lunedì 23 ottobre 2017

Se non hanno pane, che mangino vermi


Le ultime generazioni di italiani sono state allevate nel mito dell’ARG (Agricoltura, Ristorazione, Gastronomia), un acronimo riconducibile anche a quello delle 3C (Contadini, Camerieri e Cuochi): in sostanza, ci è stato fatto credere che coloro i quali avessero deciso di rimanere nel proprio Paese e non seguire le orme dei lavapiatti londinesi o dei riparatori di biciclette pechinesi, avrebbero comunque potuto garantirsi un avvenire nel campo del magnare.

È con questo spirito che abbiamo accettato la deindustrializzazione del Paese (le fabbriche puzzano e inquinano) e in nome dell’Europa ci siamo serenamente arresi alla meridionalizzazione. Tuttavia solo in anni recenti qualcuno si è accorto che l’Unione Europa, cioè la Germania, non è intenzionata a lasciarci nemmeno le “briciole di pane” dell’agroalimentare.

Il dato interessante è che ormai a rendersi conto della situazione non è solo qualche blog fascio-leghista o “sovranista”, ma addirittura un uomo di Confindustria, Luigi Scordamaglia (presidente della Federazione Italiana dell’Industria Alimentare), che al “Sole 24 Ore”, commentando la decisione di Bruxelles di destinare al nostro Paese nei prossimi due anni solo 3 milioni (su 11) di fondi europei per la promozione del settore (finiti tutti nelle tasche di francesi e spagnoli), ha espresso giudizi perentori ma decisamente condivisibili:
«La Commissione chiarisca la propria decisione di ridurre drasticamente gli importi assegnati ai progetti italiani per la promozione dei prodotti agroalimentari sul mercato interno e dei Paesi terzi. Aver attribuito all’Italia un decimo dell’importo dato alla Francia e circa un ottavo alla Spagna fa capire quanto la esasperante burocrazia di Bruxelles venga utilizzata per dare vantaggi solo ai Paesi che mettono propri uomini nei posti più rilevanti delle istituzioni comunitarie e non a Paesi come l’Italia che scelgono invece spesso commissari irriconoscenti verso il proprio Paese e che sembrano vergognarsi persino di essere italiani».
E non è finita qui, perché ovviamente oltre al danno c’è sempre la beffa: negli stessi istanti in cui si decideva ci penalizzare l’Italia delle 3C, l’Unione promulgava il nuovo regolamento sul cosiddetto novel food, il quale a partire dall’anno venturo autorizza la commercializzazione di alimenti a base di insetti. In questo caso a protestare è stata la Coldiretti, o per meglio dire il presidente Roberto Moncalvo (perché la la Confederazione al Forum internazionale dell’agricoltura di Cernobbio ha invece offerto una “degustazione” di tarantole commestibili, vermi aromatizzati all’aglio, millepiedi arrosto e pasta di farina di grilli):
«Al di là della normale contrarietà degli italiani verso prodotti lontanissimi dalla nostra cultura alimentare, l’arrivo sulle tavole degli insetti solleva dei precisi interrogativi di carattere sanitario e salutistico ai quali è necessario dare risposte, facendo chiarezza sui metodi di produzione e sulla stessa provenienza e tracciabilità degli insetti. La maggior parte dei nuovi prodotti proviene da Paesi extra Ue, come la Cina o la Thailandia, da anni ai vertici delle classifiche per numero di allarmi alimentari»
immagine tagliata per gli stomaci più sensibili (fonte)
È un rilievo importante, poiché noi italiani, mentre continuiamo a illuderci di “mangiare bene”, nemmeno ci accorgiamo del cibo che finisce sulle nostre tavole: in particolare, la maggior parte delle catene di discount (quasi tutte di proprietà tedesca), a dispetto dell’esaltazione reclamistica dell’italianità dei prodotti, spaccia sui propri scaffali latte slovacco, formaggio polacco, “vero yogurt greco” austriaco, salumi spagnoli, tonno ivoriano, salatini romeni, mozzarella tedesca, gelati olandesi, ecc ecc…
La stessa Coldiretti ha stilato una “lista nera” degli alimenti nocivi per la salute commercializzati in Europa: ci sono i broccoli e le arachidi cinesi, i pesci spagnoli, i cibi dietetici americani, il prezzemolo vietnamita, i peperoni e i pistacchi turchi, il pollo polacco, il basilico indiano, ecc ecc…
La reazione del Commissario europeo per la Salute e la Sicurezza Alimentare (il lituano Andriukaitis) è stata semplicemente di ricordare che «il Sistema di allerta europeo funziona», il che significa che non verranno introdotte nuove misure per tutelare i consumatori (anzi, molto probabilmente con i nuovi “accordi di libero scambio” mangeremo talmente tanta merda che gli allarmi diventeranno così frequenti da non destare più scalpore).

