lunedì 30 novembre 2015

Commercializzare la retrodatazione

Ricordo i bei tempi in cui con una serie di frasi fatte si materializzava il miraggio di un’era nella quale avremmo lavorato tutti con internet, oppure su internet, per internet o addirittura per l’Internet (quando ancora l’autorità del mezzo era garantita dall’articolo e dalla maiuscola). Probabilmente qualcuno ce l’ha fatta, ma non è detto che se avesse trovato un impiego off-line avrebbe lavorato di più o guadagnato di meno; anche l’aspirazione di contribuire nel proprio piccolo al progresso dell’umanità, si rivela ben presto un’illusione: il “lavorare” con internet corrisponde principalmente al fornire servizi e lasciarsi sponsorizzare, se non semplicemente a commercializzare la semplificazione. È questo il principio sul quale prosperano Facebook, Twitter, Youtube e, in modo diverso, Wikipedia

Lasciando da parte le considerazioni generali, veniamo al sodo: negli ultimi tempi ho sfruttato al massimo la possibilità di “retrodatare” i post per far credere di poter gestire il mio blog in modo disciplinato (anche quanto sto scrivendo è stato retrodatato…). Sono convinto che la maggior parte dei miei connazionali, vuoi per digital divide, per semianalfabetismo o sottosviluppo, sia all’oscuro di tale possibilità – nello stesso modo in cui, forse, era all’oscuro che si potessero mettere foto e video online prima dell’avvento dei social network. Ora, come commercializzare tale opzione in questa nostra Italia, che «siede in terra negletta [sic] e sconsolata»? Io ho avuto un’idea (solo un’idea): si potrebbe creare un blog di previsioni che sfrutti al massimo la retrodatazione, facendo credere agli sprovveduti che a gestirlo sia il più grande indovino del mondo. Non si dovrebbe far altro che prendere i numeri di una qualsiasi estrazione di una qualsiasi lotteria, inserire la falsa previsione retrodatandola e poi gabbare il maggior numero di sprovveduti prima che il trucco venga scoperto. Oppure, per non scadere nel penale, si potrebbe solo riempire il proprio blog di banner pubblicitari fino all’inverosimile. Nel giro di poco tempo nascerebbero altre iniziative simili e l’Italia si trasformerebbe in un paese composto da cartomanti e stregoni (anche se in parte lo è già, se il Codacons certifica che 13 milioni di italiani all’anno «si rivolgono al mondo dell’occulto).

Credo che per avere successo con l’Internet (ma anche in altri campi), sia indispensabile creare uno stile di vita dietro il proprio marchio: non si spiegherebbe altrimenti perché gli italiani siano diventati tutti dipendenti dalla Rete, quando invece fino all’ascesa di Facebook (2007-2008) avere un sito proprio era considerata una cosa da reietti o pervertiti. Una volta chi metteva un autoscatto in una paginetta del proprio spazio web (dedicato magari a bazzecole quali i fumetti o i dialetti regionali) veniva severamente redarguito: «E la privacy? E i maniaci che ti possono guardare? E se il tuo datore di lavoro ti scopre?». Lo stesso processo psicologico potrebbe verosimilmente riprodursi nei confronti della chiaroveggenza: così come oggi le persone passano le giornate a pubblicare autoscatti sui social network, in futuro potrebbero impiegare il proprio tempo a compilare false previsioni su giochi o addirittura eventi storici e politici – o forse prima che si verifichi tale possibilità è necessario creare un social network ad hoc?

domenica 29 novembre 2015

L’anti-italianità come genere letterario


Risalire alle radici dell’italianissimo “odio di se stessi” non è affatto semplice: prima dei politici, ci furono i poeti ad alimentare questa inclinazione che gli psicologi potrebbero oggi classificare come un disturbo narcisistico esteso a un’intera collettività.
Sarà perché il nostro Paese è più giovane rispetto agli altri, dunque non ha potuto avvalersi della mitologia delle origini che ne occultasse la miseria, come è accaduto nelle lande che noi crediamo storicamente e biologicamente superiori?
Oppure perché il “pessimismo teatrale” ha avuto un ruolo essenziale non solo nel costituire la cultura popolare (pensiamo al lamento del servo come motivo costante della commedia d’arte), ma anche a piantare i semi per una fiorente industria editoriale tutta basata sulla denuncia dell’inferiorità congenita degli italioti?
È triste esser passati così rapidamente dal castigat ridendo mores alle odierne liturgie anti-corruzione: l’anti-italianità non è più solo un genere letterario, ma un’ideologia di Stato, da quando ha preso a innestarsi sullo snobismo del ceto medio orientato a sinistra e sull’esterofilia provinciale di certi reazionari da bar sport.

Come ho detto, è complicato ricostruire la genealogia di questo sentimento (del resto sono italiano, figurati se riesco a mettere insieme due neuroni), però nella storia recente si possono rintracciare alcune analogie tra la situazione attuale e l’Italia “rifondata” nel dopoguerra: per esempio, quello spirito che animava la prosa de “Il Mondo”, il rancore azionista verso gli italiani immaturi e arretrati che continuavano a votare la DC e il PCI, si può dire che oggi abbia egemonizzato la grande stampa.
Basta qualche citazione per riconoscere la familiarità con gli editoriali attuali: «[La borghesia italiana è] anarchica e irresponsabile, incapace di autodisciplinarsi» (U. La Malfa, L’alternativa laica, gennaio 1954); «[L’italiani] esercita il suo diritto di voto come se sapesse davvero cosa vuole e perché lo vuole» (P. Pavolini, Un Paese immaturo, 3 giugno 1958); «In Italia il disinteresse per la cosa pubblica e per i dibattiti morali e culturali trova sempre un terreno di rifugio e di fuga. Il nostro Paese legge meno degli altri paesi e i mezzi di informazione sono più che altrove dominati dal conformismo e dall’ossequio. […] Su un elettorato di trenta milioni di individui, ventidue milioni di voti vanno a partiti diciamo così indigeni che, ad esempio, in Inghilterra, in America, in Scandinavia, in pratica neppure esistono» (Mario Pannunzio, Ai lettori, 8 marzo 1966).

In seguito sarà un centro-sinistra frustrato a fare sua questa retorica anti-nazionale (un esempio pregevole è rappresentato dall’ultimo numero della vecchia “Unità” del 31 luglio 2014, nel quale l’Italia soi-disant “migliore” celebrava la sua “aristocraticità” [sic!]); infine, una volta esauritosi l’interesse elettorale, essa passerà direttamente nella letteratura, diventando, come è stato ricordato, il nerbo dell’industria culturale nazionale.

Tra i “capolavori” del genere, spicca un elzeviro di Giorgio Strehler per il “Corriere” (Carissima Italia, io non ti amo più, 13 settembre 1992) in cui il maestro, dopo aver stigmatizzato «l’arroganza degli arricchiti», la «mentalità dello schiavo», la «mancanza di coraggio civile» dei suoi connazionali, invoca per essi la punizione collettiva («È questo il prezzo che si deve pagare»):
«Io non so se questo crepuscolo della ragione, in Italia, non avrà improvvisamente, alcune esplosioni. Ma so che occorrerà il peggio. Occorrerà che davvero il Sistema Italia salti in aria, concretamente. Occorrerà che i prezzi aumentino in modo vertiginoso, che l’inflazione raggiunga vertici mai visti, che le borse precipitino, che la lira venga svalutata, che la disoccupazione acceleri ancora di più la sua corsa e che altre migliaia di disoccupati trovino chiuse le porte di fabbriche e aziende, che la corruzione si mostri ancora più estesa di quel che già appare. Insomma che diventi davvero impossibile sopravvivere con la minima decenza».
Adriano VI sosteneva che «i peccati del popolo hanno la loro origine nei peccati del clero»: è allarmante che gli intellettuali italiani non riescano ad avere la stessa indulgenza di un pontefice del XVI secolo.
Per qualche tempo in verità ci hanno provato, tanto che l’ispirazione socialista ha sempre contemplato qualche giustificazione alle miserie del popolo (almeno fino agli anni ’90): l’imbruttimento dei proletari italiani era causato da chi «gavazza nell’ebbrezza dei festini» (così “L’inno dei lavoratori” di  Filippo Turati) e chi biasimava troppo i “peccati” rischiava addirittura di passare per reazionario.

