domenica 31 maggio 2015

A man like Alessandro Bausani existed


Even if Alessandro Bausani is, among other things, one of the greatest Italian polyglots, he  doesn't even have a Wiki page in English (but you can find translations in Esperanto, German, Russian–and Тоҷикӣ, of course). For anyone who wants to know more, this is an exhaustive biography by one of his students (Biancamaria Scarcia Amoretti). Here you can also find some original articles (mostly in English).
For my part, all I can do for now is translate a short but soulful description by one of his friends:
“My life in the first decades is related in many ways with that of Alessandro Bausani. His family lived on the third floor and mine on the fourth of a building in Rome. They told me that when Alessandro was ten, he saw my mother reading newspapers in Arabic language (Al Ahram from Cairo, other Lebanese and Syrians newspapers) and asked her: ‘Ma’am, teach me Arabic please!’
With low expectations, my mother began to give him lessons. Alessandro learned Arabic very quickly as he did later with other thirty languages. He spoke perfectly all European languages (including Basque) and after Arabic he learned Persian, Urdu, Pashto, Turkish, Malay, Chinese, Esperanto.
During WWII he spoke in Persian on Radio Rome. He was 21 years old and nobody could believe that he wasn’t Iranian. His Iranian friends give him a nickname, Iskhander Khorasani, because his way of speaking was similar to the Khorasan accent.
As a teenager he had invented a language, Markusko, which followed the same evolutions of real languages (he wrote a book in German about his artificial language, Geheim- und Universalsprachen). He used Markusko in a game of world politics created by our sisters.
[...] When I was 17 he taught German to me–and in a year he took me to a level that I could begin to make technical translations.
When I was thirty I studied a little bit of Russian and Alessandro dared me to speak Russian by replacing all the vowels with ‘a’ or ‘i’.
[...] Alessandro’s grandfather was an illiterate peasant from Central Italy. This detail completes the extraordinary portrait of a modest and peerless man. Some sides of his personality were irritating, but everything had to be forgiven because there is no doubt that the world now is different (and better) due to the fact that a man like Alessandro Bausani existed and left deep marks in the minds of many of us».
(Roberto Vacca, Alessandro Bausani, "Il Crocevia", 10 March 2012)

sabato 30 maggio 2015

Come Imparare Trenta Lingue


Il titolo del post è lo stesso di un articolo della BBC su una conferenza internazionale di poliglotti tenutasi a Berlino nel 2014: How to learn 30 languages (D. Robson, 29 maggio 2015). Non si tratta della solita sponsorizzazione occulta del nuovo metodo infallibile, ma di un apprezzabile tentativo di presentare il tema da un punto di vista scientifico.

Mi stupisce come molte suggestioni ricavate solamente dall’esperienza trovino finalmente un riscontro: in primo luogo, la conferma che le teorie legate dall’ipotesi del “periodo critico” (=si può imparare una lingua solo da piccoli), siano fanfaluche o, per dirla con la BBC, a bunch of crap. Non che ci volesse chissà quale ricerca per capirlo: se una cosa è così semplice che anche un bambino può impararla, perché non dovrebbe riuscirci un adulto?
Tutte le paranoie sull’immediato e inarrestabile invecchiamento del cervello appena usciti dall’infanzia assomigliano infatti a un alibi; paradossalmente, proprio chi è convinto dell’esistenza del “periodo critico” è come se mettesse in atto una self-fulfilling prophecy, precludendosi le possibilità offerte dall’apprendimento di una nuova lingua, che vanno dall’incremento della neuroplasticità alla creazione una “riserva cognitiva” in grado di rallentare l’imbacucchimento.

In secondo luogo, nell’articolo si osserva che «multilingual people often adopt different behaviours according to the language they are speaking». Anche qui, la questione è in fondo molto semplice: parlare un’altra lingua vuol dire entrare in un nuovo universo, e in un certo senso diventare un’altra persona. Solo così si possono costruire «barriere neurali tra le lingue» [neural barriers between the languages]. Ovviamente questo non significa che la lingua sia in grado di influenzare i comportamenti di una persona, o che esista un collegamento “naturale” tra parlare italiano e mangiare la pizza, ma solo che le divisioni artificiali create a livello mentale a un dato momento si manifestano esteriormente.

