sabato 30 maggio 2015

Vota Abdul

(“Sette”, 1 maggio 2014)
Ho notato la tendenza, da parte dei giornali italiani, di trasformare in scoop qualsiasi notizia insignificante che nel mondo riguardi le persone di colore: è una sorta di razzismo al contrario, come a dire “Hai visto che anche loro fanno le stesse cose che fanno noi, fumano, giocano a calcio, diventano miliardari ecc…”.

In questo trafiletto di “Sette”, allegato del Corriere, si racconta l’epica carriera politica di tale Abdul Turay, cittadino inglese di origine giamaicane che si è candidato per le europee con i socialdemocratici estoni. Ce l’avrà fatta? Purtroppo no: il suo partito non è andato benissimo
Del resto non è che internet sia prodigo di informazioni su costui: la sua pagina Wikipedia sembra se la sia scritta da solo (e ha pure dimenticato di tradurla in inglese). Praticamente sono l’unico che ne sta parlando in questo momento al di fuori dell’Estonia (e questo è inquietante).

Confesso che già conoscevo il tizio, essendo appassionato, per motivi che difficilmente riuscirei a spiegarvi, alle sottoculture estoni (comunque si chiama Estophilia). Avevo visto la sua immagine ufficiale (sempre la stessa!) su un settimanale, qualche mese fa:


Infatti avevo esclamato: «Uè, che bel negher!», invidioso del fatto che fosse riuscito a imparare l’estone, una lingua (quasi) impossibile. Ora, proprio grazie all’inutile trafiletto di “Sette”, scopro che è sposato da cinque anni con una di quelle fig…lie d’Estonia che a noi italiani sembrano non interessare (vergogna!). Dunque ringrazio il fratello Abdul per avermi dato la speranza di poter imparare l’estone: thank youtänan teid!

venerdì 22 maggio 2015

L’ultimo uomo europeo

Uno dei problemi essenziali di questa Unione Europea in cui ci troviamo è l’incapacità di armonizzare i due pilastri che stanno alla base della civiltà, ovvero la libertà e l’ordine.

Invece di parlare soltanto di economia, gli europeisti dovrebbe riscoprire le virtù della filosofia, o almeno considerare l’importanza di una disciplina rispetto all’altra (l’economia, per ironia della sorte, sarebbe una branca della filosofia morale).
Per una volta, lasciando un attimo da parte le esigenze dei mercati e la competizione globale, sarebbe utile meditare sullo scopo per cui dovremmo mettere assieme decine di stati. L’idea che debba esistere un’unione tra nazioni per il semplice fatto che esse confinano non è di per se stessa “europea”: ognuna di queste patrie ha delle tradizioni radicate, il che fa sì che anche il più piccolo staterello si senta un po’ il centro del mondo (cioè dell’Europa).

Forse è possibile superare tale mentalità con un Kulturkampf lungo decenni (o secoli), ma di certo non la si può elidere con una semplice unione doganale o monetaria, dal momento che nessun popolo considera l’economia in se stessa come ideologia vincolante e perciò può legittimamente aspirare a qualcosa di più internazionale rispetto a un’unione territoriale.

L’Europa non ha né una politica estera unica, né tanto meno un esercito comune, quindi le armi della ritorsione economica sono spuntate. Per fare un esempio estremo: se la Germania decidesse di trattare il Kosovo (che è nell’area euro, anche se non lo sa nessuno) nello stesso modo in cui ha trattato i PIIGS, la piccola enclave creata dalla Nato (che rappresenta, per altro, un fallimento finanziario e militare) invocherebbe l’aiuto fraterno di americani (e turchi), dimostrando così che una unione monetaria non obbliga a un bel niente – soprattutto se si ha avuto l’accortezza di mantenere un piede fuori da essa.

L’incapacità di trovare un equilibrio tra individualismo e collettivismo non è tuttavia un problema esclusivamente europeo: questa Unione però fa di tutto per esasperare i contrasti tra cittadini e istituzioni. In primo luogo perché questo super-stato è allergico a qualsiasi riflessione sulle proprie radici, ma preferisce “vivere di rendita”, approfittando di concetti storicamente dati dal cristianesimo (come la libertà o la persona) per resistere alla tentazione del totalitarismo. Ovviamente non è facile prosperare su radici che non vengono mai annaffiate: fuor di metafora, è impossibile cercare nuovi valori che uniscano al di là delle differenze, se prima non li si è nemmeno pensati. La logorante guerra burocratica contro la religione è il dato più lampante del fallimento culturale del progetto. Se questi sono i mezzi utilizzati per costruire un umanesimo comune, allora il massimo a cui potrà aspirare l’Unione sarà una sorta di collettivismo senza scopo – che dovrà per forza essere totalitario, dato che in una società disorganica la repressione contro l’individualismo non può che sfociare in dittatura.

giovedì 21 maggio 2015

Esiste la libertà sessuale?