Da questo punto di vista abbiamo delle testimonianze interessanti, come il racconto di Italo Calvino “Impiccagione di un giudice” (dalla raccolta Ultimo viene il corvo, 1949) in cui il carattere dell’anti-italiano è incarnato dal giudice Onofrio Clerici, che distingue «la razza delle persone ammodo» dalla massa degli italiani, «questa gentetta logora, […] sempre carica di figli e di debiti e d’idee storte». Secondo il giudice, «gli italiani sono una gentucola schifosa e in Italia si starebbe meglio se gli italiani non ci fossero»; alla fine saranno gli stessi italiani a condannarlo a morte: «Onofrio Clerici, giudice, reo d’aver insultato e deriso per lungo tempo noialtri poveri italiani, è condannato a morire impiccato come un cane».
Questo “lieto fine” riecheggia le stragi e le vendette della guerra civile, e di conseguenza l’apologia non può essere separata dal suo contesto storico. Al giorno d’oggi sarebbe gioco facile affermare che gli italiani non meritano più tale comprensione perché è da tanto che non soffrono o non vengono sacrificati. Come diceva Machiavelli, «li uomini sempre ti riusciranno tristi, se da una necessità non sono fatti buoni»: per gli italiani il giudizio vale ovviamente solo per i propri connazionali.

venerdì 27 novembre 2015

Erdoğan e Putin non faranno pace a “Pomeriggio Cinque”

Discutendo della crisi russo-turca, sul “Corriere” Berlusconi ricorda i suoi rapporti personali con i leader di entrambi i Paesi (l’amico Vladimir e l’amico Tayyip) e identifica l’apice di questa entente cordiale modellata su se stesso nell’ottobre del 2009 a Valdaj, quando l’allora presidente del consiglio italiano e quello russo in teleconferenza con Erdoğan sancirono l’accordo sul gasdotto South Stream (cfr. Berlusconi condivide la linea “prudente”, “Corriere”, 26 novembre 2015).
L’incontro si svolse secondo i format più efficaci delle reti commerciali: «Ciao Tayyip», «Va bene Tayyip», incalzava B., avanzando tra una battuta sul gas e una sul calcio la proposta di un summit in Italia («e garantisco che il menù vi piacerà!») per poi congedare l’amico turco con un «Ciao Tayyip, un abbraccio fortissimo!». 


Tutto sommato un successo, anche se di brevissima durata: il South Stream è stato annullato per le sanzioni europee, a Berlusconi è stato vietato per tre anni l’ingresso in Ucraina a causa della sua visita in Crimea (con la beffa di un processo per aver bevuto una bottiglia di sherry con Putin) e infine i rapporti tra Russia e Turchia sono degenerati nei modi che tutti sanno. È la solita Dämonie der Macht…
[Detto tra parentesi: stupisce che in un articolo dedicato alla politica estera dell’ex-premier non vengano citati Topolanek e il lettone di Putin. È un ulteriore sintomo del cambiamento di linea (voluto dal nuovo direttore Luciano Fontana?) da un anti-putinismo intransigente a un approccio più “disinvolto” del quotidiano di via Solferino, inaugurato dalla pubblicazione di una lettera dello stesso Berlusconi (9 maggio) contro l’assenza dei leader occidentali alle celebrazioni di Mosca per l’anniversario della fine della Seconda guerra mondiale, e sancito dalla “storica” intervista in prima pagina al leader russo (6 giugno 2015)].
Il “segreto” della diplomazia berlusconiana, conosciuta anche come “Diplomazia del cucù” o “della patata” (rispolverata in altre modalità da John Kerry), è stato la capacità di modellarsi sulle volontà degli interlocutori, assumendo, a seconda dei casi, l’aspetto di un oligarca russo, un magnate americano, un imprenditore argentino, un investitore cinese, un azionista saudita, un industriale albanese etc., grazie a una serie di caratteristiche meno riconducibili alla storia personale di B. che non alla sua area politica di riferimento, le cui peculiarità sono state analizzate da Marcello Veneziani in Cultura di destra (Laterza, 2002): «Una destra selvatica […] che aderisce in modo istintivo all’apparato tecnologico-mercantile del presente come unico ancoraggio di concretezza: […] la tv e il conto in banca prendono il posto del pulpito e dell’orto e diventano le nuove colonne basilari della casa» (p. 16); una destra che si arrabatta agilmente «[tra le forme e le icone] dell’era della comunicazione visita e televisiva» (p. 112).
I piccoli successi di questo approccio (non del tutto estemporaneo, come dimostra la diversa risoluzione del conflitto georgiano rispetto a quello ucraino) nascono quindi da una miscela del potenziale a-politico (o anti-politico) di Berlusconi (riconosciuto come di per sé stesso ideologico, tanto da spingere intellettuali come Mario Perniola o Valerio Magrelli ad attribuire al personaggio la realizzazione di tutte le aspirazioni sessantottesche, dal programma erotico-politico di Wilhelm Reich alla descolarizzazione della società di Ivan Illich) con una enorme capacità finanziaria, la quale ha permesso al suo detentore di esercitare quella spregiudicatezza del “mercante” che secondo Eibl-Eibesfeldt rappresenta un elemento positivo nelle relazioni tra gruppi: «Lo scambio di doni […] esprime volontà di pace e si è osservato spesso che in origine il commercio era propriamente una relazione di scambio di questo genere a vantaggio del legame; […] ancora oggi [alcune popolazioni] esercitano il commercio senza che esso sia loro necessario» (Etologia della guerra, Bollati, 1998, p. 265).

Ora che la situazione si è fatta più seria, il pericolo è che il berlusconismo “internazionale” si sviluppi in senso opposto rispetto alle aspirazioni neutralistiche e si radicalizzi nel tentativo di darsi un senso finalmente politico. Tale deriva è sintetizzata da alcune dichiarazioni eclatanti degli ultimi tempi, come quella riportata da Alain Friedman nel suo libro-intervista: «Il popolo della Crimea parla russo e ha votato con un referendum per riunirsi alla Madre Russia».
L’irritazione di esser considerato ancora un «marchand de soupes italien» (come lo definì spezzatamente Chirac) unita al desiderio di ottenere una improbabile riabilitazione politica («Gli altri […] dicono quello che dicevo io, senza riconoscermelo», per citare ancora l’articolo del “Corriere”), costringerà Berlusconi a rinunciare al proprio talento proteiforme e perdere la sua migliore qualità, quella appunto di essere un uomo senza qualità? Sarebbe questo un ulteriore sintomo del fallimento del percorso di de-ideologizzazione che l’umanità si era illusa di poter seguire coerentemente. Si potrebbe fare un parallelo (irriverente ma opportuno) con la carrierea politica dell’oligarca ucraino Poroshenko, il “re del cioccolato”, che ha baratto un business fiorentissimo (basato sulle esportazioni verso la Russia) in cambio di un parlamento assediato dagli estremisti, una schiera di alleati rapidamente dileguatisi e una “cura da cavallo” europeista che condannerà il suo Paese a decenni di recessione. Indubbiamente nella borghesia ucraina non ha fatto in tempo a sedimentarsi quel sentimento di ostilità verso la politica («Una cosa inventata dai perdigiorno, cioè dagli avvocati, dai politici, dai “terroni”», come scriveva Saverio Vertone nel 1995) che ha caratterizzato invece gli imprenditori lombardi sin dai tempi di Renzo Tramaglino.