Per certi versi ciò potrebbe rappresentare un incentivo a mettersi in gioco per chi non ha molta stima di se stesso e a volte vorrebbero essere un’altra persona. Come dice il Poeta: «ma se la vita all’interno ti pesa | tu la porti al di fuori» (U. Saba).  Persino l’introversione alla quale, sempre dal punto di vista culturale (ripeto: non stiamo parlando di associazioni innate) obbligherebbero alcune lingue ugrofinniche, andrebbe comunque “portata al di fuori”, per esempio nella mimesi del tipico carattere nordico incline al silenzio, alla contemplazione e al suicidio (si scherza).
Chiaramente non si può ragionare solo per stereotipi: anche una maschera immaginaria, come quella dell’olandese eterosessuale, del polacco astemio o dell’arabofono femminista (si scherza ancora) potrebbe “funzionare” a seconda della prospettiva da cui si parte. In generale però la persona si costruisce soprattutto a contatto con i parlanti nativi, dunque assimilando e introiettando, anche involontariamente, un numero incalcolabile di cliché.

Eccetera, eccetera. Inutile tediarvi con le altre straordinarie scoperte a cui sono pervenuto, e che la science (des solutions imaginaires) ora conferma. Piuttosto veniamo al punto, vale a dire: una volta appurato che si – può – fare, perché imparare trenta lingue?
Il motivo lo spiega l’articolo stesso: «The chance to make friends and connections, even across difficult cultural barriers». Per tradurlo in italiano dovremmo usare qualche volgarissima sineddoche, quindi preferiamo dirlo ancora con un’espressione inglese: A girl in every port. L’argomento in verità è ancora oggetto di dibattito: per esempio l’irlandese Benny Lewis, una delle “star” attuali del poliglottismo, dimostra che alla fin fine non si rimedia poi molto. In effetti, non ha molto senso imparare trenta lingue per avere trenta donne, soprattutto nel caso tu sia calvo, sovrappeso e impacciato (sto sempre parlando di Lewis). È come quando, per l’identico motivo, si vuole diventare musicisti, oppure attori, o anche ragionieri (perché qualsiasi cosa faccia un uomo è sempre diretta a tale scopo). Nel caso in questione tuttavia non si vuole alludendo a un puttan tour internazionale in compagnia dell’amico di Martucci, quanto a un ideale commistione del poliglottismo con al poligamia. Tutto questo, s’intende, solo a livello di pura fantasia: nella realtà basterebbe trovare uno straccio di donna pronta ad assecondarti che il gioco è fatto (anche il buon Lewis ha seguito questa via).

Per chi non idea da dove cominciare, suggerirei innanzitutto di dotarsi di una buona mnemotecnica (da un punto di vista “teorico”, sarebbe utile leggere L’arte della memoria di Frances A. Yates, mentre da quello “pratico” L’arte di ricordare tutto di Joshua Foer) e poi di seguire i consigli degli stessi poliglotti (l’articolo della BBC ne contiene alcuni, seppur banali, come esercitarsi un’ora al giorno o ascoltare musica leggera). Il traguardo delle trenta lingue può essere raggiunto in dieci anni al ritmo di una lingua ogni quattro mesi: l’importante è cominciare da oggi.

venerdì 15 maggio 2015

Gli ebrei trasformati in paccottiglia (ma non in saponette!)

Mi hanno colpito i numerosi souvenir di ispirazione ebraica esposti nei negozietti per turisti diVarsavia: il giudeo col nasone, la stella di David e i sacchetti pieni di monetine... che simpatico omaggio! I Fratelli Maggiori avranno gradito? Naturalmente nemmeno un po’, tanto che il sito della Comunità Ebraica di Roma ha persino colto l’occasione per rilanciare la solita accusa di “antisemitismo congenito” contro il popolo polacco:
«A Varsavia e Cracovia, le più importanti città polacche, sono in vendita pupazzi di terracotta o legno, di varie dimensioni, che ritraggono gli ebrei secondo una classica stereotipizzazione antisemitica: palpebre pesanti, naso adunco, labbra tumide e larga bocca grifagna contornata da una barba luciferina, avvolti in un vampiresco gabbano nero, tutti stringono tra le mani rapaci del denaro!
Questi oggetti – ricordo che paiono provenire da un altro secolo – non sono esposti in qualche “botteguccia” di periferia, bensì nelle vetrine dei negozi di souvenirs che danno sulle strade centrali, a fianco di statuette dell’eroe nazionale colonnello Pilsudski Piłsudski di ritratti di papa Woytila Wojtyła.
Ciò non è così strano, poiché la Polonia è un paese di radicato antisemitismo dove alla piccola (circa 5/10mila individui su una popolazione di 40 milioni) e defilata comunità ebraica, secondo recenti studi circa metà della popolazione polacca imputa il fatto di “avere nelle proprie mani” e controllare quasi tutti i massmedia del paese…»
Guardiamo il lato positivo: sempre meglio essere trasformati in gadget che in saponette (la leggenda nera peraltro nacque proprio nell'ambito della resistenza polacca).