Di recente ho avuto modo di meditare sul concetto di “libertà sessuale”. La prima impressione che ho tratto dalle mie riflessioni è che i più ferventi sostenitori di tale “libertà” siano poi gli stessi che, alla fin fine, non la mettono mai in pratica: probabilmente è per tale motivo che essi confidano nella possibilità di coniugare due concetti opposti quali “sesso” e “libertà”.

Per quel che mi riguarda, non mi è mai capitato di imbattermi in quella cosa chiamata “sesso libero”. È vero che col sottoscritto la Natura è stata matrigna (a me la vita è male), ma lo stesso discorso potrebbe valere per i giovani favoriti dal corredo genetico e dal censo: ricordo, nei miei coetanei più avvantaggiati, l’ossessione per la moda, i pomeriggi passati in palestra per avere addominali perfetti, lo stress di dover frequentare i locali migliori e le spese folli per i tatuaggi (che dopo vent’anni saranno costretti a rimuovere). E non era neppure certo che questi sacrifici garantissero l’accoppiamento con le ragazze più avvenenti. Insomma, se questa è la libertà sessuale, ora capisco perché molti rimpiangono i matrimoni combinati.

A parte gli scherzi, non mi è ancora chiaro quale sia il vero significato dell’espressione “libertà sessuale”. Se ho capito bene, dovrebbe funzionare così: io ho voglia di fare sesso, chiedo a una donna se vuol venire a letto con me, lei ci sta, e poi tante grazie. Bene, anzi benissimo ma… su quale pianeta è mai successa una cosa del genere? Se penso alle settimane, ai mesi (agli anni!) sprecati in appostamenti tattici e analisi strategiche, mi viene da ridere. Persino la caccia al cinghiale in montagna al confronto diventa un passatempo rilassante:
«Un cacciatore di cinghiali mi ha raccontato che quando si individuano delle prede sulla montagna, ci si apposta per ore in attesa che scendano. […] Prolunghiamo l’attesa per mettere a segno il nostro unico colpo vittorioso. Non vi sarebbe necessità di attendere l’occasione propizia se non si mirasse ad ottenere la vittoria in un sol colpo. […] Scommettere con parsimonia non ha significato. Bisogna lasciar maturare l’occasione, condensare al limite estremo volontà ed azione per quell’attimo in cui metteremo in gioco tutto ciò che possediamo. Il termine “azione” diviene così sinonimo di “pazienza”» (Yukio Mishima, Lezioni spirituali per giovani samurai).
Da questo punto di vista, trovo risibili anche gli articoli sulla spregiudicatezza sessuale dei pre-adolescenti: si tratta di una vecchia fantasia pruriginosa delle classi alte, che immaginano chissà quali orge nei bagni delle scuole pubbliche. In realtà più si scende nella scala sociale e più c’è il rischio di imbattersi in un arabo che ti chiama all’una di notte perché ha trovato il tuo numero di telefono sul cellulare della figlia (che egli controlla scrupolosamente ogni giorno). In ogni caso, anche se esistessero davvero queste ninfette da scuola media, il loro concedersi non avrebbe nulla a che fare con la libertà sessuale così come è intesa dai pubblicisti, perché a decidere gli accoppiamenti sarebbero sempre forze impersonali quali, ad esempio, i soldi o il potere. Occorre anche precisare che la continenza è ancora una virtù per le classi basse, se persino l’adolescente più degenerata messa alle strette finirà per vantarsi della sua demi-virginité.

Gli sfigati, purtroppo, si illudono che, in presenza di un aumento della famigerata “libertà sessuale”, anch’essi potranno rimediare qualcosina (un bel dì, forse). Tutte favole: bisogna farsene una ragione.
Infatti io me l’ero già fatta (una ragione), al liceo, quando avevo elaborato una teoria filosofica dell’accoppiamento basata sull’armonia prestabilita. Quello in cui credevo era pressappoco che conquistare una donna è impossibile, e che di conseguenza fosse inutile “darsi da fare”, perché a dominare il mondo è una feroce forza (…e fa nomarsi dritto). A dir la verità ero convinto di questa sciocchezza fino a pochi anni fa, quando alcune coetanee che una volta sembravano irraggiungibili hanno iniziato a mostrare un certo interesse nei miei confronti.
Come è possibile che si verifichi un fenomeno del genere? Semplice: è il secondo livello della “libertà sessuale”. Ovvero: le donne, a differenza degli uomini (almeno degli uomini di qualche anno fa), verso i trent’anni cominciano a temere di diventare vecchie zitelle. Soprattutto quelle che hanno sprecato una vita intera a darla al maschio dominante, ora si accorgono che per una relazione stabile è necessario attingere al serbatoio degli sfigati. E dunque arrivano a te promettendo finalmente l’agognata libertà sessuale, quando invece ciò che vogliono è un matrimonio, una casa, una famiglia, uno stipendio (o un assegno di mantenimento), e tutto il resto. Non è cinismo, è il mondo che vuole così. Il problema è che, obiettivamente, al giorno d’oggi le donne vogliono la botte piena e il marito ubriaco, cioè credono di poter sostenere vita natural durante la contraddizione tra una adolescenza libertina e una vita coniugale da santi sposi. Quello che mi preoccupa non è tanto che i marcantoni del liceo stiano già al secondo divorzio, quanto che gli sfigati si illudano che a trent’anni suonati sia arrivato il loro turno... ma state all’erta!

