è Paperissima, quello dove fanno vedere gente che stappa le bottiglie ferendo il vicino col tappo o che ruzzola dalle scale tenendo un vaso prezioso in bilico sulla testa mentre sta portando la torta di compleanno al figlio.
Da molto tempo ho abbandonato l’ambizione di voler convertire i miei giudizi estetici e le mie passioni artistiche in un progetto politico coerente. Tuttavia i detriti di quelle elucubrazioni vorticano ancora nella mente, perciò mi trovo costretto ad esporli al pubblico ludibrio, sperando che nessuno voglia impossessarsene.
L’idea futurista si è sempre prestata facilmente alle velleità politiche dei propri addetti. Basti pensare al “Partito futurista” di Marinetti, alla morte in guerra di Boccioni o alla pedagogia di Aldo Palazzeschi. È proprio su quest’ultima che vorrei soffermarmi, non prima di essermi interrogato sul motivo per cui Paperissima porta la mia ilarità al limite dello svenimento.

Non sono di certo un appassionato di psicologia o altra roba del genere, però qualcosina l’ho letta. Ricordo in particolare un passaggio di un volume di George Herbert Mead, Mind, Self & Society del 1934 (tr. it. Mente, Sé e Società, Firenze, Giunti, 1966), che sembra proprio fare al caso mio:
«L’atteggiamento che si assume quando si ride perché qualcuno cade […] è [motivato dal]la liberazione dallo sforzo che non bisogna fare da parte nostra per rialzarsi. Si tratta di una risposta immediata, che si situa al di fuori di ciò che noi definiamo coscienza del “Sé”, e l’allegria tipica di essa non significa affetto che ci si rallegri per la sofferenza dell’altra persona. Se una persona si rompe una gamba, possiamo provare un sentimento di solidarietà con essa, ma, dopo tutto, vederla dimenarsi era ridicolo. Si tratta di una situazione nella quale l’individuo si identifica in modo maggiore o minore con l’altro. Noi cominciamo, per modo di dire, a sentirci cadere con lui e a rialzarsi dopo la sua caduta, e la nostra spiegazione della risata si fonda sul fatto che con essa ci si libera da quella tendenza immediata a porci nelle stesse condizioni. Noi ci siamo identificati con l’altra persona, abbiamo fatto nostro il suo atteggiamento. Quell’atteggiamento comporta uno sforzo strenuo che non dobbiamo compiere, e la liberazione da quello sforzo si esprime attraverso il riso» (p. 216).
La positività di questo atteggiamento si identifica nella realizzazione del proprio Sé attraverso gli altri. Secondo Mead tale condotta non è ispirata da una qualche malvagità: infatti se da una parte troviamo l’Io individuale (che si compiace di non essere nei panni del malcapitato), dall’altra esiste il Me, ovvero l’Io istituzionalizzato e socializzato che si identifica nell’altro e lo aiuta a rialzarsi. Attraverso la compenetrazione di questi due momenti, l’essere umano forma il proprio Sé.
Dunque non è assurdo dare un significato pedagogico anche a trasmissioni come Paperissima, che decisamente ci rendono più “umani” dei grotteschi teatrini dei reality show.

Tuttavia, se volessimo includere questo evento televisivo in una pedagogia integralmente fondata sui principi futuristi, dovremmo rispolverare il manifesto del Controdolore redatto da Aldo Palazzeschi il 29 dicembre 1913 (cfr. Opere giovanili, Mondadori, Milano, 1958, pp. 929-950). Secondo il Nostro, «la superiorità dell’uomo su tutti gli animali è che ad esso solo fu dato il privilegio divino del riso. Essi non potranno mai comunicare con Dio. Un piccolo e misero topo, può farci udire il suo pianto, i suoi lamenti; nessun animale ci ha fatto ancora udire una calda sonora risata».
Lo stesso concetto avrebbe potuto esprimerlo Mead, magari in un gergo più sofisticato: ad ogni modo entrambi sono saldamente convinti che la personalità umana si sviluppi attraverso la società in cui nasce e cresce.
Il progetto pedagogico di Palazzeschi, rispetto a quello della scuola pragmatista americana, è tuttavia più ambizioso (e folle): «Noi futuristi vogliamo guarire le razze latine, e specialmente la nostra, dal dolore cosciente, lue passatista aggravata dal romanticismo cronico, dall’affettività mostruosa e dal sentimentalismo pietoso che deprimono ogni italiano» (p. 945).
Da questo punto di vista, quale occasione migliore di Paperissima per sviluppare il proprio Sé attraverso il contrasto tra l’Io individuale e il Me sociale, nell’ottica di una genuina ed integrale educazione futurista controdolorista?