Warszawa (If Tomorrow I Were Leaving for Warsaw)










giovedì 14 maggio 2015

Première leçon (Sur le fascisme de la langue)


La langue est fasciste: la fameuse déclaration de Roland Barthes, qui toujours fait marrer les réactionnaires (et pas seulement eux) à certains égards pourrait être acceptable. L’apprentissage d’un nouveau langage par certains aspects est comme à se soumettre à une forme de dictature. C’est probablement pour ça que un enfant peut apprendre plus d’une langue parfaitement: il est plus prêt à accepter ce que Barthes appelé « fascisme », c’est-à-dire l’autorité de l’assertion, les stéréotypes, les expressions rituelles, les slogans etc.

La quête de la perfection dans l’expression n’est cependant possible que si on se soumet à la tyrannie de la langue. C’est absolument nécessaire de consommer les stéréotypes, des « combles d’artifices », comme des sens innés, des « combles de nature ».
Pour citer un exemple pratique, dans la première traduction italienne de Sade, Fourier, Loyola, la traductrice a transposé l'expression « le jeu de la pierre, de la feuille et des ciseaux » comme « il gioco del sasso, forbici e foglio » [le jeu de la pierre, des ciseaux et du feuillet], quand tout le monde sait que le troisième mouvement de la mourre chinoise en italien est « carta », pas « foglio ». Ce curieux « incident » est la preuve que la susceptibilité à l’erreur est plus prononcée chez les adultes au motif qu’ils se sentent moins « obligés de dire » que l’enfant, qui est conditionnée par la dimension sociale de la langue. Les enfants (ou « les collaborateurs »), ils croient fermement à le « parallélisme entre le réel et le langage ».

Pour prendre un autre exemple, en Italie est entré dans le langage quotidien l’expression « turlupinare » [turlupiner], qui tire son origine du surnom d’un comédien français du XVIIIe siècle, qui avait à son tour été inspiré par un personnage-type de la comédie italienne. C’est probablement pour cette raison que l’expression est utilisée de manière obsessionnelle dans le discours politique, pour indiquer la parfaite correspondance entre la volonté de l’homme politique de tromper le peuple et la volonté du peuple de se laisser tromper (vulgus vult decipi, ergo decipiatur). N’est-ce pas incroyable que une juxtaposition insensée de lettres à abouti à tout un microcosme de sens? Chaque littérature ne peut que répéter cette dynamique sublime, et moins l’écrivain est consciente de cette dynamique plus il se révèle être un parasite de la langue.

Barthes a raison de dire que la langue « peut survivre à [le] message et faire entendre en lui […] autre chose que ce qu’il dit ». Je crois qu’il n’y a eu aucun moyen d’échapper à cette « terrible résonance »; je m’en suis rendu compte lorsque j’ai parlé pour la première fois avec une jeune fille turque: ma faible voix, celle d’un « fils affaibli d’une forte race », enfin a réussi à exprimer des concepts viril, qui dans ma langue maternelle sont toujours atténuées par l’autodérision. Je suppose que la langue turque (comme l’arabe et le persan, à ce que je sache) se prête tout particulièrement à poétiser la virilité, de la même manière que Renan croit que le français « ne sera jamais une langue réactionnaire ». La langue demande la servitude volontaire, mais précisément dans l’optique de Barthes il aurait été plus correct de parler de « stalinisme de la langue », c’est-à-dire une chose « sévère mais juste », accepté comme un mal nécessaire. Pour un intellectuel qui a toujours refusé de parler des « mythologies gauchiste » pour ne pas avantager le droit, il aurait pu être un compromis acceptable.