venerdì 15 maggio 2015

Manifesti di propaganda turistica

Non è divertente che gli ideatori della campagna pubblicitaria della Turkish Airlines possano utilizzare gli stereotipi più irritanti senza essere tacciati di “razzismo”? Pare che il turismo sia diventato quindi l’ultima zona franca a riparo dal politicamente corretto.

Del resto, il turismo è affamato di cliché e anche se l’Italia continua a credere che la cosiddetta “accoglienza” sia una esperienza metafisica e filosofica, in realtà quello che i visitatori delle economie emergenti cercano è sempre il Paese di Pinocchio e dei pizzaioli.

«Il turismo è una parodia della mobilitazione generale», sosteneva Hans Enzensberger: in effetti, le analogie tra il manifesto dedicato all’America con indiani, ballerine e sassofonisti neri e un cartellone di propaganda nazista risalente alla Seconda Guerra Mondiale, in parte confermano la giustezza dell’enunciato. 



Njash Mjash


Enjoykin
“Няш Мяш”
[Njash Mjash]

Произошёл переворот
[Preizashiol pirivarot]
C’è stato un colpo di stato

власти захват
[vlasti zakhvat]
una presa del potere

вооружённый 
[varužionnyj]
armata

к массовой крови
[k massovy krovi]
a uno bagno di sangue

привел беспредел
[privjel bespredjel]
ha portato l’illegalità

анти-конституционный
[anti-konstitutsonnyj]
anticostituzionale

Мы не имеем
[My ne imijim]
Non abbiamo

морального права
[maralnavo prava]
il diritto morale

перед людьми
[pered lyudmi]
di fronte alle persone

быть в стороне
[byt' v staranje]
di farci da parte

Наша задача
[Naša zadača]
Il nostro compito

наладить работу
[naladit rabotu]
è di stabilire le mansioni

прокуратуры
[prokuratury]
del procuratore

в этой стране
[v etaj stranje]
in questa regione

*
Власть, кровь
[Vlast, krov]
Sangue, potere

Няш-мяш
[Njash Mjash]

Кровь, власть
[Krov, vlast]
Potere, sangue

Крым – наш
[Krym – nash]
La Crimea è nostra

giovedì 14 maggio 2015

You Can Do Anything


Questo sketch del Saturday Night Live (qui la trascrizione) pone una seria ipoteca su qualsiasi iniziativa in campo artistico o culturale che nasca da internet. Gli scambi di battute sono micidiali, ma la più icastica rimane: «I tried and therefore no one should criticize me». Tutta una filosofia di vita sintetizzata in una riga. Da tenere a mente ogni volta che si è tentati di nominare il proprio blog (o qualsiasi altra cosa ci rappresenti in questo universo parallelo) durante una conversazione pubblica o privata.

martedì 12 maggio 2015

Scritti apolitti

Cerco sempre di tenere un blog in qualsiasi momento della mia vita: lo considero un indispensabile strumento di conoscenza (nel senso di conoscere gente, e fare cose). In generale però noto anche una certa influenza negativa sulla mia personalità: pure io son diventato, senza potermelo permettere, un enfant gâté; del resto come sarebbe stato possibile per uno sfigato resistere alla tentazione di credersi un genio, quando basta un click per andare in mondovisione?

Per tentare di raddrizzare la pianta (metafora abusata sin dai tempi del De Amicis, ma che importa), non rimane forse che un disperato tentativo di convogliare verso qualcosa di positivo tendenze autodistruttive quali il solipsismo (o megalomania), l’eclettismo (o tuttologia) e l’ignavia (o fancazzismo).
Il compito, per quanto mi concerne, è reso ancora più arduo dalla nomea di destrorso che mi sono guadagnato anche fra i miei estimatori, probabilmente a causa (ma posso solo ipotizzare) delle continue sparate su donne, omosessuali ed ebrei.
Pure in tal caso mi trovo costretto ad addossare parte della responsabilità a internet: quando ho iniziato a rovinarmi la vita con i blog, più o meno a partire dal 2005, ero uno dei pochissimi reazionari semi-alfabetizzati (in senso informatico, s’intende…) in Italia. Ciò mi ha consentito di coltivare la spocchia gomezdaviliana fin quando non sono diventati tutti un po’ così.