Aggiungerei, per conciliare le due posizioni in vista di un progetto totalitario, un ultimo obiettivo da realizzare tramite le “papere”.
Le risate più compiaciute e salutari scaturiscono principalmente nel momento in cui un individuo conscio di compiere un’azione stupida e/o contraria alla forza di gravità (ballare ubriaco sopra un tavolo, andare in bicicletta tra le paludi, guidare una gip tra i burroni, fare capriole su di un prato, provare lo sci d’acqua in gita turistica, usare lo skateboard davanti ad un supermercato ecc…) viene giustamente punita dal destino cinico e baro, quasi come in un test in tempo reale della rinomata “eterogenesi dei fini”.
In ciò si rinviene uno spunto per rendere realizzabile l’utopia del Palazzeschi: l’uomo, infatti, prendendo coscienza delle qualità “igieniche” della morte, tornerà ad apprezzare i più sublimi frutti dell’interazione sociale (la pena capitale, la guerra, l’uccisione sommaria di fuggiaschi da parte delle forze dell’ordine, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo e il pugno) come un destino ineluttabile. Di modo che «l’artista saprà curare la sensibilità malata dei contemporanei, insegnando loro a non temere né la macchina, né la guerra, né la morte. Diventerà una specie di vate o demiurgo, un mediatore tra l’uomo antico, lento e fragile, e la nuova e inquietante realtà industriale» (cfr. Z. Sebelova, L’ottimismo futurista: un rimedio alla paura della morte?, 2001, p. 2).

Tutto ciò dovrà tradursi necessariamente in un progetto coerente, basato sull’ordine e la disciplina e nemico quindi delle deviazioni individuali su YouTube o delle sortite demenziale à la Jackass, che ucciderebbero la spontaneità, il coup d’oeil e l’intento pedagogico. L’unico modello possibile è Paperissima, prendere o lasciare.

martedì 2 giugno 2015

Dove acquistare libri sul Senegal

I lettori più giovani e inesperti mi domandano spesso dove trovare libri di storia e cultura senegalese. Se siete di Milano, la soluzione è a portata di mano: nella via dietro al Duomo, davanti alla Libreria San Paolo, c’è un gruppo di giovani imprenditori africani specializzati proprio in questo settore (a differenza dei colleghi a destra della piazza, che si occupano di vendita di braccialetti). Nel caso non siate pratici di Milano, potete comunque raggiungere facilmente il luogo utilizzando Google Street View:



Non c’è neppure bisogno di chiedere informazioni: appena passerete da quelle parti troverete subito un venditore pronto a servirvi. L’offerta culturale è vastissima: volumi di ricette, poesie di Senghor, fiabe africane, storie di povertà e redenzione terzomondista. L’unico inconveniente è che i prezzi sono piuttosto alti (da 7 a 11 euro a volume) e i venditori non sono autorizzati a fare sconti, perciò per sicurezza portatevi dietro almeno una banconota da dieci – soprattutto perché, una volta entrati in contatto con gli esercenti, non è più possibile recedere dall’acquisto, a meno di non voler ingaggiare una lotta tanto feroce quanto sconveniente con il povero operatore culturale, il quale sta semplicemente diffondendo gli usi e costumi del proprio paese sul territorio italiano.