martedì 12 maggio 2015

Mon meilleur ami (Le chien de Jean-Edern Hallier)

[Mon rêve secret, c’est de devenir un historien de la télévision française. Comme l’écrit Houellebecq, « Moi je me définis, avant tout, comme téléspectateur ! »]

« [Jean-Edern Hallier] est vraiment en verve et fait crouler de rire sa cour de bas-Bretons marinés dans le chouchen en racontant son passage à Trente millions d’amis. Il s’est fait inviter dans cette émission consacrée aux animaux en prétendant qu’il a un chien, qu’il adore ce chien, qu’il a écrit tous ses livres avec ce chien couché à ses pieds. Ce n’est pas vrai, il n’a jamais eu de chien, mais il est prêt à tout pour passer à la télé, alors il s’en est fait prêter un. Il le tient sur ses genoux, le caresse, joue au gentil maître, mais le chien qui ne le connaît pas s’affole, et plus l’un s’attendrit en évoquant son fidèle compagnon à quatre pattes, plus l’autre gronde, se débat, se tortille pour s’échapper, pour finir le mord.» 
(“[Jean-Edern Hallier] fa crepare dalle risate la sua corte di bretoni marinati nello Chouchen raccontando la sua partecipazione a Trenta milioni di amici. Per farsi invitare a quella trasmissione televisiva dedicata agli animali ha detto di avere un cane, di adorarlo, di aver scritto tutti i suoi libri con l'animale steso ai suoi piedi. Non è vero, Jean-Edern non ha mai avuto un cane, ma è disposto a tutto pur di comparire in tv, e così se n'è fatto prestare uno. Lo tiene sulle ginocchia, lo accarezza, recita la parte del padrone affettuoso, ma il cane, che non lo conosce, si agita, e più Jean-Edern si commuove parlando del suo fedele amico a quattro zampe, più l'altro ringhia, si dimena, si contorce cercando di liberarsi, e alla fine lo morde”) 
(Emmanuel Carrère, Limonov, Paris, 2011 ; tr. it. Adelphi, Milano, 2012, p. 258)

lunedì 11 maggio 2015

Le citoyen du monde

La dépendance à la télévision que j’ai contracté ces dernières années a outrepassé les frontières nationales et s’est orientée vers les centaines de chaînes disponibles sur le satellite.
C’est ainsi que j’ai eu la possibilité d’accéder à un observatoire privilégié, grâce auquel interpréter la réalité selon des critères qui, néanmoins, ont peu à voir avec celle-ci (même si parfois la situation internationale influence le nombre de chaînes, comme le montrent les nouveaux réseaux en kurde o les chaînes ukrainiennes en anglais).

Étant un téléspectateur compulsif, j’ai voulu deviner comment un extraterrestre pourrait interpréter la réalité humaine uniquement sur la base de ce qui passe à la télévision. Voici les résultats.

Premièrement, le visiteur interstellaire devrait identifier le citoyen moyen du monde comme musulman. En effet, il est incontestable la nette prépondérance de l’islam sur toutes les autres religions (au niveau télévisé, bien sûr).
Par ailleurs, dans le camp chrétien le catholicisme est à court de munitions (Noursat, Telepace...), tandis que exerçant une forte influence les prédicateurs protestants en complet (ou directement en manches de chemise), qui pourraient difficilement donner une impression de religiosité (et surtout pas à un extraterrestre).
Le chercheur venu de l’espace, habitué à cataloguer le comportement humain en catégories schématiques, ne pourrait qu’identifier les prêtres universels dans ces clercs barbus et emmitouflés. 
Les autres, au contraire, seront répertoriés dans le groupe des télévendeurs, qui représentent la deuxième catégorie dominante dans le microcosme télévisé.

Par la quantité de marchandises mises en circulation (apparemment sans aucune médiation), l’extraterrestre peut augurer que l’être humain est un acheteur compulsif et paresseux, qui possède de ressources économiques importantes.
Même en supposant que les extraterrestres avaient un concept de « argent », de toute façon cela serait compliqué à expliquer comme les terriens se procurent de quoi survivre. Le portrait de la vie humaine offert par la télévision est en effet celui de personnes occupées à gérer affres du cœur ou une énorme quantité de temps libre.