Con queste premesse, sarà difficile persuadere Erdoğan e Putin a riappacificarsi in qualche trasmissione pomeridiana di Mediaset. Al di là delle amicizie personali di Berlusconi, è tuttavia l’attuale crisi russo-turca a presentarsi più intricata del previsto.
Per capirne di più, ritorniamo allo storico incontro del 2009: proprio in quei giorni Erdoğan dava vita con Azerbaigian, Kazakistan e Kirghizistan al Türk Keneşi, il “Consiglio” dei popoli legati ad Ankara da storia, lingua e cultura. Poco tempo dopo (2011), la Russia creava l’Unione Economica Eurasiatica assieme a Bielorussia e Kazakistan, Armenia (2014) e Kirghizistan (2015). Tali alleanze rispecchiano fedelmente la lotta delle due potenze per ritagliarsi la propria area di influenza nella regione, l’una premendo sulle nostalgie ottomane e anche sul sentimento di rivalsa delle popolazioni arabe (Erdoğan ha più volte dichiarato la volontà di far saltare i confini del Sykes-Picot con tutti i mezzi consentiti dal diritto internazionale), l’altra presentandosi come benevolo gigante economico che però all’occorrenza può vantare una capacità militare da superpotenza.
Oggi il rafforzamento della posizione di Ankara all’interno della NATO è un dato di fatto: l’Alleanza ha preso atto che l’esercito turco costituisce ormai il suo nerbo militare e, a differenza di quanto accadde nella prima guerra del Golfo (quando Stati Uniti e Germania si rifiutarono di garantire alla Turchia la stessa protezione riservata agli altri alleati in caso di attacco iracheno), questa volta il Patto ha assicurato piena collaborazione sul confine medio-orientale. In questo gentlemen’s agreement rientra naturalmente la difesa delle popolazioni turcomanne siriane bombardate dai russi: è il caso di domandarsi i motivi per i quali Putin abbia voluto “tirare la corda” fino a questo punto, proprio lui che nell’intervista al “Corriere” ricordata più sopra aveva dichiarato che «solo una persona non sana di mente o in sogno può immaginare che la Russia possa un giorno attaccare la Nato». Irritare i turchi è l’ultima cosa che ci si aspetterebbe da colui che si è presentato come il “Presidente della stabilità”, quello che dopo la disfatta di South Stream andò immediatamente a trattare con Erdoğan per progettare un nuovo gasdotto.
Nasce il sospetto che Putin si stia facendo galvanizzare dall’immagine che sostenitori e detrattori gli hanno affibbiato, e che la guerra contro l’Isis ne stia accentuando la hybris politica, con la complicità dei media internazionali che, ingigantendo le capacità di un esercito che non sa usare le armi che ha rubato, ha preparato le basi per l’ennesima ultima guerra finale dell’umanità di schmittiana memoria: finalmente si sono resi disponibili nuovi “criminali internazionali” su cui testare le armi di ultima generazione.

Proprio su questo punto è necessario spendere qualche parola in più: nelle società occidentali, in conseguenza all’abolizione dell’obbligo di leva, sta risorgendo una sorta di “bellicismo romantico” che consente ai figli di idealizzare ciò che i padri avevano imparato a odiare. Come ha rilevato l’analista americano Andrew Bacevich (È la guerra permanente dell'America, “Repubblica”, 13 settembre 2014) «la distanza fra i militari e il popolo americano va approfondendosi. Contribuisce a sostenere politiche militari sconsiderate, infatti troppe poche persone sono coinvolte nei rischi. Obama […] promette una guerra pulita, a buon mercato, senza complicazioni. Quale sarà poi la realtà, resta da vedere».
Anche in Italia l’abolizione della naja ha fatto sì che il concetto di “guerra” riconquistasse il prestigio perduto e che gli scalmanati che un tempo affollavano le manifestazioni pacifiste (guarda caso scomparse proprio a partire dal 2005) si convertissero a un fantomatico “appellismo” capace di identificare con precisione assoluta i buoni e i cattivi di turno, invitando rispettivamente ad aiutare i primi e bombardare i secondi (magari senza confondersi troppo).
La comparsa all’orizzonte un nuovo unmenschlichen Scheusal (il “mostro disumano” di cui parla sempre Carl Schmitt) trova così terreno fertile nell’opinione pubblica: ecco i nuovi “nazisti” da sacrificare alla Societas Populorum prossima ventura (che purtroppo non sarà mai l’ultima).
Un altro importante fattore di destabilizzazione del sensus communis è stato l’avvento di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti, che ha costretto tanti americanofili “de’ noantri” a identificare Vladimir Putin come l’erede spirituale della loro idea di “America”, quella, per intenderci, dei supereroi dei fumetti e degli action movie hollywoodiani. Gli pseudo-russofili che oggi idolatrano il “Presidente” ignorano che il consenso di cui Putin gode in patria nasce perlopiù da aspirazioni opposte alle loro: il suo elettorato non chiede il ripristino dei confini dell’impero zarista (o bizantino), ma pace, sicurezza e prosperità. Alla Duma i fanatici del panslavismo o dell’eurasismo sono tutti all’opposizione, e se si trovano ad appoggiare alcune iniziative putiniane è solo per opportunismo (con la speranza malcelata di creare il caos per impadronirsi del potere). Con il voto a Putin la maggior parte dei russi spera di tenere questi individui il più lontano possibile dal potere.
Uscendo dal mondo delle fiabe e dei fumetti, si può quindi comprendere quanto l’appello a una fittizia “coalizione universale” contro l’Isis sia sostanzialmente inutile a risolvere le numerosi crisi mediorientali: piuttosto che lasciarsi trascinare dalla foga di una “crociata senza scopo”, sarebbe meglio chiarire sin da subito i diversi interessi nell’area e provare a equilibrarli senza utilizzare i soliti capri espiatori.
Alla Russia in fondo non conviene stuzzicare ulteriormente uno dei pochi Paesi della NATO che non nutre complessi di inferiorità nei confronti dei suoi alleati. Per Putin la Turchia è l’ultimo ponte disponibile per tentare un nuovo ancoraggio all’Europa, prima della deriva “asiatica” che comporterebbe anche la fine della sua leadership: gli interlocutori occidentali si sono dimostrati volubili (Germania), umorali (Francia) o inaffidabili (Italia). La gazzarra sulle sanzioni (in realtà l’ennesima occasione per i Paesi europei di danneggiarsi a vicenda) ha portato Mosca a intensificare l’interscambio commerciale con Ankara, nonostante i dissidi all’apparenza insormontabili sulla Siria. Sarebbe insensato condannarsi al suicidio economico o politico per ragioni di puntiglio (in guerra esiste anche il fuoco amico); per Putin sarebbe inoltre una buona occasione per dimostrare di esser fatto di un’altra pasta rispetto ai leader occidentali.
La guerra non conviene ovviamente nemmeno alla Turchia, che ha dimostrato di avere i nervi più saldi di quanto i suoi critici pensano, dal momento che di casus belli in questi anni ce ne sono stati tanti, tra i quali il più importante l’assalto della Mavi Marmara da parte delle forze speciali israeliane (potremmo pure citare la necessità di garantire la sicurezza dei tatari di Crimea dopo l’annessione russa, la protezione dei turkmeni siriani dai bombardamenti o il sostegno indiretto di Israele ai curdi). Anche una piccola “guerra fredda”, di tipo diplomatico o economico, sarebbe comunque disdicevole, dato che Ankara ha la necessità di partecipare al tavolo delle trattative sul futuro della Siria, per una marea di motivi, in particolare: evitare che il nascente Kurdistan si trasformi in un nuovo Israele, permettere ai profughi di ritornare al loro Paese e garantire alle minoranze etniche legate al passato ottomano una qualche autonomia politica o regionale.

lunedì 23 novembre 2015

La geopolitica non è una scienza esatta


«La geopolitica è una scienza esatta», afferma Aleksander Dugin probabilmente con lo stesso tono con cui più di un secolo fa Alfred Jarry presentò la patafisica come «scienza delle soluzioni immaginarie». Dugin come sempre esagera: lui, che è riuscito a trasformare Mackinder, «un bizzarro personaggio dell’era edoardiana che mai ebbe una cattedra a Oxford», in una sorta di «Cardinal Richelieu di Whitehall» (cit.) e che ha fatto della “geopolitica” il suo brand personale, dovrebbe riconoscere quanto certe elucubrazioni debbano all’occultismo e all’irrazionalismo otto-novecentesco. Secondo l’orientalista Alessandro Grossato, le stesse teorie di Mackinder, all’apparenza “scientifiche”, riprenderebbero in realtà «descrizioni mitiche e rappresentazioni simboliche delle religioni dell’Asia centro-orientale e meridionale che circolavano ampiamente negli ambienti fabiani di cui l’autore era frequentatore, […] [come] la rappresentazione dell’Eurasia nella cosmologia indù e buddhista, […] un’unica isola-continente ruotante attorno all’asse immobile della montagna cosmica» (cfr. “Geopolitica”, 15 novembre 2014).