Toubab

Heyo Toubab, fammi un regalo!!!
(K. Boland, Heyo Toubab, Give Me a Present!!!, “Kimboland”, 17 settembre 2013)
Toubab. Una parola che continuerà a tormentarmi per il prossimo anno e mezzo. In Senegal “toubab” è un’espressione che significa in generale “occidentale”, “straniero” o “bianco”. Per gli americani parlare di differenze di razza è un argomento imbarazzante. In Senegal invece è esattamente il contrario. Nel caso vi stiate chiedendo di che colore è la mia pelle: sono bianca. Con quel termine i senegalesi indicano un fatto palese, cioè quanto bianca e diversa sia da loro.
Cosa significa tutto questo per un senegalese? I “toubab” sono tutti quei supericchi con le carte da credito in tasca pronti a fare regali a tutti quelli che incontrano (sono sarcastica…). La cultura senegalese è molto altruista e aperta all’altro. Quello che chiedi ti viene dato. Molti volontari hanno problemi con il termine “toubab” e con il significato che sottende. Spesso ci vengono chiesti soldi, oppure ci fanno proposte di matrimonio, o semplicemente vogliono le nostre cose. Così è la loro cultura, lo fanno con tutti. Noi “toubab” ci sentiamo più in imbarazzo perché non siamo abituati a queste richieste esplicite.
Ciò che veramente mi disturba non è il termine in sé o le attenzioni che ricevo, ma la sensazione costante che io non sono una di loro e non lo sarò mai. Non importa quanto possa adattarmi alla loro cultura o perfezionare il mio pulaar [dialetto fula locale], perché sarò sempre straniera. Riusciranno ad accettarmi? Non ne sono sicura.
Veniamo presi di mira soprattutto perché siamo immediatamente individuabili. Io stessa posso accorgermi di una persona bianca da un chilometro di distanza. A questo dobbiamo aggiungere che per i senegalesi tutti i toubab sono persone ricche che possono mantenere i talibes (studenti coranici che mendicano per le strade) e i bambini che desiderano un petit cadeaux. All’inizio era molto fastidioso, ma ora mi limito a dire no o a dar loro qualcosa. L’altro giorno stavo andando in bicicletta per le vie di Kolda sgranocchiando una pannocchia quando un ragazzino mi ha fermata dicendo: «Yo toubab, okk kam tabano!» [“Hey ragazza bianca, dammi la tua pannocchia”]. Ero piena e il mais non era così buono (infatti è quello che solitamente negli Stati Uniti noi diamo al nostro bestiame), quindi l’ho dato al bambino. Lui ovviamente non se l’aspettava, i suoi occhi si sono illuminati e ha cominciato a corrermi dietro per chiedere altro mais.
Oggi invece qualcun altro voleva la mia bicicletta, ma mi sono opposta. A volte mi ribello e dico a loro che dovrei essere io, in quanto ospite, a pretendere regali da loro. Alcune volte questa strategia mi si ritorce contro, perché loro mi offrono l’unico cibo che hanno o i cento franchi senegalesi che hanno ottenuto in un giorno di questua: di solito per prenderli in giro faccio finta di accettarli, ma poi glieli restituisco immediatamente.
Per dirla con mio padre, «Chi si ferma è perduto». Grazie papà, hai capito com’è il Senegal.

lunedì 1 giugno 2015

Idiomi moderni e razionali

Due aspiranti Zamenhof da una spassosa raccolta di Lettere al direttore (Mondadori, 1974, pp. 119-120, 134-135) del giornalista Romano Battaglia (1933-2012). La prima lettera viene da Milano, la seconda da Asti:
«Mi permetto di scrivere questa mia pregiata per sottoporre alla sua attenzione una importante innovazione nel campo linguistico. Da anni sto mettendo a punto un nuovo vocabolario della lingua italiana con tutte le parole cambiate. Mi sembra infatti arrivato il momento di abbandonare il vecchio idioma per uno più moderno e razionale. Perché parlare sempre alla stessa maniera da secoli? […] Perché di fronte [al] progresso rimanere insensibili alla innovazione, alla invenzione di nuove forme espressive così affascinanti […]?
Non capisco perché dobbiamo continuare a chiamare “mamma” nostra madre e “babbo” nostro padre. Non capisco perché bisogna continuare a dire “buongiorno” ad una persona che si incontra al mattino e “buonasera” ad una persona che si incontra di sera. Io ho cambiato tutto. Per dire buongiorno nella mia nuova lingua dico: “Solarsi”. Per dire buonasera “Nottarsi”. La mamma nel mio vocabolario è “Ananza” e babbo “Panza”. Ora riporto una frase di esempio e giudichi lei se non è più moderna e musicale nella mia nuova lingua. La frase è: “Nel giardino il vento aveva portato le foglie vecchie e ingiallite di un inverno di tanti anni fa quando ancora c’era nostra madre che sul cancello ci aspettava a sera”. Ecco ora la stessa frase nella mia lingua: “Uz nanno versi napicati volle per tutere crinzi sina pechi narzi sul pachiti ninni della ananza tarsi”. Oltre alla grande e spiccata musicalità la mia nuova lingua non ha bisogno né di virgole né di accenti ed elimina molti aggettivi che rendono melensa la nostri vecchia e ormai sorpassata lingua italica. “Grizi nazi paganati prazi”».
«Egregio dottore, le unisco qui l’ultima mia poesia “RUMORALE” da me inventata dedicata all’Odissea dell’Apollo Tredici: 
ODISSEA
Nel ciarata kimbo
trus bitofaro les.
I tre venes giù
per non morés.
Odissea camas
la terra amata cata
è lontanas.
Nor es dunque pega
il mondo prega
con la màtras,
ma la ciarata Kimbo
più non gabra.
Nel cielato blacco
lo spirato pacco
più non sode sonàr.
I tres calafati barchi
tengono in mano i sarchi
mentre la radio zazze
sulle giunture pazze
dell’immenso polar.
I tres venes giù
per non morés
quaggiù si gode
come le metrés.
Nel ciarata Kimbo
s’è svegliato un bimbo.
Ha preso per mano i tres
e gli ha portati al mare
per non morés».
Non nascondo che il componimento dell’anonimo astigiano mi ha sempre fatto commuovere. Mi piace che questo genio sia rimasto misconosciuto: se avesse avuto la fama di Fosco Maraini, sicuramente al suo poema rumorale avrebbero dedicato più tesi di laurea che non al “Lonfo”. Sic transit gloria mundi – o per dirla in linguaggio rumorale: La ciarata Kimbo più non gabra!

