martedì 25 luglio 2017

Generatore automatico di bufale contro Erdoğan


Come è noto, l’“emergenza fake news” è quella cosa iniziata con l’elezione di Trump e conclusasi, almeno temporaneamente, con quella di Macron (che però è già diventato cattivo); infatti, fino al novembre dell’anno scorso, come si può verificare con una breve ricerca negli archivi dei principali quotidiani italiani, le formule prevalenti per indicare una “bufala” erano ancora espresse nell’idioma gentile; è con la repentina e coordinata adozione del nuovo “marchio internazionale” che si è assistito a una nuova fase, piuttosto grossolana, della psychological warfare.

In verità, se volessimo fare un conteggio meramente quantitativo delle fake news, probabilmente scopriremmo che il politico più colpito (prima dell’avvento di Trump) è stato nientedimeno che… Recep Tayyip Erdoğan: proprio lui, il Sultano che nel tempo libero, tra le altre cose, gestisce l’Isis e promuove la pedofilia (per ricordarne giusto un paio, perché contro il Nostro ne sono state sparate talmente tante che ormai è impossibile tenere il conto).

In ogni caso, ci sarebbe abbastanza materiale per stilare un “libro bianco” su questa piccola guerra mediatica (alcune storielle sono molto divertenti, come quella di Erdoğan che fa censurare il Don Giovanni di Mozart perché invidioso dei suoi successi sentimentali). Tuttavia sarebbe in primo luogo necessario capire chi dovrebbe occuparsi di tale “operazione-verità”, visto che i meno interessati a difendere Ankara dalle calunnie sembrano proprio i suoi stessi rappresentanti ufficiali: spiace dirlo, ma l’abulia con cui regolarmente gli ambasciatori transigono anche sulle panzane più clamorose, è a mio parere una delle cause della recente proliferazione delle fake news anti-turche (che laggiù traducono letteralmente come yalan haberler, oppure, con un gioco di parole legato alla prima bufala “ufficiale” della Turchia moderna, asparagas).

Prima o poi sarà necessario prendere qualche provvedimento per contrastare una tendenza che, se al momento danneggia “soltanto” l’immagine della Turchia agli occhi degli italiani (non che sia un fenomeno trascurabile, considerando anche gli effetti negativi sul turismo), a lungo andare potrebbe trasformarsi in qualcosa di più pericoloso (si pensi alla dilagante “curdomania”, foriera di ripercussioni terroristiche). Obiettivamente appare temerario lasciare l’onere di una controffensiva, che andrebbe combattuta in primis a livello istituzionale e diplomatico, esclusivamente a blog insignificanti o siti anti-bufale, che per giunta non possono limitarsi a smentire le notizie false, ma devono anche giustificarsi di continuo perché, dicendo la verità, hanno preso le difese del “gran visir di tutti i terr…oristi” (così infatti l’opinione pubblica italiana è condizionata dalla propria stampa a considerare il Presidente turco).

È chiaro che con l’andar del tempo pure gli “sbufalatori” di professione perderanno l’entusiasmo e propenderanno per argomenti più neutrali (o almeno più “politicamente corretti”), archiviando per sempre l’etichetta “Turchia”. Del resto tale eventualità si sta già verificando: alcune “leggende nere” su Erdoğan continuano a circolare senza che nessuno si preoccupi di rettificare alcunché; in fondo, perché compromettersi con un personaggio che regolarmente viene additato come causa di tutti i nostri mali (dall’immigrazione al terrorismo, dal conflitto in Siria all’avanzata del populismo, dalle primavere arabe a non so che altro)?

Per esempio, verso la fine dell’estate scorsa i giornali italiani, sulla scorta di quegli inglesi, riportarono all’unisono la notizia che le pièce di Dario Fo (insieme a quelle di Shakespeare, Cechov e Brecht) erano stati bandite da tutti i teatri turchi: i primi furono quelli de “Il Foglio”, poi rilanciati in pompa magna dal “Corriere” con tanto di intervista al premio Nobel (che un mese dopo sarebbe scomparso senza nemmeno sapere che i suoi spettacoli vanno ancora in scena!) e seguiti a ruota da tutti gli altri (“La Stampa”, “Il Fatto Quotidiano” eccetera): come volevasi dimostrare, nessun sito anti-bufale si è mai preoccupato di approfondire la vicenda (appunto per questo, ripeto, sarebbe utile capire a chi spetta di puntualizzare che una notizia è falsa, quando nessuno si fa avanti per smentirla…).