Una volta per essere originali bastava aggiungere un “Dove andremo a finire?” in coda alla più sconclusionata laudatio temporis acti. L’unica concorrenza poteva venire (solo potenzialmente) dai portali rudimentali di qualche testata organica al centro-destra, ancora ignara della magia bianca dei like faceboochiani. Tutti si vergognavano di apparire reazionari, alcuni sfogavano le pulsioni represse con l’anti-americanismo (non c’era ancora Obama) o nella critica generica all’Occidente e al capitalismo (all’ombra della quale i più timidi potevano finalmente sparlare di femministe e gay). Alternative, a parte i siti neonazi, non ve n’erano molte.

Poi a un certo punto c’è stata questa revanche della scorrettezza politica, che ha cambiato ogni cosa, non so dire se in meglio o in peggio; forse internet ha solo iniziato a rispecchiare in modo più fedele la realtà, quella realtà che come sappiamo è sempre un po’ fascista (o perlomeno Ur-Fascista).

Era inevitabile che prima o poi il passe-partout progressista non riuscisse più ad aprire (e chiudere) tutte le discussioni. Alla fine, senza tema di ridicolo, potrei celebrare questa metamorfosi come un trionfo personale, avendo contribuito nel mio piccolo all’avanzata dell’oscurantismo; tuttavia nella pratica ciò si traduce in una sconfitta, perché il mio punto di vista su quanto accade nel mondo adesso è condiviso da persone che lo esprimono meglio, più velocemente e con più perseveranza del sottoscritto. Forse negli anni più fecondi avrei dovuto “farmi un nome” e campare di quello, ma è facile ragionare col senno di poi: probabilmente mi sarei annoiato a non essere più controcorrente (anche se a parole sono un adulatore della plebe).

Perciò ora mi trovo in una condizione paradossale, che dipende anche dal particolarissimo contesto italiano, nel quale dichiararsi apolitici significa ritrovarsi automaticamente a destra. Non ho assi nella manica, perciò temo che alla fine dovrò mettermi a studiare seriamente, soprattutto per scansare quello che i tedeschi chiamano Torschlusspanik, il timore che le porte si chiudano definitivamente. In ogni caso anche per questo blog è ancora valido l’apoftegma di Céline: «De nous, si le mot merde subsiste, ça sera bien joli».

domenica 10 maggio 2015

La ragion cinica (o “dell’avere un blog”)

In un saggio breve sul nichilismo della blogosfera (tradotto da “Caffè Europa” nel 2007), Geert Lovink sostiene che i blog nacquero nel momento in cui gli utenti di internet persero le residue “illusioni di cambiamento”: in quel periodo la rete si stava trasformando in mezzo di comunicazione di massa, un processo che avrebbe comportato l’inevitabile normalizzazione dei contenuti. Dopo la fase di “sfondamento democratico” del nuovo mezzo, dalle ceneri risorse la vecchia utopia del “cambiamento”: gli utenti si convinsero che i media partecipativi potevano usurpare il posto dei mezzi classici di comunicazione. Sulla scia dell’entusiasmo, i lettori confidarono di trovare nei blog qualcosa che i media cartacei non offrivano più:
«Nel bloggare c’è una ricerca della verità. Ma è una verità con un punto di domanda. La verità è diventata un progetto amatoriale, non un valore assoluto, sancito da autorità superiori. Al posto di una definizione comune, potremmo dire che il cinismo [dei blog] è il modo sgradevole di rappresentare la verità».
Tuttavia, la “ragion cinica” del blog, invece di muoversi alla conquista del mondo, si limitò a intrattenere “un rapporto simbiotico con l’industria delle notizie”:
«Non è facile rispondere alla domanda se i blog operino all’interno o all’esterno dell’industria mediatica. […] Nonostante innumerevoli tentativi di caratterizzare i blog come alternativi ai media tradizionali, essi sono spesso descritti in maniera più precisa come “canali di feedback”. […] Quello che resta è un’equazione quasi auto-evidente tra i blog e l’industria delle notizie. […] L’ossessione per le notizie-fattoidi confina con l’estremo. Invece dell’appropriazione selettiva, ci sono una sovra-identificazione e una dipendenza chiara e tonda, in particolare dalla velocità della cronaca in tempo reale. […] L’informazione esistente è semplicemente riprodotta, in un atto pubblico di internalizzazione. […] Il diritto di esprimere i nostri pensieri significa qualcosa solo se siamo in grado di avere pensieri nostri».
Attualmente, siamo nell’ultima fase dell’appaiamento (a volte inconscio) del mezzo-blog ai grandi media: sembra quasi un processo fisiologico, quello di cedere al fascino della simbiosi con la carta stampata. Addirittura secondo Lovink i blogger finora si sarebbero comportati come gli “utili idioti” del mainstream.
Da un punto di vista ancor più elementare, si deve riconoscere che l’ossessione dell’attualità non si traduce mai veramente in qualcosa di interessante da leggere: è sempre un commento indignato ai rotocalchi della giornata, o -ancor peggio- alle trasmissioni televisive della sera precedente. Secondo Lovink «è troppo facile dire che c’è libertà di parola e che i blog materializzano questo diritto», proprio perché il predominio delle media corporation non viene mai superato, ma sempre replicato (perlopiù in modo trascurabile: nessun blog riuscirebbe in tal modo a sottrarre lettori al mainstream).

