domenica 10 maggio 2015

La ragion cinica (o “dell’avere un blog”)

In un saggio breve sul nichilismo della blogosfera (tradotto da “Caffè Europa” nel 2007), Geert Lovink sostiene che i blog nacquero nel momento in cui gli utenti di internet persero le residue “illusioni di cambiamento”: in quel periodo la rete si stava trasformando in mezzo di comunicazione di massa, un processo che avrebbe comportato l’inevitabile normalizzazione dei contenuti. Dopo la fase di “sfondamento democratico” del nuovo mezzo, dalle ceneri risorse la vecchia utopia del “cambiamento”: gli utenti si convinsero che i media partecipativi potevano usurpare il posto dei mezzi classici di comunicazione. Sulla scia dell’entusiasmo, i lettori confidarono di trovare nei blog qualcosa che i media cartacei non offrivano più:
«Nel bloggare c’è una ricerca della verità. Ma è una verità con un punto di domanda. La verità è diventata un progetto amatoriale, non un valore assoluto, sancito da autorità superiori. Al posto di una definizione comune, potremmo dire che il cinismo [dei blog] è il modo sgradevole di rappresentare la verità».
Tuttavia, la “ragion cinica” del blog, invece di muoversi alla conquista del mondo, si limitò a intrattenere “un rapporto simbiotico con l’industria delle notizie”:
«Non è facile rispondere alla domanda se i blog operino all’interno o all’esterno dell’industria mediatica. […] Nonostante innumerevoli tentativi di caratterizzare i blog come alternativi ai media tradizionali, essi sono spesso descritti in maniera più precisa come “canali di feedback”. […] Quello che resta è un’equazione quasi auto-evidente tra i blog e l’industria delle notizie. […] L’ossessione per le notizie-fattoidi confina con l’estremo. Invece dell’appropriazione selettiva, ci sono una sovra-identificazione e una dipendenza chiara e tonda, in particolare dalla velocità della cronaca in tempo reale. […] L’informazione esistente è semplicemente riprodotta, in un atto pubblico di internalizzazione. […] Il diritto di esprimere i nostri pensieri significa qualcosa solo se siamo in grado di avere pensieri nostri».
Attualmente, siamo nell’ultima fase dell’appaiamento (a volte inconscio) del mezzo-blog ai grandi media: sembra quasi un processo fisiologico, quello di cedere al fascino della simbiosi con la carta stampata. Addirittura secondo Lovink i blogger finora si sarebbero comportati come gli “utili idioti” del mainstream.
Da un punto di vista ancor più elementare, si deve riconoscere che l’ossessione dell’attualità non si traduce mai veramente in qualcosa di interessante da leggere: è sempre un commento indignato ai rotocalchi della giornata, o -ancor peggio- alle trasmissioni televisive della sera precedente. Secondo Lovink «è troppo facile dire che c’è libertà di parola e che i blog materializzano questo diritto», proprio perché il predominio delle media corporation non viene mai superato, ma sempre replicato (perlopiù in modo trascurabile: nessun blog riuscirebbe in tal modo a sottrarre lettori al mainstream).

Il noto “manifesto” di Simone Weil, L’enracinement, pubblicato postumo nel 1949 e tradotto in italiano col titolo dantesco La prima radice, raccoglie sotto il titolo “la libertà d’opinione” alcune importanti annotazioni: secondo la Weil, sarebbe necessario «costruire, nel campo della stampa, una riserva di libertà assoluta, […] [dove] potrebbero venir esibiti con ogni energia tutti gli argomenti a favore delle cattive cause». Questa “riserva” dovrebbe tuttavia limitarsi alle pubblicazioni non destinate ad influire sull’opinione pubblica: quindi ne sarebbero escluse i quotidiana e la letteratura di consumo. Questo perché, sempre per la Weil, «dev’essere pacifico che uno scrittore, dal momento in cui entra a far parte di coloro che hanno un’influenza determinante sull’opinione pubblica, non possa pretendere una libertà illimitata».
La filosofia (questo il punto più controverso) auspica quindi la creazione di “tribunali culturali” in grado di imporre agli aspiranti “direttori delle coscienze” il rispetto degli obblighi previsti dalla propria posizione. Tale proposta potrebbe forse legarsi con la concezione di Lovink dei blog come “media minore”, in grado di garantire una zona franca dove poter sostenere qualsiasi opinione. Per citare ancora il saggista olandese  (Alla scoperta della ragion cinica):
«Il cinismo [di internet] non è altro che la maceria discorsiva di un sistema di credenze crollato di punto in bianco dopo il rush del mercato […]. Il cinismo, in questo contesto, non è un tratto caratteriale ma una condizione tecno-sociale. La questione non è che i blogger sono perlopiù cinici di natura […]. Il cinismo della rete non crede più nella cybercultura come provider di identità con relative allucinazioni imprenditoriali […]. Seguendo Baudrillard, potremmo dire che i blog sono un dono per l’umanità di cui nessuno ha bisogno. È questo il vero shock. […] I blogger sono intrappolati dalle loro stesse contraddizioni interne nella “Terra della Non Scelta”. […] Un cinico, così dice Peter Sloterdijk, è qualcuno che fa parte di un’istituzione o di un gruppo la cui esistenza o i cui valori egli stesso non può più considerare assoluti, necessari o incondizionati, e che è infelice a causa di questo illuminismo, perché lui o lei si attengono a principi in cui non credono. […] La portata emotiva dei blog è molto più ampia degli altri media per via della loro atmosfera informale. È essenziale mescolare pubblico e privato. […] Bloggare è un’avventura nichilista proprio perché la struttura della proprietà dei mass media è messa in dubbio e poi attaccata.. […] Bloggare è l’opposto dello spettacolo. È piatto (eppure significativo)».
Supercazzole a parte, la discussione giunge infine al dilemma fondamentale: libertà o visibilità? La possibilità di scegliere tra le due opzioni si assottiglia sempre di più con il passare degli anni: chi antepone la libertà di opinione alla visibilità pubblica, viene messo alle strette in via precauzionale.

Più che una fantomatica “ragion cinica”, qui è il puro e semplice cinismo a trionfare. Tuttavia, se in futuro resterà ancora la speranza di formulare almeno un discorso sensato senza il ricatto della visibilità, allora l’appello “ragion cinica” tornerà ad avere un senso:
«Nel contesto mediatico, [il nichilismo] sarebbe il momento in cui i mass media perdono la loro rivendicazione della Verità e non possono più operare come autorità. […] La sfida posta dai milioni che bloggano è come superare la mancanza di significato senza ricadere nelle strutture di significato centralizzate».
In conclusione: se il “bloggare col martello” può essere un passatempo piacevole, ciò che dimentichiamo in tale operazione è che essa riconosce un valore al sistema in cui viviamo, anche nel momento in cui ci si convince di non farne parte in alcun modo. 
Pur ammettendo che «i blog assistono gli utenti nel loro passaggio dalla Verità al Niente», non è scontato che la “Verità” di partenza sia una “Verità” con l’iniziale maiuscola, è che il “Niente” non apra lo spirito alla Verità assoluta, piuttosto che al nichilismo assoluto. Persino i blog “impegnati” devono fare i conti col nichilismo realizzato, «la forma finalmente compiuta di un disastro che è accaduto molto tempo fa» (Justin Clemens).
Forse la “ragion cinica” può aiutare a dosare la cattiveria senza cadere nel pessimismo cosmico: giusto quel poco che serve a estinguere un’opinione pubblica costruita sul nulla.

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