La prima lettere invece illustra efficacemente il senso del motto latino Quem vult perdere, deus amentat. Penso che la questione non sia tanto individuale, quanto collettiva: esplorando la Wikipedia in Volapük (lessico creato dall’abate Schleyer nel 1880), mi domando se il destino di certe comunità linguistiche non sia quello di sfornare generazioni di “universalisti” sempre più alienati.

Apologio de la Silento

A proposito dei miei studi di esperanto, che ormai risalgono alla notte dei tempi, ho ritrovato una carteggio col professor Giorgio Denti della Federazione Esperantista Italiana (FEI), che in un marzo di dieci anni fa gentilmente si prestò come “consulente” per la traduzione di qualche mia poesia. Questo è uno dei momenti clou dello scambio di lettere: una discussione sul modo più appropriato per rendere l’espressione apologia del silenzio. Si tratta di una risposta esaustiva e molto generosa, per il quale lo ringrazio ancora (jam temp’ esta’!).
«Buonasera Roberto,
io direi: Apologio de la Silento (pronunciare apologhio con accento sulla “i”).
Ma bisognerebbe capire bene che cosa hai in mente.
“Apologia”, infatti, può significare:
1) discorso di autodifesa (pensiamo all’Apologia di Socrate); in esperanto: apologio; memdefendo; sindefendo; sinpravigo;
2) discorso o scritto a difesa (pensiamo agli antichi Apologeti); in esperanto: apologio;
3) perorazione; in esperanto: pledo;
4) esaltazione (ad esempio, apologia di reato, apologia del fascismo); in esperanto: apologio; glorado; laudego;
5) giustificazione; in esperanto: pravigo;
6) preghiera pronunciata dal sacerdote all’inizio della messa per chiedere il perdono delle proprie colpe (da questo uso molto particolare viene l’inglese “to apologize”, che non vuol dire “fare l’apologia”, ma “chiedere scusa”, e spesso dà origine a gustosi equivoci di traduzione); in esperanto: pardonpeto; senkulpigo.
Esclusi il primo e l’ultimo significato, gli altri 4 potrebbero tutti fare al caso nostro.
Se, però, dico Pledo por Silento, a mio modo di sentire vengo a dire che il mio è un “invito a fare silenzio”, non già una difesa, un’esaltazione del silenzio (che, forse, è quello che intendi), e che a mio avviso corrisponde meglio ad Apologio de la Silento o Laudo de la Silento.                                                                                                            
Se scegli una parola diversa da apologio o pledo, attenzione alla preposizione da usare»

Il dialogo tra i popoli

«Scopo di questa lingua è quello di far dialogare i diversi popoli cercando di creare tra di essi comprensione e pace con una seconda lingua semplice ma espressiva, appartenente all’umanità e non a un popolo» (Lingua esperanto, “Wikipedia”)



(fonte: D. Astori, Parlo Esperanto. Manuale di conversazione, A. Vallardi, 1996, pp. 177-178)