Il noto “manifesto” di Simone Weil, L’enracinement, pubblicato postumo nel 1949 e tradotto in italiano col titolo dantesco La prima radice, raccoglie sotto il titolo “la libertà d’opinione” alcune importanti annotazioni: secondo la Weil, sarebbe necessario «costruire, nel campo della stampa, una riserva di libertà assoluta, […] [dove] potrebbero venir esibiti con ogni energia tutti gli argomenti a favore delle cattive cause». Questa “riserva” dovrebbe tuttavia limitarsi alle pubblicazioni non destinate ad influire sull’opinione pubblica: quindi ne sarebbero escluse i quotidiana e la letteratura di consumo. Questo perché, sempre per la Weil, «dev’essere pacifico che uno scrittore, dal momento in cui entra a far parte di coloro che hanno un’influenza determinante sull’opinione pubblica, non possa pretendere una libertà illimitata».
La filosofia (questo il punto più controverso) auspica quindi la creazione di “tribunali culturali” in grado di imporre agli aspiranti “direttori delle coscienze” il rispetto degli obblighi previsti dalla propria posizione. Tale proposta potrebbe forse legarsi con la concezione di Lovink dei blog come “media minore”, in grado di garantire una zona franca dove poter sostenere qualsiasi opinione. Per citare ancora il saggista olandese  (Alla scoperta della ragion cinica):
«Il cinismo [di internet] non è altro che la maceria discorsiva di un sistema di credenze crollato di punto in bianco dopo il rush del mercato […]. Il cinismo, in questo contesto, non è un tratto caratteriale ma una condizione tecno-sociale. La questione non è che i blogger sono perlopiù cinici di natura […]. Il cinismo della rete non crede più nella cybercultura come provider di identità con relative allucinazioni imprenditoriali […]. Seguendo Baudrillard, potremmo dire che i blog sono un dono per l’umanità di cui nessuno ha bisogno. È questo il vero shock. […] I blogger sono intrappolati dalle loro stesse contraddizioni interne nella “Terra della Non Scelta”. […] Un cinico, così dice Peter Sloterdijk, è qualcuno che fa parte di un’istituzione o di un gruppo la cui esistenza o i cui valori egli stesso non può più considerare assoluti, necessari o incondizionati, e che è infelice a causa di questo illuminismo, perché lui o lei si attengono a principi in cui non credono. […] La portata emotiva dei blog è molto più ampia degli altri media per via della loro atmosfera informale. È essenziale mescolare pubblico e privato. […] Bloggare è un’avventura nichilista proprio perché la struttura della proprietà dei mass media è messa in dubbio e poi attaccata.. […] Bloggare è l’opposto dello spettacolo. È piatto (eppure significativo)».
Supercazzole a parte, la discussione giunge infine al dilemma fondamentale: libertà o visibilità? La possibilità di scegliere tra le due opzioni si assottiglia sempre di più con il passare degli anni: chi antepone la libertà di opinione alla visibilità pubblica, viene messo alle strette in via precauzionale.

Più che una fantomatica “ragion cinica”, qui è il puro e semplice cinismo a trionfare. Tuttavia, se in futuro resterà ancora la speranza di formulare almeno un discorso sensato senza il ricatto della visibilità, allora l’appello “ragion cinica” tornerà ad avere un senso:
«Nel contesto mediatico, [il nichilismo] sarebbe il momento in cui i mass media perdono la loro rivendicazione della Verità e non possono più operare come autorità. […] La sfida posta dai milioni che bloggano è come superare la mancanza di significato senza ricadere nelle strutture di significato centralizzate».
In conclusione: se il “bloggare col martello” può essere un passatempo piacevole, ciò che dimentichiamo in tale operazione è che essa riconosce un valore al sistema in cui viviamo, anche nel momento in cui ci si convince di non farne parte in alcun modo. 
Pur ammettendo che «i blog assistono gli utenti nel loro passaggio dalla Verità al Niente», non è scontato che la “Verità” di partenza sia una “Verità” con l’iniziale maiuscola, è che il “Niente” non apra lo spirito alla Verità assoluta, piuttosto che al nichilismo assoluto. Persino i blog “impegnati” devono fare i conti col nichilismo realizzato, «la forma finalmente compiuta di un disastro che è accaduto molto tempo fa» (Justin Clemens).
Forse la “ragion cinica” può aiutare a dosare la cattiveria senza cadere nel pessimismo cosmico: giusto quel poco che serve a estinguere un’opinione pubblica costruita sul nulla.