La troisième catégorie d’émissions télévisées, après le sermon en direct et le téléachat, c’est en fait la télénovela : la vie dans les feuilletons télévisés oscille, comme un pendule, de un adultère à l’autre, et cette force a conquis le monde entier (Afghanistan, Thaïlande, Chypre, Dubaï).

Le dernier élément qui complète l’existence du citoyen moyen universel c’est le football. Je ne parle pas du sport en général, mais seulement de cette forme de compétition qui a hérité les vertus du culte, du théâtre et de la guerre. On ne veut pas parler ici dun parallèle entre la religion et le football, car cela impliquerait un déclin de la pratique religieuse, qui se produit uniquement dans des secteurs des sociétés européennes. La comparaison d’un match de football et d’un service religieux, peut apparaître acceptable seulement dans une partie de l’hémisphère ; dans le reste du monde, les domaines sont toujours délimités.

En conclusion, si l’extraterrestre devait identifier dans une personne réelle le citoyen moyen du monde, je pense que, à la lumière des éléments mis en évidence, le choix doit tomber sur Karim Benzema, l’avant-centre au Real Madrid. Il est musulman (de ceux que les journaux appellent « modérés ») ; il est riche  (et sa richesse est augmentée par les recettes publicitaires) ; il n’a pas une ethnie bien définie (il pourrait faire le tour du monde sans se faire remarquer) ; il a une vie privée dynamique (il est impliqué dans des scandales sexuels et dans quelques querelle de famille).
En outre, tout en étant un champion, Benzema possède cette aurea mediocritas nécessaire pour préserver l'équilibre entre les différents univers : le football, la religion, le commerce et la famille.

Paraphrasant Curzio Malaparte, c’est la destinée de la Terre de devenir Benzema, à moins d'un renversement de tendance (au niveau télévisé, bien sûr). 

domenica 10 maggio 2015

La enorme dificultad de la traducción (Ortega y Gasset)

 
 «No se entiende en su raíz la estupenda realidad que es el lenguaje si no se empieza por advertir que el habla se compone sobre todo de silencios. Un ser que no fuera capaz de renunciar a decir muchas cosas, seria incapaz de hablar. Cada lengua es una ecuación diferente entre manifestaciones y silencios. Cada pueblo calla unas cosas para poder decir otras. Porque todo sería indecible. De aquí la enorme dificultad de la traducción: en ella se trata de decir en un idioma precisamente lo que este idioma tiende a silenciar. Pero, a la vez, se entrevé lo que traducir puede tener de magnífica empresa: la revelación de los secretos mutuos que pueblos y épocas se guardan recíprocamente». 
[“Non si può comprendere fino in fondo quella stupenda realtà che è il linguaggio se non si parte dalla consapevolezza che la lingua è fatta  soprattutto di silenzi. Un essere che non fosse capace di rinunciare a dire  molte cose sarebbe incapace di parlare. Ogni lingua è una equazione diversa tra l’esprimersi e i silenzi. Ogni popolo tace alcune cose per poterne dire altre. Perché sarebbe impossibile dire tutto. Da questo deriva l’enorme difficoltà della traduzione: essa consiste nel dire in una lingua proprio ciò che l’altra tende a tacere. Ma allo stesso tempo si intravede quell’aspetto  del tradurre che può costituire una magnifica impresa: la rivelazione dei mutui segreti che popoli ed epoche si nascondono reciprocamente”.] 
(J. Ortega y GassetMiseria y Esplendor de la Traducción, 1937)

sabato 9 maggio 2015

Το άπειρο (Τζάκομο Λεοπάρντι)

Traduzione in greco moderno de L’infinito di Marino Siguro (da Poeti Italiani, Atene, Edizioni dello Istituto Italiano di Atene, 1955)
Αγάπησα πάντα τον έρμο λόφο
Που δεν αφίνει τη ματιά μου πέρα
Εκεί να φτάσει ως τουρανού την άκρη.
Στέκω, ταπέραντα κυττάζ μάκρη
Κι’ απόκοσμη σιωπή, βαθιά γαλήνη
Κρυφά μου παρασταίνει ο λογισμός μου
Κι ο τρόμος την καρδιά μου πάει να πάρει.
Κι όπως ακούω μέσα στα δεντροκλάδια
Το αγέρι να στενάζει, εγώ συγκρίνω
Την άπειρη σιγή με τη φωνή του,
Και συλλογιούμαι την αινιότη
Και τους καιρούς που επέθαναν και τούτον
Τον τωρινό καιρό που ζει και πνέει…
Κι έτσι γλυκά νιώθω το στοχασμό μου
Να πνίγεται στο πέλαγο του Απείρου.

