venerdì 22 maggio 2015

L’ultimo uomo europeo

Uno dei problemi essenziali di questa Unione Europea in cui ci troviamo è l’incapacità di armonizzare i due pilastri che stanno alla base della civiltà, ovvero la libertà e l’ordine.

Invece di parlare soltanto di economia, gli europeisti dovrebbe riscoprire le virtù della filosofia, o almeno considerare l’importanza di una disciplina rispetto all’altra (l’economia, per ironia della sorte, sarebbe una branca della filosofia morale).
Per una volta, lasciando un attimo da parte le esigenze dei mercati e la competizione globale, sarebbe utile meditare sullo scopo per cui dovremmo mettere assieme decine di stati. L’idea che debba esistere un’unione tra nazioni per il semplice fatto che esse confinano non è di per se stessa “europea”: ognuna di queste patrie ha delle tradizioni radicate, il che fa sì che anche il più piccolo staterello si senta un po’ il centro del mondo (cioè dell’Europa).

Forse è possibile superare tale mentalità con un Kulturkampf lungo decenni (o secoli), ma di certo non la si può elidere con una semplice unione doganale o monetaria, dal momento che nessun popolo considera l’economia in se stessa come ideologia vincolante e perciò può legittimamente aspirare a qualcosa di più internazionale rispetto a un’unione territoriale.

L’Europa non ha né una politica estera unica, né tanto meno un esercito comune, quindi le armi della ritorsione economica sono spuntate. Per fare un esempio estremo: se la Germania decidesse di trattare il Kosovo (che è nell’area euro, anche se non lo sa nessuno) nello stesso modo in cui ha trattato i PIIGS, la piccola enclave creata dalla Nato (che rappresenta, per altro, un fallimento finanziario e militare) invocherebbe l’aiuto fraterno di americani (e turchi), dimostrando così che una unione monetaria non obbliga a un bel niente – soprattutto se si ha avuto l’accortezza di mantenere un piede fuori da essa.

L’incapacità di trovare un equilibrio tra individualismo e collettivismo non è tuttavia un problema esclusivamente europeo: questa Unione però fa di tutto per esasperare i contrasti tra cittadini e istituzioni. In primo luogo perché questo super-stato è allergico a qualsiasi riflessione sulle proprie radici, ma preferisce “vivere di rendita”, approfittando di concetti storicamente dati dal cristianesimo (come la libertà o la persona) per resistere alla tentazione del totalitarismo. Ovviamente non è facile prosperare su radici che non vengono mai annaffiate: fuor di metafora, è impossibile cercare nuovi valori che uniscano al di là delle differenze, se prima non li si è nemmeno pensati. La logorante guerra burocratica contro la religione è il dato più lampante del fallimento culturale del progetto. Se questi sono i mezzi utilizzati per costruire un umanesimo comune, allora il massimo a cui potrà aspirare l’Unione sarà una sorta di collettivismo senza scopo – che dovrà per forza essere totalitario, dato che in una società disorganica la repressione contro l’individualismo non può che sfociare in dittatura.

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