Da una prospettiva più ampia, non dobbiamo dimenticare che la maggior industrie alimentari nazionali, compresi alcuni “marchi storici”, sono state rilevate da aziende straniere, alcune nostre dirette concorrenti in Europa come, appunto, quelle francesi (che negli ultimi anni hanno preso Parmalat, Eridania, Cova) o spagnole (Fiorucci, Garofalo, Riso Scotti…).
Ancora più polemicamente, possiamo ricordare che le sanzioni contro la Russia hanno danneggiato il nostro export per oltre un miliardo di euro e hanno offerto il destro ai taroccatori del “Made in Italy”, un’industria parallela che costa al nostro Paese quattro miliardi l’anno.

In tutto questo, l’Unione ha mai pensato di difendere l’Italia? Qualche commissario che “si vergogna di essere italiano” ha mai preteso un risarcimento per le perdite causate dall’embargo contro Mosca (Polonia e Finlandia lo hanno fatto un attimo dopo l’attuazione, peraltro da loro stesse auspicata)? La risposta è già nella domanda…

Per spiegarsi tale situazione, tornano alla mente motti vecchi e nuovi; al primo posto, come da titolo, l’esortazione attribuita a Maria Antonietta (Qu’ils mangent de la brioche!), che oggi i nuovi despoti illuminati dell’UE rivedono al ribasso, offrendo vermi, cimici e tarantole.
Al secondo posto, il grido disperato dei cubani sotto il regime comunista, che se all’inizio esclamavano ¡Pa’ lo que sea, Fidel! (“Pronti a tutto, Fidel!”), oggi invece urlano ¡Pan aunque sea, Fidel! (“Almeno il pane, Fidel!”). Piuttosto che i bacherozzi, lasciateci il pane (anche halal va bene).
Infine, però, sovviene il monito più duro, le fatidiche parole di Churchill ancora valide per tutti quegli italiani che “si vergognano di essere tali”, i quali «potevano scegliere fra il disonore e la guerra, ma hanno scelto il disonore, e avranno la guerra».

domenica 22 ottobre 2017

Sua Eccellenza Abe Shinzo

Sua Eccellenza Abe Shinzō ha stravinto (“Repubblica”) le elezioni giapponesi. Difficile trattenere l’entusiasmo, pensando solo a come questo leader abbia già dimostrato la sua grandezza travestendosi da Super Mario alla presentazione delle Olimpiadi di Tokyo 2020, in una fantasmagoria atta a riaffermare i primati nipponici nell’ambito dei cartoni animati, dei fumetti e dei videogiochi (un punto molto importante, come vedremo immediatamente).


A questo punto siamo costretti a fare un po’ di polemica, osservando che negli ultimi anni si è tentato in qualsiasi modo di infangare il Giappone: i media occidentali hanno costantemente manipolato l’immaginario collettivo per far apparire questo grande Paese come una specie di gerontocrazia militarista, ormai surclassata dai cinesi e destinata a un’inarrestabile decadenza.

I motivi per cui anche in Italia si è passati da una vera e propria “nippomania” (non solo a livello nazionalpopolare, con i manga le macchine e tutto il resto, ma pure in settori più ricercati come filosofia, letteratura, cinema) a un’inconscia diffidenza verso qualsiasi cosa provenisse dal Paese del Sol Levante non sono ancora del tutto chiari.

Dalla prospettiva americana, si può ipotizzare l’influenza sempre più pervicace della Cina tra le loro élite; per quanto riguarda invece la povera Europa, il sospetto è che l’espansiva Abenomics rappresentasse un cattivo esempio per un continente auto-condannatosi all’austerità, alla deflazione e alla recessione perpetua. 

Ora tuttavia riemerge il modello di una nazione progredita e coraggiosa, dalla fantasia inesauribile (chi avrebbe mai detto infatti che un popolo così cerimonioso e austero avrebbe regalato al mondo oltre trent’anni di intrattenimento). Le ricette di Abe sono vincenti, e non solo a livello elettorale: forse qualcuno, per puro conformismo, comincerà a imitarlo, ormai fuori tempo massimo. Tuttavia, tanto per evidenziare un particolare decisamente attuale in questi frangenti, il premier giapponese rimpiazzò il governatore della banca centrale con uno dei suoi uomini un attimo dopo esser stato eletto. Sembra solo un dettaglio ma, come dice un vecchio motto (più che mai valido nella patria del formalismo), lo stile è l’uomo.