(Leopardi.it)

Δήμητρα Τσάτσου


Lettera della pettinatrice Dimitra Tsatsou, fucilata dai nazisti a 23 anni per rappresaglia.

3 Μαρτίου 1944
Πιάστηκα και ασφαλώς σήμερα - αύριο θα με εκτελέσουν.
Έτσι δείχνουν τα πράγματα.
Κι όμως θέλω να σας το κρύψω μανούλα και αδελφούλες πως θα χωριστούμε για πάντα.
Θέλω όσο ζω να ελπίζετε, ακόμα κι αν εγώ δεν ελπίζω για τον εαυτό μου.
Αγαπημένες μου φίλες, συντρόφισσες στον αγώνα για την ελευθερία, πεθαίνω άξια και τιμημένα σαν Ελληνίδα και χάνετε μια συντρόφισσα πιστή. Όμως μη λυπάστε. Άλλες θα ξεφυτρώσουν μετά το θάνατο μου, χιλιάδες.
Μανούλα χάνεις μια κόρη που δεν σου ανήκε, γιατί ανήκε πριν απ' όλα στην Ελλάδα.
Με το θάνατο μου γίνονται, κόρες σου όλες οι κόρες της Ελλάδας κι εσύ γίνεσαι μάνα όλου του κόσμου και όλων των λαών που πολεμούν για τη λευτεριά, τη δικαιοσύνη και την ανθρωπότητα.
Είμαι υπερήφανη, ποτέ δεν περίμενα τέτοια τιμή να πεθάνω εγώ, ένα φτωχό κορίτσι, του λαού για ιδανικά τόσο ωραία και υψηλά.
Είμαι βέβαιη πως δεν θα αισθανθώ φόβο μπρος στο εκτελεστικό απόσπασμα και θα σταθώ αλύγιστη, όπως στάθηκα στη ζωή.
θα ήθελα η εκτέλεσίς μου να γίνει σ' ανοιχτό χώρο για να ρίξω μια τελευταία μου ματιά στον Όλυμπο και στα βουνά όπου κατοικεί η αξία κι η ελπίδα της Ελλάδας.
Στον τάφο μου φέρνετε, όταν μπορείτε, κόκκινα λουλούδια. Τίποτ 'άλλο.
Και χτυπάτε με κάθε μέσον τη βαρβαρότητα.
Σας φιλώ γλυκά όλους.
Δήμητρα
3 Marzo 1944
Io fui presa e sicuramente oggi o domani mi giustizieranno. Così indicano le cose. Eppure voglio nascondervi, mammina e sorelline, che saremo separate per sempre. Voglio finché sono viva che voi speriate, anche se io non spero per me stessa. Amiche mie care, compagne nella lotta per la libertà, muoio degnamente e con onore come una greca, e perdete una compagna fedele. Però non vi addolorate. Altre germoglieranno dopo la mia morte, migliaia.


Mammina, perdi una figlia che non ti apparteneva, perché apparteneva prima di tutto alla Grecia. Con la mia morte diventano figlie tue tutte le figlie di Grecia, e tu diventi mamma del mondo intero, di tutti i popoli che combattono per la libertà, la giustizia e l’umanità.
Sono orgogliosa, mai avrei aspettato simile onore, di morire io, una povera ragazza del popolo, per ideali così belli e alti. Sono certa che non sentirò paura innanzi al plotone, e che starò inflessibile come lo sono stata nella vita.
Vorrei che la mia esecuzione avesse luogo all’aria aperta, per volgere il mio ultimo sguardo all’Olimpo e ai monti ove soggiorna il valore e la speranza della Grecia.