La geopolitica, al di là dell’opinione di questo conteur oriental (E. Carrère), è tutto fuorché una “scienza esatta”; può essere tutt’al più considerata come un utile orpello per riscattare da una prosaicità eccessiva le varie interpretazioni del caos internazionale. Da questo punto di vista non meno affascinanti delle sparate di Dugin (quasi mai farina del suo sacco, anche se il soggetto ha un’altissima opinione di sé), le teorie dell’ammiraglio statunitense (e storico di Harvard) Samuel Eliot Morison (1887–1976) che traduce la dicotomia tra talassocrazia e tellurocrazia nella lotta perenne tra libertà e tirannia: da una parte Atene, il Regno Unito e l’America, dall’altra Alessandro Magno, la Prussia e la Cina maoista. Una “storia del mondo” lontana per ispirazione da quella di Carl Schmitt di Land und Meer, ma che si nutre anch’essa di simboli e mitologie: il fatto che la stessa idea sia passata dalla testa di un filosofo nazista a quella di un Boston Brahmin come Eliot, per poi finire nelle sapienti mani del Rasputin di turno, contribuisce ad alimentarne il fascino. Sarà per questo che molti analisti americani oggi si improvvisano seguaci di Mackinder (vedi il grottesco George Friedman) e scrivono manuali di strategia con lo stesso tono della letteratura self-help che oggi va per la maggiore (a quando un Heartland for dummies?).

La verità è che qui si sta semplicemente trasformando un problema del tempo presente (l’incapacità degli Stati Uniti di gestire il proprio spazio imperiale) nella base di una sorta di scienza cosmica degli assoluti, o qualcosa del genere. Da questo deriva l’illusione ottica di vede una strategia (“del caos” o, come la chiama Emmanuel Todd, “del pazzo”) dove non vi è strategia alcuna, ma soltanto il mero tentativo di prorogare il ridimensionamento delle proprie ambizioni. Presentare la politica estera degli Stati Uniti come tipica di una talassocrazia vuol dire non solo offrire (anche inconsapevolmente) una immagine degli americani come eterni vincitori, ma anche giustificare il dispotismo come necessità imposta dalla “terra” (russa, orientale o araba che sia).
La verità è che gli Stati Uniti hanno mancato ogni appuntamento storico per testare le loro capacità imperiali. Se è lecito indagare le cause della catastrofe, non è consentito trasfigurare la circostanza storica in una “falsa coscienza” che giustifichi il ritorno della tirannide come tappa obbligata nel passaggio di consegne da una civiltà all’altra.

Partiamo dunque dai fatti: dopo una certa esaltazione dovuta alla cessione di mezza Europa a Stalin mascherata come vittoria militare, gli Stati Uniti hanno dovuto fare i conti con disastri come la guerra di Corea e quella del Vietnam (combattute talmente male che i due Stati sono gli unici al mondo a dirsi ancora socialisti). A partire dagli anni ’80, una volta preso atto della situazione, l’impero riluttante iniziò ad affidarsi a eserciti mercenari (con l’eccezione della ridicola invasione di Grenada del 1983 e altri episodi minori): se questa è una “strategia”, allora anche i genitori di un alunno che si finge malato per saltare il compito in classe possono considerarlo un grande stratega ed evitare di punirlo (come oggi, effettivamente fanno). Per sfruttare la metafora fino in fondo, potremmo aggiungere che l’atteggiamento è apparso per qualche anno vincente solo perché la maestra è venuta a mancare e il ragazzino si è illuso di poter saltare la verifica per sempre.

L’attuale situazione siriana, in cui gli aiuti economici e militari degli Stati Uniti ai “ribelli” sono finiti nelle casse degli estremisti, sembra una replica di quel che accadde in Cambogia all’inizio degli anni ’80: il sostegno militare (armi “non letali”) e finanziario (10 milioni di dollari) degli anglo-americani al “Governo di coalizione della Kampuchea Democratica” formato dai monarchici (guidati direttamente dal re), dai comunisti polpottiani (freschi di genocidio) e dai nazionalisti anticomunisti, finì agli eredi della “Kampuchea Democratica” che rappresentavano la maggioranza delle forze anti-vietnamite sul campo. (È incerto se in futuro le atrocità dell’Isis verranno attribuite interamente all’islamismo così come quelle dei Khmer rossi sono state accollate al comunismo sconfitto).

Lo stesso discorso vale per l’Ucraina, con qualche aggravante: in primis, l’aver affidato la  “transizione democratica” (chiamiamola così) non a un rassicurante governo fantoccio, ma agli elementi della peggior destra possibile, permettendo a Putin di prendersi la Crimea senza sparare un colpo. Il modo goffo in cui gli Stati Uniti hanno agito dimostra come il terrore di dover mandare truppe sul campo abbia impedito loro persino di imparare da errori recenti: quanti milioni di dollari ci sono voluti per capire, tanto per fare un esempio, che la causa tibetana sarebbe stata meglio rappresentata da un Dalai Lama pacioso e conciliante che non da tutti i freedom fighters, eredi del precedente regime feudale e invisi alle popolazioni contadine, paracadutati nel Paese per incitare una insorgenza anticinese?

Scottati dal fallimento dell’ennesima “rivoluzione colorata”, gli americani hanno agito irrazionalmente, come se si trovassero in piena guerra fredda, auspicando che il riciclaggio di personaggi impresentabili venisse accettato dall’opinione pubblica come un male necessario per salvare il mondo libero: al contrario, è proprio per questo che diversi osservatori statunitensi adesso si prodigano nel segnalare la continuità tra i collaborazionisti del Reich che vissero il “sogno americano” (vedi Jaroslav Stetsko) e la galassia neonazista che oggi gravita attorno ai partiti di governo (per un approfondimento sui legami tra neonazisti ucraini e americani, cfr. Is the US backing neo-Nazis in Ukraine?, “Salon”, 25 febbraio 2014).
Il tour dell’imbarazzante John McCain a braccetto di Svoboda e le dichiarazione dell’altrettanto sgradevole Victoria Nuland che manda a farsi fottere l’Unione Europea fotografano bene il tracollo del soft power statunitense (lasciando da parte gli attriti diplomatici con la Polonia, per nulla contenta dei 5 miliardi di dollari investiti «nella costruzione di competenze e istituzioni democratiche in Ucraina» finiti in parte nelle fauci degli odiati eredi dei banderisti – che durante la Seconda guerra mondiale sterminarono centomila polacchi e i cui epigoni del Battaglione Azov sembrano intenzionati a ripeterne le gesta).

Sembra inoltre che gli Stati Uniti abbiano trasmesso agli eserciti alleati l’incapacità di combattere a terra, inquinando il proverbiale “morale delle truppe” con l’impiego massiccio delle solite compagnie militari private, servite soprattutto a rendere più cocente la sconfitta di Debaltsevo (grazie alla quale i filorussi si sono impossessati del sud-est ucraino).
L’Ucraina oggi è una nazione terribilmente precaria, che gli eurocrati con le loro “riforme” hanno condannato a una recessione eterna. Il “mito americano” (che gli stessi americani ormai vedono incarnato da… Vladimir Putin!) non salverà Kiev dalla disoccupazione, dalla corruzione e dalla violenza. Le bande nazionaliste hanno già tentato di assaltare il parlamento e nei prossimi anni diventeranno un fattore di instabilità perpetua, di contro all’inarrestabile ascesa nell’Europa Orientale di potenze regionali quali la Polonia e l’Ungheria.
Escludendo dunque a priori l’ipotesi di intervento (anche “per interposta persona”), cosa potranno fare gli Stati Uniti di fronte al declino della loro influenza ai confini d’Europa? Invieranno pacchi di fotocopie del “manuale Sharp”? Organizzeranno conferenze di Soros? Probabilmente sì, ma questo non farà che abbreviare l'agonia.