mercoledì 6 maggio 2015

Pozjadać Wszystkie Rozumy

Oggi una polacca cercava di spiegarmi il senso dell’espressione pozjadać wszystkie rozumy, ovvero “mangiarsi tutti i cervelli”, con la quale di solito si apostrofa uno che vuol fare il sapientone. Come esempio ha scelto questo: «Renzi myśli, że pozjadał wszystkie rozumy, a wcale nie mówi dobrze po angielsku i wszyscy z niego żartują» [“Renzi pensa di mangiarsi tutti i cervelli, ma non parla bene inglese e per questo tutti ridono di lui”]. 
Questa cosa dovrebbe indignarmi invece sono contento che esistano le potenzialità per essere considerati ancora gli allegri cazzoni di sempre:

domenica 3 maggio 2015

Gli ebrei trasformati in gadget

Mi ha colpito tutta la paccottiglia ebraica in vendita nei negozietti di souvenir di Varsavia: il giudeo col nasone, la stella di David e i sacchetti pieni di monetine... che simpatico omaggio! I Fratelli Maggiori avranno gradito? Ne dubito, ma è sempre meglio essere trasformati in gadget che in saponette (la leggenda nera peraltro nacque proprio nell'ambito della resistenza polacca).






If Tomorrow I Were Leaving for Warsaw











sabato 2 maggio 2015

Il destino dell’Europa

«Quando Napoli era una delle più illustri capitali d’Europa, una delle più grandi città del mondo, v’era di tutto a Napoli: v’era Londra, Parigi, Madrid, Vienna, v’era tutta l’Europa. Ora che è decaduta, a Napoli non c’è rimasta che Napoli. Che cosa sperate di trovare a Londra, a Parigi, a Vienna? Vi troverete Napoli. È il destino dell’Europa di diventar Napoli. Se rimarrete un po’ di tempo in Europa, diverrete anche voi napoletani».
«When Naples was one of the most illustrious capitals in Europe, one of the greatest cities in the world, it contained a bit of everything. It contained a bit of London, a bit of Paris, a bit of Madrid, a bit of Vienna – it was a microcosm of Europe. Now that it is in its decline nothing is left in it but Naples. What do you expect to find in London, Paris, Vienna? You will find Naples. It is the fate of Europe to become Naples. If you stay in Europe for a bit you will become Neapolitans yourselves».
«Cuando Nápoles era una de las más ilustres capitales de Europa, una de las más ilustres capitales del mundo, había en ella de todo; Londres, París, Madrid, Viena, toda Europa... Ahora que ha decaído, en Nápoles no ha quedado más que Nápoles. ¿Qué esperáis encontrar en Londres, en París en Viena? Encontraréis Nápoles. El destino de Europa es convertirse en Nápoles. Si permanecéis mucho tiempo en Europa, os convertiréis también vosotros en napolitanos».
« Quand Naples était une des plus célèbres capitales de l’Europe, une des plus grandes villes du monde, il y avait de tout à Naples : il y avait Londres, Paris, Madrid, Vienne, il y avait toute l’Europe. Maintenant qu’elle est déchue, à Naples il n’est resté que Naples. Qu’espérez-vous retrouver à Londres, Paris ou Vienne ? Vous y trouverez Naples. C’est la destinée de l’Europe de devenir Naples. Si vous restez quelque temps en Europe, vous deviendrez vous aussi des Napolitains ».
„Als Neapel eine der vornehmsten Hauptstädte Europas war, eine der größten Städte der Welt, hätten Sie alles gefunden in Neapel, da hätten Sie London gefunden, Paris, Madrid, Wien, da hätten Sie ganz Europa hier gefunden. Jetzt, wo seine Größe dahin ist, findet sich in Neapel nichts als Neapel. Was hoffen Sie in London, in Paris, in Wien anzutreffen? Sie werden Neapel finde. Es ist Europas Schicksal, Neapel zu werden. Wenn ihr eine Zeitlang in Europa bleibt, werdet ihr selbst zu Neapolitanern werden“.