Il “caso” in questione è indicativo, poiché sarebbe bastato il traduttore di Google per capire il modo in cui la notizia è stata manipolata. In due parole, è andata così: a seguito del tentato colpo di stato dell’anno scorso, il consiglio delle compagnie teatrali nazionali (che “La Stampa” chiama Turkish State Theatres e definisce “la più importante compagnia”…?!) ha deciso di modificare i palinsesti per far sì che la nuova stagione iniziasse con opere di artisti turchi. Mossa discutibile, non c’è dubbio, ma tutto sommato un compromesso accettabile per placare gli animi di una società sull’orlo di una guerra civile. Non per questo, infatti, il governo impedirà ai suoi cittadini di assistere a uno spettacolo controverso come Morte accidentale di un anarchico (messo in scena a Smirne nel novembre dell’anno scorso, proprio in uno dei teatri “controllati dallo Stato”). Per inciso, non so quanto un’opera del genere (perlopiù espressione delle fisime personali dell’autore, ma parce sepultis) abbia da dire a un pubblico che non solo ha attraversato quella tragica stagione in circostanze quasi identiche alle nostre (con qualche golpe in più), ma che oggi è ancora costretto a fare i conti con gli “amati militari” (© Antonio Ferrari), osannati peraltro dagli stessi giornali di cui sopra, che l’anno scorso non vedevano l’ora di godersi il putsch fanta-kemalista (e adesso parlano di khomeinizzazione).

Questo è quanto. Il perfido Erdoğan, dopo aver militato nell’Isis, sterminato gli armeni, fatto piangere Putin, messo in galera Don Giovanni, aver organizzato un golpe contro se stesso, islamizzato l’Olanda e Lindsay Lohan, ha fatto pure morire Dario Fo di dolore…

Per l’ennesima volta mi domando se l’1% di frottole raccontate sulla Turchia fossero state usate contro Israele quanti “professionisti dell’informazione” sarebbero stati crocifissi (in senso metaforico, s’intende). A questo punto, tanto varrebbe creare un generatore automatico di bufale contro Erdoğan e lasciare che questo bot prenda il posto di tutti gli “inviati speciali”: se non altro il giornalismo italiano ne guadagnerebbe in lucidità e onestà intellettuale.