Alla luce della situazione attuale si aprono per l’Europa scenari inediti, sui quali la “scienza esatta” della geopolitica ancora non riesce a dir nulla, se non ripetere la solita paternale eurasiatica: rinunciare all’orgoglio nazionale per creare un immenso continente tellurocratico da Lisbona a Vladivostok. In questi giorni concitati la Francia ha dato una lezione di dignità ai sostenitori di questo macro-nazionalismo asfissiante (di stampo leggermente quislinghiano). Col senno di poi, il ritorno della Francia nella NATO (avvenuto alla chetichella nel marzo 2009), che ha inaugurato una nuova stagione dell’imperialismo gallico in Africa e Medio Oriente, si è rivelato una mossa previdente: se la Francia avesse voluto mantenere una neutralità artefatta, a quest’ora gli attentati parigini non avrebbero suscitato una tale reazione a livello internazionale. Il paraocchi ideologico impedisce a certi anti-imperialisti di riconoscere che anche all’interno del Patto Atlantico i rapporti di forza possono essere ribaltati (sempre che esista la volontà di farlo). In poche ore il quadro della situazione internazionale è infatti mutato notevolmente: mentre una nuova alleanza franco-russa si manifestava sull'onda dell'emotività, con gesti grandi (i bombardamenti congiunti sulla Siria, l’assenso dei francesi a una “transizione democratica” guidata da Assad) e piccoli (i soldati russi che scrivono “Per Parigi” sulle bombe, i poliziotti che inviano un cucciolo di pastore belga alla polizia francese per rimpiazzare quello deceduto durante i blitz), la Germania di Angela Merkel (appena incoronata dal “New York Times” come la Kennedy d’Europa) letteralmente spariva dalla scena, un po’ per cattiva coscienza, un po’ per l’invidia suscitata dal Sorgenkind francese, che da vero figliol prodigo ha potuto reintrodurre nel discorso politico europeo parole quali “guerra”, “spietatezza” e “vendetta” (alla faccia anche di Régis Debray, che su “Le Monde Diplomatique” paventava «l’effémination des valeurs et des mœurs» dell’Europa se la Francia non fosse uscita immediatamente dalla NATO). Finalmente qualcuno ricorda ai tedeschi chi ha perso la Seconda guerra mondiale.

L’Eurasia, in fondo, non è che una espressione geografica, o addirittura un flatus vocis, parola magica (accanto, appunto, a “geopolitica”) con la quale si spera di aprire chissà quale scrigno segreto. C’è tuttavia chi non è ancora disposto a sacrificare i propri diritti in nome di una fantomatica integrazione che dovrebbe estendersi fino a chissà quale confine. Non è solo l’insopprimibile volontà egemonica tedesca a impedire qualsiasi tipo di cooperazione a livello continentale (e che per certi versi fa dei rapporti russo-tedeschi attuali il massimo di collaborazione consentita dal temperamento dei contraenti), ma anche i ripetuti fallimenti a cui questa Unione Europea è andata incontro. L’ultimo, in ordine cronologico, riguarda la questione “sicurezza”, che dipende a sua volta dall’incapacità di creare un progetto politico in grado di bilanciare ordine e libertà (Bruxelles militarizzata offre una rappresentazione plastica del dilemma).

Ora come ora l’unica forza su cui può contare l’Europa è proprio quel residuo di patriottismo che alcuni Paesi sono riusciti a salvaguardare. Giusto qualche esempio, per non dilungarsi troppo: l’Ungheria, che ha sconfitto da sola il “Golia” dell’immigrazione e grazie agli accordi commerciali con la Cina ha riaperto la Via della Seta; la Polonia, che ha saputo modernizzarsi senza svendere la propria identità storica, religiosa, etnica e culturale; infine, i poco amati cugini francesi ai quali però va riconosciuta un coraggio antico e nuovo, una ribellione autentica a una contemporaneità fatta di piagnistei, sensibilità e vittimismo. Soltanto da loro potevamo aspettarcelo: probabilmente faranno pagare il conto a qualcun altro, ma sarà sempre meglio che morire di inedia.

venerdì 20 novembre 2015

Charlie ne surfe pas. Comment ne pas vivre avec la terreur


Après un week-end ordinaire à la « Je Suis… », c’est maintenant que le vrai spectacle commence : il est temps de s’y faire. Si la France (ou en son nom l’Europe, l’Occident etc.) ne veut pas prendre des mesures efficaces (au moins sur le plan symbolique) à « éradiquer le mal à la racine », il sera nécessaire de fournir une explication des événements qui permette encore de vivre avec le terrorisme, comme l’a recommandé le même Manuel Valls après l’attentat contre Charlie Hebdo.

D’autres fois, il était toujours relativement facile de trouver sinon un prétexte pour légitimer les terroristes, au moins une justification pour blâmer les victimes ; mais maintenant le jeu est devenu plus risqué : ils ne peuvent pas dire qu’il est dangereux de sortir le vendredi 13
Il n’est pas facile d’exorciser la sacrée frousse d’être la prochaine cible. C’est un classique mécanisme de défense, comme le refoulement (ou le pur et simple Selbsthaß), qui permettent de réduire l’angoisse résiduelle que n’ont pas réussi à atténuer les défilés, les bannières et les hashtags.
En fait, les journalistes ont déjà commencé à mettre laccent sur quelques détails qui, faute de mieux, dans les prochaines semaines seront exagérés : 1)  les propriétaires du Bataclan sont juifs ; 2) la plupart des victimes sont bobos. D’un côté, cette permettra d’établir un lien avec le conflit israélo-palestinien, de l’autre de réduire le carnage à une manifestation de conflit social.

Il est difficile de comprendre ce quil y a à faire. Avant de combattre l’ennemi, nous devons dabord reconnaitre qu’il est.
L’extrémisme islamique évidemment représentent un problème à la coexistence pacifique, mais qui porte la responsabilité principale de sa diffusion est la dictature du politiquement correct, que pour éviter de froisser certaines sensibilités, il a transformé des loubards en psychopathes.
Les musulmans sont traités comme des enfants désobéissants, des « bons sauvages », et toutes les tentatives de les traiter comme tous les autres citoyens devient une attaque à la tolérance. Le « respect de l’altérité » n'est qu’une forme de paternalisme. L’intention de remplacer le politiquement correct avec une sorte de « islamiquement correct » est non seulement écœurante, mais aussi inefficace: cette utopie pour poules mouillées ne considère pas que les terroristes peuvent refuser l’intégration dans un « califat social-démocrate » (ou toute autre forme élaboré par un communautarisme halluciné).
Le « fondamentalisme de bricolage » qui fait rage dans les banlieues européennes n’a pas sa place (et n’est pas justifiée) dans les pays où l’islam est religion officielle. La France devrait commencer à penser à une forme soft de Joséphisme (peut-être simplement une libéralisation des statistiques ethniques, contre lesquelles s’exerce une censure du type des régimes dictatoriaux). Nous ne voulons pas que les Français traitant les fidèles musulmans comme ils ont traité les catholiques au cours de leur histoire, mais seulement que l’État reprenne le contrôle de son territoire, avant une balkanisation complète.