(Curzio Malaparte, La pelle, 1949)

L’oblio (Romano Amerio)

«L’oblio è il gran motore della storia e configura lo spirito del secolo. […] Lo spirito umano è incapace di contenere simultaneamente più valori, e l’oblio è quello grazie al quale il mondo d’antico si fa sempre nuovo. La storia, che per sé è sostanziata di memoria, versa incessantemente nel vaso, come la Manaide, eventi sopra eventi, ma non riempie mai il vaso e gli eventi trapassano e si sperdono fuor del vaso della memoria che è futile e permeabile. Lo stato del mondo è, di momento in momento, un composto di memoria e di oblio. […] Per la memoria ciascuna generazione ricapitolerebbe il mondo; per l’oblio ciascuna lo ricomincia. […] Né vale l’industria di una generazione per fissare la memoria e abolire l’oblio. I Greci dopo le guerre persiane lasciarono in piedi i templi incendiati, per perpetuare alle menti la crudeltà empia dei barbari. Gli Americani dopo il 1945 ventilarono di non riedificare le città tedesche, affinché non subentrasse nel popolo germanico l’oblio della propria colpa e della sventura seguitane. Ma contendere contro l’oblio è “nelle fata dar di cozzo”, perché l’oblio è la legge della storia, anzi è il costitutivo della storia, la quale è vicissitudine di morti e di vite, cioè di comparazioni e disperazioni delle cose allo spirito. L’oblio è poi così benefico nella vita del tempo che viene perfino istituzionalizzato nel giure mediante la prescrizione, l’usucapione, la perenzione contemplate in tutte le legislazioni. E non mi addentro nell’atto morale del perdono, che è una sorta di volontario oblio, che non può disfare il fatto preferito, ma lo annienta nella memoria del perdonante». 
(Romano Amerio, Iota Unum, §330)

Mito (Cesare Pavese)

Verrà il giorno che il giovane dio sarà un uomo,
senza pena, col morto sorriso dell’uomo
che ha compreso. Anche il sole trascorre remoto
arrossando le spiagge. Verrà il giorno che il dio
non saprà più dov’erano le spiagge d’un tempo.

Ci si sveglia un mattino che è morta l’estate,
e negli occhi tumultuano ancora splendori
come ieri, e all’orecchio i fragori del sole
fatto sangue. È mutato il colore del mondo.
La montagna non tocca piú il cielo; le nubi
non s’ammassano piú come frutti; nell’acqua
non traspare più un ciottolo. Il corpo di un uomo
pensieroso si piega, dove un dio respirava.

Il gran sole è finito, e l’odore di terra,
e la libera strada, colorata di gente
che ignorava la morte. Non si muore d’estate.
Se qualcuno spariva, c’era il giovane dio
che viveva per tutti e ignorava la morte.
Su di lui la tristezza era un’ombra di nube.
Il suo passo stupiva la terra.

Ora pesa
la stanchezza su tutte le membra dell’uomo,
senza pena, la calma stanchezza dell’alba
che apre un giorno di pioggia. Le spiagge oscurate
non conoscono il giovane, che un tempo bastava
le guardasse. Né il mare dell’aria rivive
al respiro. Si piegano le labbra dell’uomo
rassegnate, a sorridere davanti alla terra.

Cesare Pavese, “Mito” (1962)

venerdì 1 maggio 2015

Proemio (Anna Comnena)