Alla mia tomba portate, quando potete, fiori rossi. Null’altro. E battete con ogni mezzo la barbarie.
Vi bacio tutti dolcemente
Dimitra

venerdì 8 maggio 2015

Τα λερωμένα τ’ άπλυτα





Τα λερωμένα τ’ άπλυτα
[Ta leroména t’áplyta]
τα παραπεταμένα
[ta parapetaména]
μάσ’ τα και φύγε φίλε μου
[más’ ta ke fýghe fíle mu]
δεν κάνεις πια για μένα
[den kánis pia yia ména]

Κοντά σε μένα έβγαλες
[Kodá se ména évgales]
τα μπατιρήματά σου
[ta batirímatá su]
θα φύγεις τώρα και θα ιδώ
[tha fýghis tóra ke tha idó]
τ’ αποτελέσματά σου
[t’apotelésmatá su]

Κάθε Σαββάτο έβρισκες
[Káthe Savváto évriskes]
τα ρούχα σου στην τρίχα
[ta rúkha su stin tríkha]
και την αχαριστία σου
[ke tin akharistía su]
για πληρωμή μου είχα
[gia pliromí mou eícha]

Τα λερωμένα τ’ άπλυτα
[Ta leroména t’áplyta]
δε θα τα ξαναπλύνω
[de tha ta xanaplýno]
και μη σε νοιάζει στο εξής
[ke mi se niázi sto exís]
εγώ τι θ’ απογίνω
[egó ti th’apogíno]
La biancheria sporca da lavare

i vestiti sparsi per terra

raccoglili e vattene, amico mio

non sei più nulla per me


Standoti vicino mi hai lasciato

la tua sciattezza

ora che te ne vai finalmente saprò

quello che vali


Ogni sabato ti ritrovavi

i vestiti pronti

ed è la tua ingratitudine

che ho avuto come ricompensa


La biancheria sporca

non la laverò più

e d’ora in avanti non preoccuparti

di quel che sarà di me

Φέρτε μου ένα μαντολίνο


Zoe Fitoussi interpreta “Il mandolino”, una canzone scritta da Manos Hatzidakis per l’opera Questa sera si recita a soggetto [“Απόψε αυτοσχεδιάζουμε”] di Luigi Pirandello nella rappresentazione dalla compagnia Myrat-Zoumboulaki. Lo spezzone qui sotto è tratto dal documentario Η Αθήνα την νύχτα [“Atene di notte”] (1962) di Klearchos Konitsiotis:


(Da ascoltare anche la versione di Savina Yannatou)

Φέρτε μου ένα μαντολίνο
[Ferte mu ena mandolino]
για να δείτε πως πονώ
[ghia na dhite pos ponò]
κι ύστερα θα γίνω κρίνο
[ki isterà tha ghino krino]
κι ύστερα πια θα χαθώ
[ki isterà pià tha khathò]
Τι με νοιάζει κι αν χαθώ
[ti me gniazi ki an khathò]
αφού θα χω γίνει κρίνο
[afu tha kho ghini krino]
φέρτε μου ένα μαντολίνο
[ferte mu ena mandolino]

*

Το παιδί που μου αγαπάει
[to pedi pu mu agapai]
όλο θέλει να ρωτά
[olo theli na rotà]
τι σημαίνει Κυριακή
[ti simèni kiriakì]
Σκέφτομαι γιατί ρωτάει
[skeftomei ghatì rotai]
και φοβάμαι ότι ξεχνά
[ke fovàme oti xechnà]
πως τον είδα Κυριακή
[pos ton ida kiriakì]

**

Το παιδί που μου αγαπάει
[to pedi pu mu agapai]
όλο θέλει να ρωτά
[olo teli na rotà]
που πηγαίνουν τα πουλιά
[pu piyenon ta pulià]
Μα το δάκρυ μου κυλάει
[ma to dakri mu kilai]
και καθώς αυτός κοιτά
[ke kathos aftos kità]
τον σκεπάζω με φιλιά
[ton skepazo me filià]
Portami un mandolino

Per sentire quanto soffro

Così diventerò un giglio

Così mi perderò ancora

Cosa importa se mi perdo

Visto che devo diventare un giglio

Allora portami un mandolino


*

Il ragazzo che mi ama

Vuole solo sapere

Cosa significa la domenica

Mi domando perché me lo chiede

E ho paura abbia dimenticato

Che ci siamo incontrati di domenica


**

Il ragazzo che mi ama

Vuole solo sapere

Dove volano gli uccelli

Ma le mie lacrime scorrono

E quando mi guarda

Lo ricopro di baci

giovedì 7 maggio 2015

Ο δράκος


Νίκος Δημητράτος [Nikos Dimitratos]
“Ο δράκος”
(1974)
Testo: Nikos Gatsos

Είχαμε έναν δράκο κάτω στο νησί
[Íkhame enan dráko káto sto nisí]