Pour conclure, une première étape est l’anéantissement de l’État islamique, que ne peut être obtenue que par l’envoi de troupes (il semble d’ailleurs que l’opinion publique occidentale est prête à fermer les yeux aussi sur une solution brutale du conflit).
Au lieu de cela, au niveau national il faut malgré tout essayer de défendre les frontières par tous les moyens prévus par le droit international.
Enfin, il s’agit de trouver un modèle d'intégration alternatif au « fétichisme des minorités » à quoi nous sommes habitués, pour redonner un sens à la coexistence dans une société multiethnique.

giovedì 19 novembre 2015

Islamizacja

Continua la ricerca sul rap polacco anti-islam. Non condivido i contenuti di questi pezzi né sono un appassionato del genere, ma trovo interessante lo studio della nostra racaille senza pregiudizi (considerando anche l'ossessione dilagante per il cosiddetto “Jihad Cool”).
Il pezzo qui di seguito è “Islamizacja” di Basti, un poeta dialettale (del quale ho già parlato) che, pur non essendo amico di Bob Dylan, è comunque un uomo di una sensibilità bestiale (cit.).

mercoledì 18 novembre 2015

De Amicis in Olanda

Hilverdink (1889)
«Dalla Plantaadije, passando su parecchi ponti, e fiancheggiando diversi canali, si arriva sulla grande piazza del Boter Markt, dove c’è una statua gigantesca del Rembrandt e l’ufficio del consolato italiano. Da questa piazza si va al quartiere degli Ebrei che è una delle meraviglie di Amsterdam.
Per andarci, domandai la strada al nostro gentilissimo console, il quale mi rispose: – Cammini  diritto fin che non si trovi in un quartiere infinitamente più sudicio di tutti quelli ch’ella ha considerati finora come il non plus ultra del sudiciume; quello è il ghetto; non può sbagliare. – Andai innanzi, ognuno può immaginare con che aspettazione; passai accanto a una sinagoga; mi soffermai un momento in un crocicchio; poi presi la strada più stretta, e in capo a pochi minuti, riconobbi il ghetto. La mia aspettazione fu superata.
È un labirinto di strade strette, fangose e cupe, fiancheggiate da case vecchissime, che pare debbano cadere in rovina a dare un calcio nel muro. Dalle corde tese fra finestra e finestra, dai davanzali, dai chiodi piantati nelle porte, spenzolano e svolazzano sui muri umidi camicie sbrandellate, gonnelle rappezzate, vestiti unti, lenzuoli macchiati, calzoni cenciosi. Davanti alle porte e sugli scalini rotti, in mezzo alle cancellate cadenti, sono esposte le vecchie mercanzie. Rottami di mobili, frammenti d’armi, oggetti di divozione, brandelli d’uniformi, avanzi di strumenti, frantumi di giocattoli, ferramenti, cocci, frangie, cenci, tutte le cose che non han più nome in alcuna lingua umana, tutto quello che hanno guasto e disperso la ruggine, il tarlo, il foco, la rovina, il disordine, la dissipazione, le malattie, la miseria, la morte; tutto quello che i servitori spazzano, che i rigattieri ributtano, che i mendicanti calpestano, che gli animali trascurano; tutto ciò che ingombra, che insudicia, che puzza, che stomaca, che contamina; tutto si ritrova là a mucchi e a strati, destinato a un commercio misterioso, ad accoppiamenti impreveduti, a trasformazioni incredibili. In mezzo a quel cimitero di cose, a quella babilonia d’immondizie, brulica un popolo macilento, pezzente, pidocchioso, accanto al quale i gitani dell’Albaicin di Granata son gente pulita e profumata. Come in tutti i paesi, così anche là hanno preso ad imprestito dal popolo presso cui vivono, il colore del pelo e del viso; ma hanno conservato i nasi adunchi, i menti aguzzi, i capelli crespi, tutti i tratti della razza semitica. Il vocabolario non ha parole per dare un’immagine di quella gente. Capigliature in cui non è mai passato un pettine, occhi che fanno raccapriccio, magrezze di cadaveri consunti, bruttezze che destan pietà, vecchi che serbano appena figura umana, ravvolti in ogni sorta di vestiti di cui non si riconosce più né colore né forma né a che sesso appartengano, dai quali escono, e s’allungano tremolando mani scheletrite con giunture acute di locuste e di ragni. Tutto si fa in mezzo alla strada. Le donne friggono i pesci su piccoli fornelli, le ragazze cullano i bambini, gli uomini rimestano i loro vecchiumi, i ragazzi seminudi si avvoltolano sul selciato coperto di legumi fradici e di brutture di pesci; le vecchie decrepite, sedute in terra, combattono colle unghie ferine i prudori del corpo immondo, scoprendo coll’inconsapevolezza del bruto cenci riposti e membra da cui lo sguardo rifugge. Camminando per lunghi tratti sulla punta dei piedi, turandomi qualche volta il naso, badando a scansare cogli occhi le cose di cui non avrei potuto sostenere la vista, percorsi quasi tutte quelle strade, e quando riuscii sulla sponda d’un largo canale, in un luogo aperto e pulito, mi parve di essere capitato nel paradiso terrestre, ed aspirai con voluttà l’aria impregnata di catrame».
(Edmondo De Amicis, Olanda, Barbera Editore, Firenze, 1876³, pp. 304-306)

The Joy of Photography

«Credo che se si vuol parlare seriamente della fotografia, occorrerebbe, per esempio, metterla in relazione con la morte, perché è certo che la fotografia è testimone, ma è testimone di ciò che non esiste più. Anche se il soggetto vive ancora, l’immagine fotografica rappresenta un momento del soggetto fotografato che non esiste più. Questo rappresenta un trauma enorme per l’umanità. Un trauma che si rinnova ad ogni atto di lettura della fotografia – e ce ne sono milioni e miliardi al mondo in una sola giornata di questi atti. Ogni atto di cattura, di lettura di una fotografia è implicitamente, nel senso di una rimozione, un contatto con ciò che non esiste più, un contatto con la morte. Credo che bisognerebbe partire da questo, per avvicinarsi all’enigma della fotografia, non secondo una prospettiva metafisica, ma per vedere esattamente che cosa gli oggetti che attorniano l’uomo rappresentano per lui, che cosa rappresentano nella sua esperienza simbolica, traumatica. Io vivo le fotografie come degli oggetti affascinanti e funebri».
[«If we want to talk seriously about photography, we shall put that in relation with death, because it is assured that photography is a witness of what no longer exists. Even if the subject is still living, the photographic image portrays a moment that no longer exists. This is a huge trauma for humanity. A trauma renewed with each act of reading a photography – and there are millions and millions of these acts in a single day. Every act of capture or reading a photograph is, in the sense of a removal, a contact with something no longer exists, a contact with death. I think we should start from this to get closer to the enigma of photography, not to indulge in a metaphysical perspective, but only to see exactly what the objects surrounding man represent for him, what they represent in a symbolic or traumatic experience. I consider photos as fascinating and funereal objects»]
(Roland Barthes, intervista a “Il Diaframma/Fotografia Italiana”, Giugno 1978)

sabato 14 novembre 2015

Imigranci

Vorrei proporre alcuni pezzi del filone di rap anti-islamico che ultimamente sta spopolando in Polonia; cercherò di tradurre gli esempi più interessanti, ovviamente sine ira et studio (mettetela come volete).
Si comincia con “Imigranci” di tale Mc Kubik, che ha utilizzato come base la celeberrima “Hava Nagila”, probabilmente associandola tout court al suo concetto personale di “musica orientale”. La voce campionata all’inizio e alla fine del pezzo è tratta da un intervento contro l’immigrazione dell’europarlamentare polacco Janusz Korwin-Mikke, che a inizio di quest’anno ha anche fondato un partito a suo nome.


giovedì 12 novembre 2015

In Memoriam René Girard (1923-2015)