lunedì 24 luglio 2017

Le lingue dell’Africa Orientale Italiana

«Nei maggiori centri dell’Eritréa e della Somália, l’italiano è compreso pressoché da tutti e l’uso si va diffondendo rapidamente negli altri Governi. Nei maggiori centri e lungo le strade dell’Impero etiopico si trova facilmente chi può servire in qualche modo da interprete.
L’Africa Orientale Italiana è un mosaico di lingue e dialetti svariatissimi. Le lingue più diffuse sono l’amarico, già lingua ufficiale dell’Impero negussita, parlato dagli abissini propriamente detti nello Scióa e nell’Amára; il tigrè e il tigrái parlati nell’Eritréa; il sáho e il dáncalo; l’orómo o gálla, parlato nella varietà dei suoi dialetti dalle popolazioni galla dallo Harár a Gambéla e dal Nilo Azzurro al confine Sud; il sidáma, che pure comprende una varietà notevole di dialetti, parlati dai Sidáma dalle sorgenti dell’Uébi Scebéli a Dembidóllo; il sómalo, parlato in Somália e nella parte Sud-Est del Governo dello Harár; l’agáu, parlato in parte dell’Eritréa e parte dell’Amára; l’harári, parlato in Harár; l’arabo, compreso e usato nei porti e da molti commercianti, lo suahíli, parlato nella Somália meridionale, ecc.
[…] Alla grandissima varietà delle genti corrisponde altrettanta varietà di linguaggi. Gli abissini (ivi compresi le popolazioni tigrè dell’Eritréa) parlano 3 lingue semitiche principali derivate del gheèz, antica lingua ancora usata nella liturgia copta; il tigrè, parlato nel Nord e nel Nord-Ovest dell’Eritréa (Massáua, Habáb, Chéren); il tigrái o tigrignà che è la lingua dell’altopiano eritreo e del Tigrài; l’amárico, già lingua ufficiale dell’Impero etiopico, parlata dagli Amára e dagli Scioani e diffusa dai dominatori scioani e amara nei principali centri anche del Sud e Sud-Ovest. Il gheèz e le sue derivazioni tigrè, tigrài e amárico hanno uno speciale alfabeto, molto decorativo, che ebbe origine dal sudarabico; ecco comprende attualmente 37 segni basilari, con 214 modificazioni per esprimere vocali.
Pure di origine semitica sono il guraghé, parlato dalle omonime genti a Sud dell’Auásc, tra il lago Zuai e il fiume Ómo, e l’harari (Haràr città), che usa l’alfabeto arabo. L’arabo è del resto parlato in tutte le località costiere e abbastanza conosciuto, specialmente nel Sud-Est e nell’Est, sia per l’influenza dell’islamismo, sia per i rapporto commerciali.
L’oromo o galla, è parlato dalle popolazioni omonime in vari dialetti raggruppati in: dialetti orientali (Arússi e zona di Haràr); dialetti Tulamà (Scióa); dialetti Méccia (Gímma, Límmu, Gúma, Liecà, Nónno). Si scrive con caratteri latini.
Sidáma parlano linguaggi divisi, come le popolazioni, in 4 gruppi: dialetti Sidáma orientalidell’Omocentrali o Iamma o Giangerò, occidentali o Gónga; i linguaggi più diffusi sono l’uolamo, parlato sulle due rive dell’Ómo, e il caffino.
L’agáu comprende numerosi dialetti parlati nell’Amára e nell’Eritréa, spesso riservati ai rapporti familiari, mentre nei rapporti esterni è usato l’amarico o il tigrai delle popolazioni circostanti. Sembra che il dialetto agáu del Quarè o quaresà sia la lingua della religione Falascià. Il begia è parlato dalle genti begia nel Nord dell’Eritréa, ma tende a essere sopraffatto dal tigrè. Il saho è la lingua dei Sáho (Teora, Assaorta, Miniferi, ecc.) stanziati a Sud della ferrovia Massáua-Ghinda fino alla Dancália; l’afár dáncalo è parlato dai dancali.
Il sómalo, pure appartenente al gruppo cuscitico, è il linguaggio di gran lunga prevalente nella Somália Italiana, parlato pure nella parte Sud ed Est dello Haràr; esso comprende 3 gruppi di dialetti: dialetti Daròd, parlati nella Migurtínia, nella parte Nord e centrale di Óbbia e nell’Oltregiúba; dialetti Hauìa, parlati nella parte meridionale della regione di Óbbia, in tutto il medio bacino dell’Uébi Scebéli e a Ovest dell’Uébi nella regione del Galgiàl; dialetti Dighìl, parlati tra Uébi e Giúba e sul basso Uébi a valle dei dialetti Hauìa. Sarebbero poi ancora conservati in Somália linguaggi di cacciatori Uabóni e Uasánie; il bravano è un linguaggio bantù, così come il bagiuni (isole Bagiuni), affine al suahili.
Linguaggi negri bantù sembrano quelli dei Berta e dei Gunza del Béni Sciangùl, e sulla riva destra dell’Abbài. Linguaggi nilotici sono quelli dei gruppi nilotici dei Bária e Cunáma, dei Nuer, Iámbo, Miechèn, Turcána, Bácco, Cónso, ecc.» 
(Consociazione Turistica Italiana, Guida dell’Africa Orientale Italiana, Milano, 1938, pp. 26-27, 83)