κάπνιζε ταμπάκο, έπινε κρασί
[kápnize tabáko, épine krasí]

Και το μεσονύχτι, σίδερο καρδιά
[Ke to mesonýkhti, sídero kardiá]

άπλωνε το δίχτυ κι άρπαζε παιδιά
[áplone to díkhty ki árpaze pediá]


Υπομονή, ήλιος θα φανεί
[Ypomoní, ílios tha faní]

με χρυσά φτερά πάνω απ’ τα νερά
[me khrysá fterá páno ap’ta nerá]

για να μας πει μες στην ντροπή:
[ya na mas pi mes stin dropí:]

πολεμήστε και γκρεμίστε τη δρακογενειά
[polemíste ke gremíste ti drakogheniá]


Είχαμε έναν δράκο μαύρο και κοντό
[Íkhame énan dráko mávro ke kondó]

δεν φορούσε φράκο ούτε τρικαντό
[den forúse fráko úte trikandó]

Εμπαινε στ’ αμπάρια έχαφτε κουκιά
[Empene st’ampária ékhafte kukiá]

και τα παλληκάρια τά’χει μια μπουκιά
[ke ta pallikária tá’khi mia bukiá]


Είχαμε έναν δράκο μα σαν τα σκυλιά
[Íkhame énan dráko ma san ta skyliá]

σκάψαμε έναν λάκο στην ακρογιαλιά
[skápsame énan láko stin akroyaliá]

Για να πέσει μέσα με τρικλοποδιά
[Ya na pési mésa me triklopodiá]

σαν δεν είχε μπέσα ούτε και καρδια
[san den íkhe bésa úte ke kardia]
Avevamo un drago giù all’isola


fumava tabacco, beveva vino


E a mezzanotte, cuore di ferro,


stendeva la rete e rapiva bambini



Pazienza, il sole apparirà


con ali dorate sopra le acque


per dirci a nostra vergogna:


combattete e distruggete la genia dei draghi


Avevamo un drago nero e tozzo


non portava il frac e nemmeno il tricorno


Entrava nella stiva a mangiare fagioli


e divorava i ragazzini in un boccone



Avevamo un drago, ma come i cani


scavammo una buca in riva del mare


per farcelo cadere con uno sgambetto


come se non avesse né onore [“besa”] né coraggio

Κάμποι της Σαλονίκης


Νίκος Δημητράτος [Nikos Dimitratos]
“Κάμποι της Σαλονίκης”
(1982)

Κάμποι της Σαλονίκης
[Kámbi tis Saloníkis]

κι όρη του Μοριά
[ki óri tu Moriá]

πού ‘ ν ‘ τα παρμένα κάστρα
[pú ‘ n ‘ ta parména kástra]

πού ‘ναι τα χωριά
[pú ‘ne ta khoriá]


Μες στον αέρα κοίτα μισοφέγγαρο
[Mes ston aéra kíta misoféngaro]

κοίτα κορίτσι πράμα, που να το χαρώ
[kíta korítsi práma, pu na to kharó]


Δευτέρα μεγαλώνει, Τρίτη πολεμά
[Deftéra megalóni, Tríti polemá]

Τετάρτη γονατίζει, Πέμπτη ξεψυχά.
[Tetárti gonatízi, Pémpti xepsykhá.]
Campi di Salonicco
(Fields of Thessaloniki)

e monti di Morea
(and mountains of Morea)

dove sono le cittadelle conquistate
(where are the conquered strongholds)

dove sono i villaggi
(where are the villages)


Guarda la mezzaluna nel vento
(Look at the waning half-moon)

Guarda, ragazza, quel che mi riempie di gioia
(look, girl, what fills me with joy)

Lunedì cresce, Martedì combatte
(On Monday it grows, on Tuesday it fights)

Mercoledì è in ginocchio, Giovedì rende l’anima
(on Wednesday it’s on its knees, on Thursday it expires)