Nonostante ci si senta profondamente indegni di ricordare l’immenso René Girard, venuto a mancare una settimana fa, pubblichiamo comunque qualche semplice riflessione in segno di ringraziamento per tutto ciò che con la sua opera ha fatto (e ci ha permesso di fare).
Innanzitutto ringraziamo Girard per aver individuato una chiave interpretativa universale non contraffatta come quelle del marxismo e del freudismo, i pilastri di un’epoca che molti oggi non riescono neppure a immaginare, e che spiega anche certi giudizi prorompenti dell’autore contro «l’ignorance de gosses de riches, de privilégiés étourdis».
In secondo luogo, un plauso per aver offerto non tanto agli atei la possibilità di fingersi credenti, quanto ai cattolici la possibilità di dissimulare la propria fede, consentendo loro di svicolare da tutte le inquisizioni contemporanee. Grazie a questa sorta di “marranesimo girardiano” è oggi possibile lasciarsi alle spalle i complessi di inferiorità dovuti all’appartenenza religiosa. Mi torna alla mente un interlocutore saccente che, messo alle strette, per dimostrare a uno come me di saperla lunga tirò in ballo il nome del filosofo, come a esorcizzare la potenza di un pensiero che liberava di colpo quelli come me dall’obbligo della riverenza verso il guru di turno. A suo modo, nella cultura Girard ha avuto un ruolo un ruolo “cristico”, proclamando l’innocenza delle vittime sacrificali dell’egemonia culturale.
Infine, i libri di Girard sono ancora oggi il più grande antidoto al cosiddetto “adelphismo”, l’ideologia pseudo-gnostica promossa da Calasso & Associati attraverso il «lungo serpente di pagine» della sua casa editrice. Il fatto che a portare in Italia le tesi di Girard sia stata proprio l’Adelphi resta un enigma: Calasso ha tentato spesso di “regolare i conti” con l’autore da lui stesso arruolato, tentando di farne un figlioccio di Marx (per la “incongrua pretesa” di ridurre il sacrificio a «copertura di qualche tensione sociale») e relegandolo nella profanità, utile tutt’al più come orpello polemico ed essoterico per accusare il cristianesimo di non aver saputo risolvere il problema della violenza e “superare” il sacrificio.
Eppure Girard sembra farsi beffe di tutto quello in cui Calasso “crede”, quando per esempio ne La violenza e il sacro scrive che «solo il donchisciottismo masochista di un mondo protetto dalla violenza essenziale, qual è ancora il nostro, ha potuto trovare del dilettevole nel Dioniso delle Baccanti», oppure quando dedica l’ultima parte di Vedo Satana cadere come la folgore (1999) a far piazza pulita delle interpretazioni che vorrebbero trasformare le sue teorie nell’ennesimo atto di accusa contro il cristianesimo. È proprio con uno dei passaggi più espliciti di quest’opera (pp. 234-236) che vorrei chiudere il mio breve e modestissimo ricordo:
«Non è […] il cristianesimo, nel nostro mondo, a trarre profitto dal trionfo della pietà per le vittime, bensì quello che bisogna definire come il nuovo totalitarismo […]: quello che, anziché opporsi apertamente alle aspirazioni giudaico-cristiane, le rivendica come proprie e contesta l’autenticità della preoccupazione cristiana per le vittime (non senza una certa apparenza di ragione a livello delle azioni concrete, dell’incarnazione storica del cristianesimo reale nella storia). Anziché opporsi con franchezza al cristianesimo, il nuovo totalitarismo vuole scavalcarlo a sinistra.
[…] Il movimento anticristiano più forte è quello che fa sua e “radicalizza” la preoccupazione verso le vittime per paganizzarla. Le Potestà e i Principati si danno adesso una veste “rivoluzionaria” e rimproverano al cristianesimo di non difendere le vittime con sufficiente ardore, non scorgendo nel passato cristiano altro che persecuzioni, oppressioni, inquisizioni. Il nuovo totalitarismo si presenta come liberatore dell’umanità. Per usurpare il posto di Cristo, le Potestà lo imitano in maniera rivalitaria, denunciando nella compassione cristiana verso le vittime un’imitazione ipocrita ed evanescente della vera crociata contro l’oppressione e la persecuzione, quella di cui invece loro sarebbero la punta di diamante.
Seguendo il linguaggio simbolico del Nuovo Testamento si può dire che, nello sforzo di recuperare terreno e trionfare di nuovo, Satana prende in prestito il linguaggio delle vittime. Egli imita sempre meglio Cristo e pretende di superarlo. È il processo che il Nuovo Testamento designa nei termini dell’Anticristo. Per comprendere questa espressione è necessario iniziare a sdrammatizzarla, giacché corrisponde a una realtà assai quotidiana e prosaica.
L’Anticristo si vanta di recare agli uomini la pace e la tolleranza che il cristianesimo senza risultati promette loro. In realtà, quello che la radicalizzazione della “vittimologia” contemporanea porta con sé è l’effettivo ritorno a ogni sorta di abitudini pagane: l’aborto, l’eutanasia, l’indifferenziazione sessuale, i giochi da circo di ogni tipo […].
Questo neopaganesimo vuol fare del Decalogo e di tutta la morale giudaico-cristiana l’espressione di una violenza intollerabile, e il suo obiettivo primario è la loro abolizione completa. L’osservanza scrupolosa della legge morale è percepita come una complicità con le forze della persecuzione, che sarebbero essenzialmente quelle religiose.
E poiché le Chiese cristiane hanno preso tardi coscienza della loro mancanza di carità, della loro connivenza con l’ordine stabilito, nel mondi perennemente “sacrificale” di ieri e di oggi, esse rimangono vulnerabili al perenne ricatto cui il neopaganesimo contemporaneo le sottopone.
Questo neopaganesimo identifica la felicità nell’appagamento illimitato dei desideri e, di conseguenza, nella soppressione di tutti i divieti, idea che acquista una parvenza di verosimiglianza nell’ambito circoscritto dei beni di consumo, il cui prodigioso moltiplicarsi, grazie ai progresso della tecnica, attenua certa rivalità mimetiche, conferendo un’apparenza di plausibilità alla tesi che fa di ogni legge morale un semplice strumento di repressione e persecuzione».

Sabbatai prossimo mio


Nel documentario From Toledo to Jerusalem (1989) l’artista israeliano Yehoram Gaon racconta in ladino (la lingua giudeo-spagnola diffusa per l’intero Mediterraneo) l’epopea della comunità sefardita a cui appartiene, alternando memorie familiari, ricostruzioni storiche e ballate tradizionali.

A un certo punto l’artista accenna alle vicissitudini della sua famiglia, ricostruendo l’incontro tra il padre, Moshe David Gaon (1889-1958), che dalla città natale di Sarajevo, dopo aver errato per l’Europa, giunse in Turchia a insegnare ebraico, e la madre, Sarah Hakim, un’ex allieva di Smirne che egli sposò a Gerusalemme (e alla cui memoria il figlio ha appena dedicato una biblioteca nella città di Yahud, in Israele).

È curioso che, tra un aneddoto e l’altro, il buon Gaon si senta in dovere di chiamare in causa il famigerato messia apostata Sabbatai Zevi (1626–1676) e il suo akto mistiko, il “matrimonio con la Torah” [el kazamiento kon la Ley], celebrato dal messia nella sinagoga di Neve Shalom a Istanbul.

Il sorriso con cui egli riporta l’evento farebbe pensare a un parallelo ironico tra il matrimonio dei suoi genitori e quello di Zevi coi sacri rotoli. Stupisce più di tutto la levità con cui Gaon menziona una figura che fu protagonista di «uno degli episodi più strani e paradossali nella storia della religione ebraica» (così Gershom Scholem) e che sconvolse nel profondo la fede dei padri.

È forse azzardato credere che l’artista stia alludendo a una discendenza sabbatiana della madre, le cui origini andrebbero dunque cercate tra i famigerati dönme, quel gruppo di famiglie ebraiche che nel XVII secolo sulla scia di Zevi si convertì in massa all’islam? Il cognome della madre, Hakim, è la versione turca dell’ebraico Hakham e potrebbe far pensare a un “aggiustamento” avvenuto in tempi sospetti.

Del resto Smirne fu una delle “città sante” di quel culto apostatico e orgiastico che secondo lo stesso Scholem sarebbe ancora praticato in segreto: «Nel 1910 dei giovani dönme confidarono ai loro compagni di studio ebrei che quelle cerimonie [i rituali orgiastici] erano ancora praticate […] e un medico stabilitosi a Smirne [nel 1942] ammise che suo nonno aveva partecipato a uno scambio rituale di mogli a Salonicco» (L’idea messianica nell’ebraismo, Adelphi, Milano, 2008, p. 161).

