martedì 12 maggio 2015

Scritti apolitti

Cerco sempre di tenere un blog attivo in qualsiasi momento della mia vita: lo considero un indispensabile strumento di conoscenza (nel senso di conoscere gente, e fare cose). In generale però noto anche una certa influenza negativa sulla mia personalità: pure io son diventato, senza potermelo permettere, un enfant gâté; del resto come sarebbe stato possibile per uno sfigato resistere alla tentazione di credersi un genio, quando basta un click per andare in mondovisione?

Per tentare di raddrizzare la pianta (metafora abusata sin dai tempi del De Amicis, ma che importa), non rimane forse che un disperato tentativo di convogliare verso qualcosa di positivo tendenze autodistruttive quali il solipsismo (o megalomania), l’eclettismo (o tuttologia) e l’ignavia (o fancazzismo).
Il compito, per quanto mi concerne, è reso ancora più arduo dalla nomea di destrorso che mi sono guadagnato anche fra i miei estimatori, probabilmente a causa (ma posso solo ipotizzare) delle continue sparate su donne, omosessuali ed ebrei.
Pure in tal caso mi trovo costretto ad addossare parte della responsabilità a internet: quando ho iniziato a rovinarmi la vita con i blog, più o meno a partire dal 2005, ero uno dei pochissimi reazionari semi-alfabetizzati (in senso informatico, s’intende…) in Italia. Ciò mi ha consentito di coltivare la spocchia gomezdaviliana fin quando non sono diventati tutti un po’ così.

Una volta per essere originali bastava aggiungere un “Dove andremo a finire?” in coda alla più sconclusionata laudatio temporis acti. L’unica concorrenza poteva venire (solo potenzialmente) dai portali rudimentali di qualche testata organica al centro-destra, ancora ignara della magia bianca dei like faceboochiani. Tutti si vergognavano di apparire reazionari, alcuni sfogavano le pulsioni represse con l’anti-americanismo (non c’era ancora Obama) o nella critica generica all’Occidente e al capitalismo (all’ombra della quale i più timidi potevano finalmente sparlare di femministe e gay). Alternative, a parte i siti neonazi, non ve n’erano molte.

Poi a un certo punto c’è stata questa revanche della scorrettezza politica, che ha cambiato ogni cosa, non so dire se in meglio o in peggio; forse internet ha solo iniziato a rispecchiare in modo più fedele la realtà, quella realtà che come sappiamo è sempre un po’ fascista (o perlomeno Ur-Fascista).

Era inevitabile che prima o poi il passe-partout progressista non riuscisse più ad aprire (e chiudere) tutte le discussioni. Alla fine, senza tema di ridicolo, potrei celebrare questa metamorfosi come un trionfo personale, avendo contribuito nel mio piccolo all’avanzata dell’oscurantismo; tuttavia nella pratica ciò si traduce in una sconfitta, perché il mio punto di vista su quanto accade nel mondo adesso è condiviso da persone che lo esprimono meglio, più velocemente e con più perseveranza del sottoscritto. Forse negli anni più fecondi avrei dovuto “farmi un nome” e campare di quello, ma è facile ragionare col senno di poi: probabilmente mi sarei annoiato a non essere più controcorrente (anche se a parole sono un adulatore della plebe).

Perciò ora mi trovo in una condizione paradossale, che dipende anche dal particolarissimo contesto italiano, nel quale dichiararsi apolitici significa ritrovarsi automaticamente a destra. Non ho assi nella manica, perciò temo che alla fine dovrò mettermi a studiare seriamente, soprattutto per scansare quello che i tedeschi chiamano Torschlusspanik, il timore che le porte si chiudano definitivamente. In ogni caso anche per questo blog è ancora valido l’apoftegma di Céline: «De nous, si le mot merde subsiste, ça sera bien joli».

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