Ῥέων ὁ χρόνος ἀκάθεκτα καὶ ἀεί τι κινούμενος παρασύρει καὶ παραφέρει πάντα τὰ ἐν γενέσει καὶ ἐς βυθὸν ἀφανείας καταποντοῖ ὅπου μὲν οὐκ ἄξια λόγου πράγματα, ὅπου δὲ μεγάλα τε καὶ ἄξια μνήμης, καὶ τά τε ἄδηλα φύων κατὰ τὴν τραγῳδίαν καὶ τὰ φανέντα ἀποκρυπτόμενος. Ἀλλ´ ὅ γε λόγος ὁ τῆς ἱστορίας ἔρυμα καρτερώτατον γίνεται τῷ τοῦ χρόνου ῥεύματι καὶ ἵστησι τρόπον τινὰ τὴν ἀκάθεκτον τούτου ῥοὴν καὶ τὰ ἐν αὐτῷ γινόμενα πάντα, ὁπόσα ὑπερείληφε, ξυνέχει καὶ περισφίγγει καὶ οὐκ ἐᾷ διολισθαίνειν εἰς λήθης βυθούς.
(Ἄννα Κομνηνή, Ἀλεξιάς, Προοίμιον) 
« La révolution continuelle du temps entraine toutes les choses dès le premier moment de leur origine, et après avoir mêlé confusément celles qui échappent à la vue par leur petitesse, et par leur obscurité, avec celles qui se font le plus remarquer par leur grandeur, et par leur éclat, tantôt elle découvre celles qui paraissaient les plus cachées, et les plus obscures, et tantôt elle cache celles qui étaient les plus manifestes, et les plus visibles. Il n’y a que l’Histoire qui puisse être opposée comme une digue à l’impétuosité de ce mouvement, et qui puisse conserver ce qu’elle enferme, et empêcher qu’il ne tombe comme le reste dans l’abîme de l’oubli. »
(Anne Comnène, Alexiade, 1148 ; trad. Louis Cousin, 1672) 
“Il tempo irreparabilmente passando con sempre vigoroso discorrimento, porta, sconvolge e trascina seco, vincitore d’ogni indugio ed ostacolo, dal nascer loro tutte le cose, e mette in obblio, senza distinzione, così le meno come le più meritevoli di memoria, sospingendole in mortifero gorgo a sommersione; e con volubile ed inconstante varianza (giusta la tragedia) ora dalle tenebre sviluppa le ignote, ed ora avviluppavi le sapute da prima. Se non che la istoria, qual mole d’insuperabile fortezza, gli contrasta, non dirò già arrestandone il precipitoso corso, ma certamente impedendo che molte delle geste avvenute in esso cadano in dimenticanza; sceltene pertanto alcune, ordinate e scritte, fa sì che non profondino nel leteo gorgo.”
(Anna Comnena, Alessiade, 1148, a cura di Giuseppe Rossi, Milano, 1846) 
«Il Tempo, nel suo scorrere perpetuo e irresistibile, trascina via con sé tutte le cose create, e le sprofonda negli abissi dell’oscurità, siano esse azioni di nessun conto o, al contrario, azioni grandi e degne di essere celebrate, e pertanto, come dice il grande poeta tragico, “porta alla luce ciò che era nascosto e avvolge nell’oscurità ciò che è manifesto”. Ma la Storia è un valido argine contro il fluire del tempo, e in certo modo costituisce un ostacolo al suo flusso irresistibile, e afferrando con una salda presa quante più cose galleggiano sulla sua superficie, impedisce che scivolino via e si perdano nell’abisso dell’Oblio.»
(trad.)

Materialismo Sacro (Cesare Pavese)

In una pagina di Pavese i punti programmatici di “Materialismo Sacro”: la religione, la Russia, la pace, la tecnica, e Pavese stesso.
«Intellettuali e credenti osservano che altro è la mistica società della Chiesa, altro un giuridico sistema d’istituti, come per esempio la società sovietica. È evidente. Ma il discorso continua accusando il materialismo che, insegnato dall’alto, ha pervaso tutta la vita dei russi e ne sospinge, per esempio, larghi strati a dedicare vegli e forze allo spasmodico lavoro di costruire una fabbrica, e  poi le macchine per metterci dentro, e poi quei beni di produzione e consumo che le macchine consentono. Ora, lasciando stare che se i russi non avessero in passato costruito così largamente e di lena, Hitler correrebbe ancora per l’Europa, l’accusa è perlomeno demagogica, ma come? Si consente e anzi inculca al cittadino e cristiano di uccidere e farsi uccidere in guerra – guerra giusta, s’intende, – e poi si condanna come materialistico dedicare la passione e le forze a sollevare la vita del prossimo lavorando? Forse che in guerra si muore altro, nel migliore dei casi, che per migliorare la vita del prossimo? E morire è un po’ più irreparabile che spossarsi nel lavoro, materiale o ideale che sia. In verità sta rinascendo l’assurda e francescana campagna contro l’umano mondo della tecnica, quella campagna che nel secolo scorso fu privilegio degli estetizzanti, poi, nel nostro, dei primitivisti neopagani, e adesso – strano accostamento – dei cristiano-umanisti, tipo Berdiaev. Per non dire di altri. Ma l’uomo è la tecnica, fin dal giorno che impugnò una scure a combattere contro le belve o uno stilo per scrivere; e se oggi la tecnica appare la nemica dello spirito, ciò è vero nel senso che in troppi paesi di questa terra il lavoro che gli uomini compiono è accantonato e reso vano da chi non lavora e c’ingrassa. E la colpa non sarà della tecnica ma di chi crede che lo spirito non sappia di sudore e di terra, e sia altro dall’entusiasmo di scoprire, trasformare e utilizzare la materia, tutta la materia. Per la strada della salvaguardia religiosa dei valori spirituali – diventati beninteso situazioni comode per chi li professa – siamo giunti a un sistema sociale in cui chi lavora sputa l’anima e la sputa chi non lavora. Ma nasca una società in cui l’entusiasmo ha bruciato ogni scorie a e l’opera delle mani è inseparabile da quella del cervello per la comune utilità – e i titolari dello spirito si sdegnano. C’è senso?»

(Cesare Pavese, Il comunismo e gli intellettuali, inedito, datato 14-16 aprile 1946, Saggi letterari, Einaudi, Torino, 1951, p. 213)