Tale supposizione non è in ogni caso verificabile, perciò è meglio lasciarla cadere, anche per evitare congetture spiacevoli sulla vita di una donna ricordata affettuosamente dal figlio.

Un’ipotesi meno impegnativa e più pacifica è che Sabbatai Zevi, una volta “neutralizzato” nel suo contesto storico rappresenti una sorta di simbolo identitario per la comunità sefardita contemporanea, al pari di qualche innocuo filosofo o poeta. In ogni caso il dettaglio rimane perturbante.

Breve sogno. Una profezia coreana


«Il 15 aprile, celebrando il proprio 71° compleanno, il Grande Leader assisterà all’inaugurazione del più grande monumento edificato fino ad oggi alla sua gloria: la Torre Juche. In cima a questo massiccio pilastro sarà accesa una fiamma che, come afferma la mia guida nordcoreana, “servirà da faro perenne al mondo intero”.
I coreano, però, hanno un detto: “Avevo desiderato la gloria, ma è stato, ahimè, un breve sogno”. Mentre il presidente Kim ascolterà i prevedibili peana in suo onore, dovrebbe medigare sul fatto che, a pochi anni dalla loro scomparsa, i suoi più esaltati mentori, Stalin e Mao Tse-tung, sono stati entrambi ripudiati dai loro popoli. Poche sembrano le ragioni per pensare che il Grande Leader o suo figlio possano avere una fortuna maggiore».
(Anthony Paul, Il primo esempio di monarchia socialista, “Selezione dal Reader’s Digest”, marzo 1982)

mercoledì 11 novembre 2015

Cartoni animati nordcoreani

Il linguaggio della propaganda è forse una delle vie più semplici per avvicinarsi a un idioma straniero: l’esaltazione pantagruelica dei bisogni elementari riporta l’uomo alle stesse condizioni in cui ha appreso la propria madrelingua, incoraggiando associazioni mentali tra l’immagine, il senso e il suono. Le modalità sono simili a quelle adottate dai pubblicitari, anche se gli addetti alla propaganda non devono creare domanda, ma soddisfarla: da qui la magnificazione di tutto ciò di cui gli occidentali fondamentalmente si vergognano, cioè la superiorità militare, l’industrializzazione, il consumismo, il progresso scientifico, lo sfruttamento delle risorse naturali (che comprendono anche i cosiddetti “beni culturali”) ecc…
Le più innocenti tra esse mi hanno fatto appunto tornare alla mente le “pubblicità progresso” di Renzo Arbore in favore della birra, nelle quali l'artista reclamizzava non una marca in particolare, ma l’idea iperuranica della bevanda, della quale partecipavano la prosperità di una nazione e la felicità dei suoi abitanti.

Per quanto concerne il contenuto di questi messaggi, sembra che gli unici a crederci fermamente siano soprattutto gli americani, in particolare quei registi che negli ultimi anni hanno confezionato una serie di pellicole talmente pacchiane che persino Kim Jong-un si sarebbe (forse) vergognato di propinare ai suoi sudditi. Non mi riferisco solamente all’affaire The Interview (2014), che pur essendo un film di uno squallore insostenibile, è comunque il più raffinato del filone (è un peccato che la battuta meno cretina del copione, “Non gli stringa la mano, è un ebreo”, sia stata censurata nella versione italiana), ma a un fiasco come il remake di Alba Rossa del 2012 (questa volta non è l’Unione Sovietica, ma lo staterello più isolato dell’Asia, a riuscire a invadere gli Stati Uniti, per giunta senza nemmeno l’aiuto dei cubani), oppure all’action thriller Olympus Has Fallen (2013), nel quale un gruppo di estremisti nordcoreani penetra nella Casa Bianca, sequestra il presidente e mette in ginocchio l’intera nazione (finché non arriva l’eroe di turno a massacrare tutti).

I motivi per cui le comparse di un tempo (perlopiù islamisti barbuti) siano state sostituite da terroristi dagli occhi a mandorla sono dettati da esigenze di politica internazionale che chiunque può ormai intendere. Se tuttavia la vecchia corrente dell’islamploitation poteva vantare almeno un pizzico di verosimiglianza (come i film di Charles Bronson rispetto ai problemi della microcriminalità metropolitana), al nuovo genere manca qualsiasi appiglio su cui imbastire una trama minimamente plausibile (in Olympus Has Fallen gli sceneggiatori sono costretti a inventarsi una serie di attentati alle ambasciate da parte del terribile terrorista Kang Yeonsak e addirittura a pretendere che il governo nordcoreano sia all’oscuro di tutto – l’ambiguità serve principalmente a evitare grane diplomatiche).
Se è valida l’ipotesi di Emmanuel Todd, ovvero che le guerre intraprese dagli Stati Uniti dopo la fine dell’Unione Sovietica siano un espediente coreografico per nascondere l’incapacità di confrontarsi anche con una media potenza, allora la Corea del Nord starebbe inconsapevolmente facendo propaganda contro se stessa (anche se almeno l'atomica sembra che ce l'abbiano veramente...).

In ogni caso, godiamoci questi “cartoni animati” nordcoreani. Per motivi “tecnici” non è stato possibile inserire il testo in lingua originale (se non per alcune formule ricorrenti), ma si è cercato comunque di rendere una traduzione degli slogan la più fedele possibile all'originale, con rispetto sincero e devota commozione.

11 Listopada

11 Listopada: Narodowe Święto Niepodległości. Oggi 11 Novembre in Polonia si festeggia il giorno dell’indipendenza: è una celebrazione molto sentita a livello nazionale, nonostante alcune organizzazioni abbiano deciso di trasformarla in una manifestazione contro tutto e tutti (l’Europa, la Russia, i gay, gli immigrati, i comunisti ecc…). È dal 2008 che le strade di Varsavia si trasformano in campo di battaglia fra “patrioti” da una parte e polizia (e soldati) dall’altra.
La “Marcia dell’Indipendenza” attira contestatori da tutta Europa, sia dell’estrema destra (ultras e militanti italiani, spagnoli, ungheresi, cechi, serbi ecc…) che dell’estrema sinistra (nel 2011 gli antifa tedeschi furono così numerosi e violenti che per poco non vennero trattati alla stregua di invasori stranieri).
Difficile credere che questa volta andrà diversamente, nonostante la vittoria alle elezioni del “blocco clerico-fascista” (come lo definiscono gli europeisti) di Kaczyński. In ogni caso la polizia polacca non sembra affatto disposta a tollerare le “marachelle” di chicchessia, dunque anche oggi provvederà a garantire l’ordine con un uso massiccio di armi non letali (tra le quali le terribili granate stordenti) – e pure i giudici polacchi sono in genere poco comprensivi verso chi aggredisce le forze dell’ordine.

Per descrivere questo microcosmo, proponiamo una canzone di Basti, un personaggio che in Italia ha attirato un po' di attenzione grazie alla traduzione di un frammento del suo pezzo “Wroga Krew” da parte del canale YouTube “Fort Rus”. Questo artista fa parte della galassia del rap nazionalistico che in Polonia annovera decine, se non centinaia, di gruppi (uno dei temi di moda in questo periodo è l’islamizzazione dell’Europa).
Ovviamente l’essere anti-ucraino non rende Basti un filorusso, anzi… È un fatto tuttavia che la recrudescenza del revanscismo polacco negli ultimi anni sia stato alimentato anche dal sostegno indiretto che Europa e Stati Uniti hanno concesso all’estrema destra ucraina. La crescente canibalizzazione dell’Euromaidan da parte dei “banderisti” è un sintomo che in Polonia desta preoccupazione persino a livello istituzionale (generalmente poco incline a inimicarsi gli americani).
È chiaro, comunque, che questo pezzo esprime i sentimenti di una piccola percentuale della società polacca: la maggior parte delle manifestazioni organizzate per il Giorno dell’Indipendenza sono pacifiche e festose, tanto è vero che, essendo inutili a fini della demonizzazione, nei media nazionali (ed europei) non fanno notizia. Dal canto nostro, se ne pubblichiamo una traduzione è solo per assecondare il sensazionalismo con un po’ più di stile.